martedì 20 ottobre - Riccardo Noury - Amnesty International

Domani in Turchia il processo per l’assassinio dell’avvocato Tahir Elçi

Inizierà domani presso il tribunale di Diyarbakır il processo contro tre agenti di polizia e un sospetto militante del Partito dei lavoratori del Kurdistan accusati dell’assassinio del noto avvocato per i diritti umani Tahir Elçi, avvenuto il 28 novembre 2015 al termine di una conferenza stampa tenuta nella città del sud-est della Turchia.

La conferenza era stata indetta per chiedere la fine della violenza, dopo che il famoso minareto di Diyarbakır era stato danneggiato negli scontri tra forze di sicurezza turche e militanti del Pkk. Alla fine dell’incontro con la stampa, Tahir Elçi disse:

“Qui non vogliamo armi né scontri né operazioni di polizia”.

Secondo la ricostruzione dei fatti, gli agenti di polizia spararono contro due sospetti militanti del Pkk in fuga centrando Tahir Elçi che si trovava ai piedi del monumento.

La scena del crimine non venne transennata e indagini approfondite non vennero avviate se non quattro mesi dopo. Gli agenti di polizia presenti vennero inizialmente interrogati come testimoni.

Solo dopo la pubblicazione di un rapporto di “Architettura forense”, che nel 2019 giunse alla conclusione che con ogni probabilità l’assassino era stato uno dei tre agenti presenti sul luogo del delitto, questi da testimoni sono diventati imputati. Rischiano una condanna per “morte causata da negligenza colposa” e una condanna da due a sei anni di carcere.

Tahir Elçi era il presidente dell’Ordine degli avvocati di Diyarbakır. Aveva rappresentato numerose vittime di violazioni dei diritti umani di fronte ai tribunali turchi e poi presso la Corte europea dei diritti umani, lavorando fianco a fianco con varie organizzazioni per i diritti umani, compresa Amnesty International.

Nelle settimane precedenti il suo assassinio era stato al centro di una campagna denigratoria e aveva ricevuto minacce di morte, da lui regolarmente denunciate e rese pubbliche. Le autorità, anziché attivare misure di protezione, avevano aperto un procedimento contro di lui per accise del tutto inventate.

Le intimidazioni erano iniziate dopo la partecipazione di Tahir Elçi a un programma televisivo nel quale aveva affermato che il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) non era un gruppo terroristico ma un movimento politico armato che godeva del sostegno popolare.

“Il giorno in cui un avvocato che credeva nella lotta contro la guerra e la violenza è stato ucciso di fronte a tutti si è aperta una ferita, che rimane tuttora tale, nella società. Sebbene con un ritardo di cinque anni, speriamo nella giustizia. Non abbiamo abbandonato la nostra fiducia nella legge”.

Sono le parole della vedova di Tahir Elçi, Türkan. Ci auguriamo che abbia ragione.

 




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