martedì 14 luglio - Enrico Campofreda

Egitto, morire di Covid-19 infettandosi in galera

Solo un mese fa l’International Presse Institute, una rete di giornalisti e redattori che difendono lavoro, indipendenza e libertà d’informazione aveva denunciato il pericolo corso dai detenuti nelle carceri egiziane obbligati a una pesante quanto pericolosa promiscuità. 

Fra essi una sessantina di giornalisti. E in quei giorni, precisamente il 15 giugno, un decano dei media del grande Paese arabo, Mohamed Mounir veniva fermato e poi trattenuto in carcere per aver partecipato a un dibattito sul canale televisivo Al Jazeera. Il tema trattato in quell’apparizione riguardava un contrasto sopraggiunto fra la chiesa copta e il quotidiano Rose al–Youssef per una copertina di quest’ultimo. Così il sessantacinquenne Mounir, fondatore del “Fronte per la difesa dei giornalisti e delle libertà”, oltre che memoria cronachistica e storica degli eventi interni degli ultimi anni dalla caduta di Mubarak, all’elezione di Morsi fino al suo arresto e al golpe bianco di Al-Sisi, finiva in prigione. Nei giorni immediatamente successivi all’arresto la “Rete araba per i diritti umani” aveva fatto appello alla Procura di sicurezza dello Stato che s’occupava del suo caso, per liberare l’uomo cagionevole di salute, visto che aveva già subito due infarti ed era affetto da problematiche renali. In carcere Mounir s’è rapidamente infettato di Coronavirus, eppure nonostante gli appelli di colleghi e amici non è stato immediatamente scarcerato né condotto in una struttura protetta. Successivamente di fronte a un peggioramento è tornato libero finendo in ospedale, però era tardi: dopo poco è sopraggiunto il decesso per insufficienza respiratoria. Il cronista, da sempre impegnato con il sindacato dei giornalisti, anche nei recenti anni in cui la scure della censura ha ferocemente colpito la categoria, si era anche battuto contro la concessione alla monarchia Saud delle isole di Tiran e Sanafir, un occhio strizzato da Sisi al principe bin Salman per saldare buoni rapporti nel fronte arabo della repressione nazionale ed estera. Mounir aveva già conosciuto la galera durante il regime di Mubarak che l’accusava (senza prove) di un’adesione a un’organizzazione segreta comunista. Chi ha avuto il piacere di frequentarlo ne rammenta la calorosa umanità e la coinvolgente ironia. L’informazione egiziana e internazionale perdono un professionista onesto, coraggioso, sensibile alla deontologia anche davanti alle minacce del potere, che in quel contesto sono tutt’altro che verbali. 

Enrico Campofreda




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