martedì 12 gennaio - Enrico Campofreda

Egitto, il 25 gennaio di Hossam

Seduto in compagnìa di due giovani ai tavoli d’un caffè prospiciente la stazione del metrò Dar al Salaam, Hossam Al-Arabi viene perquisito in una giornata particolare: il 25 gennaio 2017.

 Sono passati sei anni dalla rivolta di piazza Tahrir, e l’anniversario che qualche attivista ha in animo di ricordare, è fuori portata per tutti a causa del controllo ossessivo operato dalle Forze dell’Ordine. In funzione preventiva prima che repressiva. La data è quella, e per i cairoti, soprattutto d’età e d’aspetto giovanile, diventa pericoloso anche solo sostare per via. Così Hossam viene avvicinato da una pattuglia e perquisito. La più accurata osservazione del suo cellulare rivela alcuni messaggi che il network Arabic for Human Right Information, da un quadriennio interessato al suo caso, definisce innocui. Sono sms rivolti ad amici che esprimono critiche pacifiste, niente a che vedere con le accuse rivoltegli dai procuratori, dopo il fermo tramutato in arresto: frasi pericolose e dannose alla nazione. Come migliaia di egiziani Hossam finiva nella vicina stazione di polizia, stessa denominazione Dar Al-Salaam, che in arabo sta per ‘Casa della pace’, e suonava come una beffa per Al Arabi, cui seguiva il danno del trattamento ricevuto nella sala definita il frigorifero, dove peraltro non entrava da solo. Una “rinfrescata” tanto per aver più chiare le accuse rivoltegli il giorno seguente: appartenenza a gruppi illegali come la Fratellanza Musulmana, condivisione di notizie false, disturbo della quiete pubblica e dimostrazione priva di autorizzazione. Tutto ciò per aver consumato una bevanda in un ahwa.

 Gli avvocati che inizialmente s’interessarono al suo caso facevano notare che in quella giornata non s’erano verificate manifestazioni né commemorazioni. Niente. Eppure, dopo giorni trascorsi nelle celle del “commissariato della pace” per Hossam s’aprirono le porte della famigerata prigione di Tora. Vestiti strappati e capelli rasati come accoglienza, cella dei nuovi arrivi, in attesa della destinazione nel reparto detenuti politici, raggiunto dopo una decina di giorni. Quindi inizia il circuito delle comparizioni davanti ai giudici e del rinvio ai seguenti 45 giorni, un periodo via l’altro… Storie ai più note dallo scorso febbraio, dalla detenzione di Patrick Zaki, situazioni già presenti, per definizione di legge, ormai da quattro anni. L’accusa: terrorismo. E il via vai da certi luoghi dove entrano in scena i ‘battitori’, guardie carcerarie e a volte, gli stessi informatori che servono il regime, dagli agenti della National Security ai picchiatori della microcriminalità locale. Hossam ha raccontato ai legali d’essere sopravvissuto a alcuni tentativi di suicidio con cui cercava di “uscire” da quel posto. Momenti di disperazione comunque condivisi con altri prigionieri, vittime d’una maledetta comune sorte, quella scritta per loro dal regime di Al Sisi. Poi il miraggio del rilascio: l’uscita dalla prigione di Tora e il ritorno nella stazione di polizia di partenza. L’incubo si ripeteva, con esso le accuse reiterate e rafforzate: direttamente terrorismo.

Nuove presunte inchieste della procura e fermo forzato, dormendo a turno in celle di sicurezza sovraffollate, mangiando solo pane, temendo che qualche interrogatorio venisse svolto da agenti dell’Intelligence. Solitamente i più duri. Da lì passavano nuovi fermati, talvolta adolescenti di 14-15 anni, tutti accusati di terrorismo. Condizioni vissute per mesi, passando da una stazione di polizia all’altra - ognuna è dotata di celle di sicurezza dove poter tenere rinchiudi se decine persone -. Quindi l’angoscia dell’esecuzione. Una mattina giunge un agente della National Security, sceglie un gruppo detenuti, fra cui Hossam, li benda e li obbliga a salire su un furgoncino. Dopo un certo tragitto il veicolo si ferma e una volta discesi i rapiti si sentono dire “Vi facciamo fuori”. Quando le canne dei fucili d’un reparto di soldati che sono sul posto gli si piazzano dietro la schiena, ciascuno pensa che sia giunta l’ora. Chi crede, prega Allah di prendere le vite senza dolore. E’ una finta esecuzione. Tutto rientra, anche il gruppo riportato a Dar Al Salaam fra gli scherni dei poliziotti che ridono della loro paura. Dopo un rilascio giunto chissà per quale benevolenza celeste, Hossam ha pensato bene di entrare in clandestinità. Per difendersi più che per combattere. Lo annuncia Gamal Eid, un noto avvocato dei diritti. Ma nella ‘Casa della pace’ il via vai di arresti prosegue, come proseguono i soprusi. Nei mesi invernali ricorrono i getti d’acqua gelata che lasciano i detenuti zuppi, in celle umide, senza materassi né coperte, in balìa di polmoniti al di là del Covid 19. Le ultime voci parlano di quattordici arrestati, è lì dal 26 novembre anche il giornalista Mohamed Salah.

 




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