mercoledì 3 giugno - Osservatorio Globalizzazione

“Divided we stand”: la crisi del modello statunitense

L’uccisione di George Floyd a Minneapolis ha scatenato la rabbia e la protesta della comunità afroamericana, mettendo a repentaglio la stabilità del modello economico, sociale e politico statunitense. Il “Sogno Americano” di realizzazione individuale e arricchimento attraverso il lavoro appare ora più che mai appannato.

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Alcuni dati aiutano a capire la disuguaglianza che divora gli Stati Uniti e a contestualizzare la rabbia sociale esplosa negli USA dopo i fatti di Minneapolis. Il “male oscuro” degli Stati Uniti, ciò che veramente alimenta la rabbia di questi giorni, è più profondo del razzismo: è la costituzione di una società su più livelli, di matrice quasi castale. Dall’élite di Wall Street, dopata nell’era #Trump dal più grande trasferimento di ricchezza dal 99% all’1% che la storia americana ricordi grazie alla riforma fiscale dell’amministrazione e che, come ci ricorda Giacomo Gabellini, ha avuto per la prima volta un’imposizione fiscale inferiore a quella della classe lavoratrice, agli abitanti delle periferie urbane e delle regioni dell’America profonda più depressa economicamente. Su cui la crisi del coronavirus, che ha prodotto oltre 40 milioni di disoccupati e un’incertezza sociale senza precedenti, impatta con durezza estrema, creando un’ulteriore tensione sociale detonata dopo i fatti di Minneapolis con la rabbia della comunità afroamericana.

Questa comunità, come dimostrano diversi dati, risulta tuttora emarginata e gravata di diverse problematiche: il primo grafico, del Financial Times, ci testimonia la grande divaricazione nella distribuzione della crescita della disoccupazione negli States nel corso della crisi del coronavirus, a tutto sfavore degli afroamericani.

Il boom della disoccupazione negli Usa.

Ma c’è di più: una recente analisi di VoxEu ha dimostrato quanto la Grande Recessione abbia impattato nella distruzione delle prospettive economiche delle minoranze, riducendo drasticamente il rapporto tra la ricchezza posseduta da ispanici e afroamericani e quella della maggioranza bianca della popolazione, come si vede nel secondo grafico.

La ricchezza posseduta mediamente dagli afroamericani è meno di un sesto di quella posseduta dalla maggioranza bianca.

Infine, nel terzo grafico, tratto da uno studio di Forbes vediamo come gli afroamericani siano a ruota anche nell’esposizione al debito privato, che in rapporto agli asset posseduti è ampiamente fuori scala, sfondando mediamente la quota di ricchezza di circa il 40%. Nel modello statunitense centrato sul consumo a debito gli afroamericani risultano i più esposti a default e esclusione nella corsa a mantenere, artificialmente, le stesse possibilità della maggioranza della persona che il modello statunitense non garantisce universalmente: accesso alle università, mutui, prestiti per l’acquisto di auto e via dicendo.

La spirale del debito privato travolge gli afroamericani

“Divided we stand”: così dovrebbe essere il motto degli Stati Uniti. Un Paese dove, come ci ha ricordato Amedeo Maddaluno, le faglie interne si costituiscono sempre più come fattore di divisione. Faglie politiche (Stati della costa contro Stati “profondi”), faglie economiche (Wall Street contro Main Street), faglie etniche e faglie sociali: non va dimenticata, al pari delle inquietudini afro-americane, la debolezza di un’altra categoria critica, i lavoratori bianchi di middle class e mezza età degli Stati “profondi”, colpiti negli scorsi anni con durezza dalla deindustrializzazione e dalla crisi economica e risultati decisivi nel 2016 nell’elezione di Donald Trump.

La fascia sociale in questione risulta una di quelle psicologicamente più fragili e la più esposta a minacce quali l’alcolismo, la dipendenza da oppiacei e il suicidio, e il quarto grafico ce lo testimonia. Le morti per queste problematiche sono più che raddoppiate per i cittadini bianchi tra i 50 e i 54 anni dall’inizio del millennio ad oggi.

Le faglie degli States sono tante, e problematiche: c’è da scommettere che nei prossimi anni saranno milioni i cittadini che si interrogheranno sulla sostenibilità di un modello fondato sulla competizione, individualista e con la tendenza a escludere quelli che sono ritenuti i suoi “perdenti”. E questa è una riflessione che va ben oltre il voto, già di per se cruciale, delle presidenziali di novembre.

Foto di Mediamodifier da Pixabay 




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