venerdì 2 aprile - Enrico Campofreda

Elezioni palestinesi: Barghouti, il prigioniero immarcescibile

Uno dei pochissimi leader palestinesi amati dal suo popolo, oltre le fazioni d’appartenenza, Marwan Barghouti, l’uomo che Israele ha murato vivo in prigione da diciannove anni condannato a cinque ergastoli, pone il peso del suo carisma sulle prossime politiche previste per il 22 maggio. 

A queste, il 31 luglio, dovrebbero seguire le presidenziali che, potrebbero segnare definitivamente l’uscita di scena dell’ombra grigia di Abu Mazen, il raìs che ha congelato la politica palestinese da un quindicennio. Succeduto nel ruolo al ben più illustre raìs Yasser Arafat - capo militare e politico di Fatah, il condottiero che faceva pulsare i cuori della sua gente, prima d’avallare il disegno d’uno Stato mai nato perché subalterno al potentissimo occupante israeliano - Abu Mazen ha condizionato in peggio la situazione degli oltre tre milioni di abitanti della Cisgiordania e dei due della Striscia di Gaza. I primi continuano a essere privati di terra, beni e autodeterminazione dall’illegale insediamento dei coloni difesi ad armi spianate e fumanti dalle truppe di Tel Aviv. I secondi, che dagli anni Novanta viravano verso Hamas, hanno subìto le punizioni dell’Autorità Palestinese che a singhiozzo li depriva dei sussidi della Comunità Internazionale, investita dagli Accordi di Oslo del matrigno compito d’un assistenzialismo peloso volto a impedire un’economia autoctona e a condizionarne ogni passo politico.

Quindi gli ennesimi crimini d’Israele che ha inanellato vari attacchi militari (Piombo Fuso 2008, Colonna di Nuvole 2012, Margine di Protezione 2014) rivolti alla popolazione civile prim’ancora che sui miliziani verdi e su quelli della Jihad islamica. Ma perché l’ombra di Barghouti pesa sulle consultazioni palestinesi? Perché attraverso i suoi avvocati e la moglie Fadwa, ha ufficializzato l’appoggio a Nasser al-Qidwa che pone una candidatura da dissidente nell’area di Fatah. Lui, nipote di Arafat, era stato escluso nelle scorse settimane dai vertici del partito, non si sa se perché vive a New York o per altri motivi. Col sostegno d’un ben più importante isolato, il prigioniero della Seconda Intifada, il suo gruppo denominato “Libertà” può sperare di avere un buon successo alle parlamentari. Barghouti s’era battuto per una lista unitaria dell’intera Fatah, ma l’iniziativa è subito naufragata. Sia per la frammentazione interna allo storico gruppo, sia per diverse visioni fra le giovani generazioni e la vecchia guardia. Delle molte liste presenti tre si contendono la maggioranza dei seggi. Quella ortodossa benedetta dall’attuale presidente nell’ANP, quella del vecchio capo dell’Intelligence, Mahmoud Dahlan, il chiacchieratissimo amico di Cia e Shin Bet prim’ancora che della dinastia hashemita presso la quale ha svernato dopo il conflitto con Hamas nel 2007.

Quindi è riparato negli Emirati Arabi Uniti dopo la condanna per l’accaparramento di fondi dell’ANP. Infine il terzo gruppo, quello di Barghouti che appoggia l’outsider al-Qidwa. Per le presidenziali ricorre ancora l’ottantacinquenne Abu Mazen, Haniyeh capo politico di Hamas, e proprio Barghouti che secondo le leggi palestinesi può candidarsi pur da detenuto. Fra l’altro i sondaggi lo danno ampiamente in testa con l’appoggio del 46% dei potenziali votanti. Il richiamo elettorale, atteso per dodici anni, potrebbe portare alle urne un gran numero degli aventi diritto, fra loro più d’un milione di persone vota per la prima volta. Fra i palestinesi paradossalmente più accreditati, i 350.000 che ancora vivono a Gerusalemme-est, c’è l’incognita di ostacoli alle operazioni di voto per l’impossibilità di tenere gli scrutini in loco. Il Consiglio nazionale palestinese, che dovrebbe andare anch’esso alle urne ed essere rinnovato il 31 agosto, ha fatto sapere che senza il voto nella Città Santa le elezioni potrebbero essere annullate. Dunque, Israele e i suoi veti sono tirati in ballo davanti agli osservatori internazionali. Ma anche quest’ultimi rischiano di non ricevere il visto di partecipazione come supervisori della regolarità delle elezioni. E non certo per ragioni di Covid che vedono la nazione israeliana coperta dalla vaccinazione totale già ora al 53%.

Enrico Campofreda




Lasciare un commento