mercoledì 16 agosto - Riccardo Noury - Amnesty International

Egitto, quattro anni fa i massacri delle piazze del Cairo. Ancora impuniti

Il 14 agosto 2013, le forze di sicurezza egiziane sgomberarono con una forza estrema due sit-in della Fratellanza musulmana in altrettante piazze del Cairo, Rabaa al-Adawiya e al-Nahda. Fu l’esordio al potere di Abdel Fattah al-Sisi: un massacro senza precedenti nella storia del paese, con oltre 900 morti e migliaia di feriti in un solo giorno (nell’immagine Afp/Moneim alcuni dei cadaveri). I morti tra le forze di sicurezza furono nove.

A quattro anni di distanza non una persona è stata chiamata a rispondere degli ordini dati o eseguiti di sparare sulla folla. L’impunità per quel massacro è stata il segnale di via libera per proseguire. Da quel giorno le esecuzioni extragiudiziali, le sparizioni e la tortura sono diventato un fenomeno sistematico in Egitto. Tra le vittime di quel sistema, anche il nostro connazionale Giulio Regeni.

L’intento del governo egiziano di incarcerare i testimoni e azzerare la memoria dei massacri dell’agosto 2013 ha ottenuto buoni risultati. La sospensione delle licenze all’esportazione di armi, decisa subito dopo dal Consiglio degli affari esteri dell’Unione europea, è stata aggirata da molti paesi, Italia inclusa. L’ultimo rapporto sull’Egitto pubblicato il mese scorso dall’Unione europea non fa menzione di Rabaa al-Adawiya e di al-Nahda.

Ad essere arrestate, invece, sono state migliaia di persone che erano presenti nelle due piazze: manifestanti ma anche giornalisti e fotografi che stavano svolgendo il loro lavoro.

Sono seguiti processi di massa per reati quali manifestazione non autorizzata, appartenenza al gruppo fuorilegge della Fratellanza musulmana, danneggiamento di proprietà private o statali, possesso di armi da fuoco e aggressione alle forze di sicurezza. Ne sono derivate centinaia di condanne, molte delle quali all’ergastolo e a morte.

Uno dei processi conclusi ha visto, l’8 maggio di quest’anno, la condanna di quattro giornalisti – Youssef Talaat, Abdallah Al-Fakharany, Samhi Mostafa e Mohamed El-Adly – a cinque anni di carcere per aver creato un coordinamento giornalistico con l’obiettivo di “diffondere informazioni e notizie false” relative al sit-in di Rabaa al-Adawiya.

Due dei processi di massa ancora in corso, con circa 1200 imputati, riguardano l’uccisione di sei appartenenti alle forze di sicurezza a Rabaa al-Adawiya e di altri tre militari nel corso della protesta del 16 agosto presso la moschea di al-Fateh.

Il primo vede alla sbarra Mahmoud Abu Zeid, detto Shawkan, un giornalista che stava seguendo lo sgombero di Rabaa al-Adawiya per conto dell’agenzia fotografica londinese “Demotix”. La nuova udienza è prevista il 19 agosto.

Il secondo riguarda 494 imputati, tra cui il cittadino irlandese Ibrahim Halawa che deve rispondere di vari reati relativi alla protesta della moschea di al-Fateh, dove le forze di sicurezza uccisero 120 manifestanti. Secondo Amnesty International è un prigioniero di coscienza.




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