martedì 7 gennaio - Fabio Della Pergola

Dopo l’attacco: l’imprevedibile e il prevedibile in Medio Oriente

L’idea che Donald Trump sia un improvvisatore che agisce d’impulso, senza ascoltare nessuno, sparando tweet a raffica come un Rambo da avanspettacolo, non è poi del tutto convincente.

Forse lo era, all’inizio del suo mandato, e per molti sicuramente ancora lo è, ma alla fine, se si osservano un po’ più da vicino le sue mosse in questi tre anni di mandato bisogna ammettere che non è (solo) quel "picchiatello" con uno strano riportino giallo sulla testa che il sarcasmo di parte dipinge(va).

In sintesi l’economia statunitense va meglio che in passato, le sue possibilità di rielezione non sono affatto tramontate e l’impeachment ha ben poche possibilità di passare al Senato (ed è probabile che ai democratici tornerà indietro come un boomerang) perché il partito repubblicano non si è affatto spaccato come si poteva pensare dopo la sua elezione.

In politica estera, dove le mosse di Trump sono più evidenti per il pubblico medio non americano, c’è stato ben poco, finora, di aggressivo (nei fatti) a fronte di tante aggressioni (a parole).

Pur fra mille provocazioni verbali, come è nel suo stile, non ha mai tirato la corda oltre il lecito nei confronti di Cina o Corea del Nord. E se indubbiamente ha irritato il mondo musulmano spostando l’ambasciata USA in Israele a Gerusalemme (Ovest) e dichiarando che la città era la capitale di Israele – con grande gaudio di Netanyahu e il furore dei filopalestinesi – non ha però aggiunto che fosse, per lui, una capitale “indivisibile” come ha cercato di rivendersi la propaganda della destra ebraica, israeliana e non. Simbolicamente un gesto significativo, ma a grande fumo ha corrisposto tutto sommato poco arrosto.

Inoltre aveva a suo tempo dato risposte militari estremamente moderate, sparacchiando qualche missile su edifici abbandonati dell'esercito siriano, dopo aver cortesemente preavvertito i proprietari del bombardamento in arrivo, a seguito dell’uso di gas di cui essi erano ritenuti colpevoli.

Se è vero che non ha contrastato il presidente turco Erdogan, preferendo lasciare i curdi siriani al loro destino (cioè a riavvicinarsi volenti o nolenti al “loro” presidente Assad), è anche vero che così facendo ha evitato di aprire un contenzioso sul campo con un faccia a faccia ravvicinato, potenzialmente catastrofico, tra marines e truppe turche. E chissà che l'iniziativa di Erdogan in Libia, anche contro i suoi stessi alleati (in Siria) russi, non abbia avuto il tacito consenso della Casa Bianca.

Ha perfino lasciato correre l’abbattimento di un drone USA da parte degli iraniani, richiamando alla base i suoi caccia dopo che aveva già dato luce verde a una ritorsione aerea contro il paese degli ayatollah. E non ha battuto ciglio dopo gli attacchi contro le petroliere in transito nello stretto di Hormuz da parte di aggressori non identificati, ma da molti considerati, di nuovo, iraniani.

Sarebbero state ottime occasioni per alzare il livello di scontro senza passare per uno squilibrato e colpevole aggressore.

È, in altre parole, un presidente USA un po’ anomalo, sbruffone verbalmente quando fa il duro, ma non poi così manesco nella realtà; difficile da inquadrare – tanto più in una situazione così complicata come questa – e ancor più da incasellare in una definizione netta. L’unica etichetta che gli è stata appiccicata, e che risponde a qualche verità di fatto, è di essere imprevedibile.

Fino a ieri.

Con l’uccisione del generale Qasim Sulaymani “l’America ristabilisce chi comanda in medio oriente”, come titolava ieri un interessante articolo di Daniele Raineri su Il Foglio

E “ristabilire” è verbo che si accompagna bene al contrario di “imprevedibile”.

Era cioè prevedibile che gli Stati Uniti, prima o poi, avrebbero "ristabilito chi comanda in Medio Oriente", visto l’accumularsi delle operazioni ostili contro i suoi alleati (a loro volta non certo delle innocenti pecorelle) pianificate dalla mente del generale iraniano, nell’area più calda e cruciale del pianeta, destabilizzata ormai da tempo immemore (e con grandissima responsabilità americana).

L'ipotesi che Trump abbia ordinato di uccidere il generale dei Pasdaran proprio per salvarsi dall'impeachment sembra essere una delle solite semplificazioni ricorrenti piuttosto che qualcosa da prendere sul serio. Anche l'idea che abbia enormemente alzato lo scontro con l'Iran proprio nell'anno delle elezioni americane per usare il conflitto a suo vantaggio sembra un'ipotesi fragile, benché non del tutto peregrina, se solo si pensa che da qui a novembre c'è abbastanza tempo perché tornino a casa molte, troppe bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce. Tutt'altro che un vantaggio per una corsa presidenziale già difficile.

Quello che si può invece evidenziare è che una linea rossa i presidenti americani l’hanno sempre tracciata nel deserto sul confine dell’Arabia Saudita. L’aveva fatto Bush padre quando Saddam Hussein aveva provato a fare il bullo invadendo il Kuwait e l’ha fatto Trump quando Sulaymani ha autorizzato (è più che lecito supporlo) il lancio di missili su pozzi di petrolio e raffinerie saudite, dimezzando la capacità produttiva del regno.

Quella è roba che, evidentemente, non si può toccare.

È vero che gli USA sono ormai autonomi dal punto di vista energetico, ma evidentemente il controllo del petrolio, se non altro per motivi strategici (la Cina ne è affamata, così come il resto del mondo), è imprescindibile.

Forse allora non è così strano se un imprevedibile presidente americano neo-isolazionista, finora restìo nonostante tutto ad azioni di forza e intenzionato davvero a portare a casa i suoi soldati sparsi per mezzo mondo (cosa che aveva cominciato a fare) torna a essere così prevedibile e decida, come tutti i suoi predecessori, che quando una linea rossa viene superata la reazione a stelle e strisce – a tempo debito e apprestate tutte le contromisure in previsione di reazioni – deve essere sempre la stessa: far capire chi comanda a suon di bombe. Con tutte le conseguenze che si possono solo immaginare e che oggi fanno tremare i polsi al mondo.

Che sia giusto oppure no è, ovviamente, un altro paio di maniche.

In altre parole quello che si sta osservando in Medio Oriente non è lo scontro fra i buoni cowboy e i cattivi indiani – cioè dei "portatori di civiltà" contro i "selvaggi" – di tante pellicole degli anni Cinquanta, ma non è nemmeno la versione aggiornata di Soldato blu, il film che descrivendo l'inutile e cruenta strage di Sand Creek sancì l'inversione di tendenza nelle simpatie dei giovani dei Settanta a favore dei popoli più deboli contro quelli più potenti (e che, per questo, determinò l'avversione di massa alla guerra del Vietnam). Nulla di quello che sembra sostenere tanta parte del terzomondismo occidentale (che comprende, sia chiaro, anche l'estrema destra di casa nostra: da Casa Pound a Forza Nuova, schierate da tempo sul fronte filoiraniano).

Se l'ampia condanna internazionale di Trump per un gesto dalle conseguenze imponderabili appare comprensibile, meno comprensibile è la santificazione in corso di Sulaymani, un uomo che ha avuto enormi responsabilità personali nel bagno di sangue mediorientale. Uno che, secondo Thomas Friedman, editorialista e mediorientalista del New York Times, «ha lanciato “un aggressivo progetto imperiale regionale” che ha dato all’Iran e ai suoi alleati il controllo del potere in Libano, Siria, Iraq e Yemen, ma ha suscitato la reazione dei regimi sunniti e di Israele, e ha fornito a Trump la giustificazione per smontare il trattato voluto da Barack Obama».

Quindi lo scontro è in realtà fra due "cattivi" (se proprio si vuole usare una terminologia etica): una potenza imperiale in declino che non rinuncia al suo ruolo autoassegnato di sceriffo del mondo e una media potenza teocratica in ascesa che, grazie a una notevole spregiudicatezza politico-militare, ha costruito un'asse di alleanze che le hanno permesso molte operazioni più o meno "coperte", spesso apertamente provocatorie come i missili sul Regno saudita, in seguito alle quali ha allargato la sua sfera d'influenza dall'Afganistan fino alle sponde del Mediterraneo- E arrivando anche a toccare, molto pericolosamente, i confini di Israele, cosa che rappresentava ormai da anni l'ennesimo potenziale casus belli noto a tutti gli analisti non accecati da ideologia acritica.

Nel tentativo di diventare una potenza regionale incontrastata, ha travolto ogni opposizione esterna quanto interna (centinaia di manifestanti iracheni che chiedono, fra l'altro, la fine delle ingerenze di Teheran nel paese, vittime delle milizie filoiraniane, e tanti morti in Iran durante le proteste contro il carovita e il costoso intervento del paese in Siria), ma trovando – ovviamente – anche tante resistenze politiche e, come si è visto, militari.

Se questo non era poi così imprevedibile, la reazione iraniana che verrà da domani invece lo è, senza ombra di dubbio: quasi certamente un enorme punto interrogativo lacerante per gli stessi ayatollah chiamati a rispondere allo strike americano per salvare la faccia, ma senza esagerare per non finire in una situazione tragicamente senza sbocchi.

Alla fine, tutti perdenti, è ovvio.

 

4 gennaio 2020

Foto: Gage Skidmore/Flickr

 

 

 



9 réactions


  • Fabio Della Pergola Fabio Della Pergola (---.---.---.107) 7 gennaio 11:50

    Sarebbe ora di dare una ridimensionata a tutte le forze reazionarie del mondo.


  • Persio Flacco (---.---.---.225) 10 gennaio 21:51

    Trump si è attribuito la responsabilità per la uccisione di Soleimani, ma non è detto che la abbia davvero. Potrebbe essersela attribuita per motivi di opportunità, per evitare un conflitto ingestibile che avrebbe coinvolto anche gli USA.
    Se a far fuori Soleimani fosse stato Israele Trump avrebbe dovuto fare ciò che ha fatto.


  • Fabio Della Pergola Fabio Della Pergola (---.---.---.107) 10 gennaio 23:23

    E nessuno nel frattempo (siriani, russi, turchi, iracheni e iraniani) si sarebbero mai accorti di un drone israeliano che si è fatto 1800 km tra andata e ritorno... che guerra facile sarebbe! O forse se ne sono accorti tutti, ma hanno pensato che era meglio prendersela con il Grande Satana anziché con il piccolo che è già lì, a portata di decine di migliaia di missili, razzi e mortai. Stupefacente. O, meglio, fantasmagorico.


    • Persio Flacco (---.---.---.225) 11 gennaio 01:11

      Da quelle parti di droni ne girano parecchi: https://thebulletin.org/2020/01/soleimani-and-beyond-5-ways-that-drones-have-destabilized-iraq/

      Se a far secco Soleimani è stato un drone, e non lo sappiamo per certo, la sua base di partenza può essere stata non tra quelle ufficiali, e anche prossima all’obiettivo. Si tratta di congetture ovviamente.

      La stranezza dell’operazione contro il generale iraniano inizia dalle scarse precauzioni prese da quest’ultimo, come se godesse di qualche salvacondotto da parte di chi controlla il territorio. E questo fa pensare che egli fosse impegnato in una missione considerata non ostile dai suddetti controllori. Probabilmente per risolvere o attenuare la situazione di crisi creata dagli attacchi all’ambasciata USA a Baghdad.

      Se fosse stato nella capitale irakena per una missione ostile è lecito pensare che si sarebbe mosso in modo differente. Di sicuro non su invito del governo irakeno, non su un volo di linea, non su un veicolo non blindato su un percorso prevedibile. Sono congetture, ma è assai improbabile che un uomo scampato a mille agguati sui teatri di guerra si sia esposto così ingenuamente se non avesse avuto garanzie di immunità di alto livello.
      Anche per questo è strano che l’ordine di ucciderlo sia partito dalla presidenza USA, ma non solo per questo.

      La mancata "presidenta" USA, Hillary Clinton, commentando l’uccisione di Soleimani ha dichiarato che se fosse stata lei alla Casa Bianca la guerra all’Iran sarebbe già cosa fatta. Al contrario, è noto che l’attuale presidente non solo non ha alcuna intenzione di impelagarsi in una impresa tanto rischiosa, ma ha chiaramente manifestato con parole e fatti l’intenzione di disimpegnare gli Stati Uniti dall’area.

      Cosa che ha mandato in paranoia più di ogni altro gli strateghi sionisti, che contano sulla presenza americana e sulla liquidazione del regime iraniano per mano degli USA puntano da anni. Israele è un Paese armato potentemente ma con una scarsa profondità strategica. Lo ha dimostrato chiaramente il conflitto con Hezbollah nel 2006.

      Dunque per quale motivo Trump avrebbe ordinato un deliberato atto di guerra contro l’Iran, quale è stato l’assassinio di un alto ufficiale iraniano e uomo simbolo di quel regime, con l’inevitabile conseguente impegno militare che ciò avrebbe comportato?
      O Trump ha improvvisamente ribaltato la sua linea politica generale riguardo al Medio Oriente, e non se ne comprende la ragione, oppure non è stato lui a ordinare l’operazione, ma ha ritenuto conveniente assumersene la paternità.
      Una scelta logica e plausibile solo se ad attuare l’operazione fosse stato Israele.

      Poniamo che così fosse stato e che gli USA avessero indicato Israele come responsabile della morte di Soleimani. In tal caso è ovvio che la reazione iraniana sarebbe stata indirizzata contro obiettivi israeliani. Trump avrebbe potuto evitare di coinvolgere gli USA nel conflitto? Improbabile: Congresso, mass media, opinione pubblica lo avrebbero costretto a schierarsi militarmente contro l’Iran, e questo avrebbe soddisfatto gli strateghi sionisti, che sono una manica di esaltati con la testa nella Bibbia.
      Assumendosi la responsabilità della morte di Soleimani Trump ha evitato questo e ora può gestire la crisi a suo modo.

      Se tutto questo ragionamento avesse fondamento potremmo assistere ad una "inspiegabile" e repentina distensione dei rapporti USA-Iran e ad una accelerazione del disimpegno americano nell’area.

      Una prospettiva che accrescerebbe la probabilità di altri episodi eclatanti tesi alla direzione contraria.


  • Fabio Della Pergola Fabio Della Pergola (---.---.---.107) 11 gennaio 09:58

    Base di partenza non "ufficiale"? Con tutti gli occhi che ci sono in quell’area nessuno si sarebbe accorto che qualcosa di "non ufficiale" si muoveva dove da tempo volano aerei, droni e missili? Congettura tirata per i capelli. Molto più credibile l’idea che gli americani volessero colpire qualcun altro e abbiano fatto saltare Soleimani per sbaglio o per caso.


    • Persio Flacco (---.---.---.225) 11 gennaio 11:04

      L’errore di persona mi sembra una congettura ancor meno credibile.

      Altra ipotesi è che Soleimani era diventato pericoloso per almeno una parte del regime iraniano, come Cesare per Bruto. Il Generale controllava una forza potente e pervasiva anche verso l’interno, e aveva acquisito un enorme prestigio nella lotta all’ISIS. E se il regime iraniano avesse voluto far evolvere positivamente i rapporti con gli USA per allentare le sanzioni che stanno strozzando il Paese, e se questo, come è probabile, fosse stato lo stesso intendimento dell’Amministrazione Trump (vedi esempio Nord Corea) è possibile che vi sia stato un comune interesse a toglierlo di mezzo.

      Rimane il fatto che per gli strateghi sionisti non c’è ipotesi peggiore di questa. Un accordo Washington-Teheran darebbe a Trump ulteriori occasioni per il disimpegno USA dall’area e ridurrebbe al minimo la possibilità che gli americani rovescino il regime iraniano con le cattive.

      Nelle loro intenzioni, la scomparsa del Babau iraniano, che consente loro di mantenere alto l’allarme per la "minaccia esistenziale" verso Israele, preziosa per fare proselitismo e convincere gli ebrei a mettersi sotto le muscolose ali del sionismo, sarebbe positiva solo in caso di sua cancellazione. Solo in questo modo il loro imperialismo messianico potrebbe dispiegarsi liberamente sotto il segno divino della sconfitta di tutti i "nemici" di Israele.

      Altro che Holmert, che predicava la rinuncia al sogno della Grande Israele in cambio della pace: sarebbe il trionfo di Netanyahu, quello che in piazza invocava l’assassinio di Rabin il "traditore". Soprattutto sarebbe il trionfo dei suoi alleati integralisti messianici. Gente pericolosa, pronta a tutto per realizzare quello che ritengono il volere di Dio.


  • Fabio Della Pergola Fabio Della Pergola (---.---.---.107) 11 gennaio 12:49

    Che Netanyahu abbia solleticato i timori dell’intera cittadinanza israeliana – peraltro facilitato in questo dall’attività continua di Hezbollah, Hamas, Jihadisti e loro complici e alleati – è un dato di fatto innegabile.

    Che quei timori fossero campati in aria è altrettanto innegabile. Basti pensare che il programma atomico esisteva – in caso contrario a che sarebbe mai servito un accordo? – e che Israele è un paese in cui la maggior parte della popolazione e del suo potenziale produttivo è racchiusa in un territorio grande come la provincia di Bari. Un solo ordigno nucleare piazzato lì sarebbe sufficiente a far sparire lo stato (come sogna dal 1948 l’intero mondo islamico).

    Quello che i solerti critici del sionismo fanno finta di non vedere è che se Israele non fosse stato sotto attacco nei primi trent’anni della sua esistenza, probabilmente gente come Netanyahu non sarebbe mai arrivata al potere.


    • Persio Flacco (---.---.---.225) 11 gennaio 20:38

      Non voglio imbarcarmi nella ennesima polemica sterile, ma posso dire che sull’argomento la interpretazione egemone è senza dubbio viziata. Ed è stata viziata con una abilità mostruosa. Ne sono certo perché analizzo da una vita il sionismo, e non per un freddo interesse culturale.
      La voglio confondere un po’: se essere sionista significa volere che Israele viva e prosperi allora io sono sionista. smiley Eppure è per questo che detesto il sionismo.

      Riguardo alla scarsa profondità strategica di Israele: non serve un ordigno nucleare per colpirlo duramente: per questo ho citato il conflitto con Hezbollah del 2006.

      Per finire la domanda che dovrebbe porsi chi porta il suo piccolo o grande contributo alla corrente che persegue la guerra all’Iran: "Sono sicuro che l’Iran voglia distruggere Israele?"

      La realtà potrebbe essere meno semplice di quanto molti "sionisti" pensano.

      Purtroppo quando semplicità e complessità si scontrano in una mente superficiale o distratta, la prima ha sempre la meglio.
      Un piccolo contributo a davore del chiaroscuro da fonte non [molto] sospetta: http://moked.it/blog/2016/06/07/italia-iran-viaggio-tra-i-pregiudizi/


  • Fabio Della Pergola Fabio Della Pergola (---.---.---.107) 11 gennaio 12:50

    Che quei timori NON fossero campati in aria... Ovviamente un refuso


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