Disastroso effetto valanga in economia
Come fu che l'economia e la finanza si sostituirono alla politica e all'economia reale? Adesso, infatti, il mondo è in mano ai nuovi plutocreati aspiranti monarchi alla Trump.
E’ innegabile che oggi il mondo è in mano a quattro cinici plutocrati senz’anima, né empatia e moralità, che usano le istituzioni che vanno ad occupare anche grazie al loro immenso potere economico e mediatico propagandistico e manipolatore, che adotta la menzogna più sfacciata come principale strumento politico, con l’unico obiettivo di moltiplicare il volume dei loro affari privati e quindi la loro già sproporzionata e disgustosa ricchezza e sterminato potere; chiaramente tutto a svantaggio delle masse. Ora vien da chiedersi come si può fermare e invertire tutto questo depravato e orrido sistema politico- economico, che affonda le sue solide basi su una costruzione lenta e più o meno volontaria e cosciente iniziata circa quattro decenni fa da soggetti, appunto, senz’anima e né empatia e moralità, di smantellare, un pezzo alla volta, ogni progresso sociale e i diritti annessi conquistati, anche col sangue, grazie alla visione profondamente umana ed empatica di persone virtuose in un paio di secoli, basato sulla democrazia e sull’uguaglianza fra i popoli? Smantellare cioè tutto ciò che nel loro depravato disegno hanno considerato e considerano tutt’oggi, in un modo, se possibile, ancora più esasperato e sfacciatamente evidente, un ostacolo per l’evoluzione d’un sistema politico, economico e sociale capitalistico totalmente deregolato e quindi selvaggio e cinico, appunto senz’anima, né empatia e moralità, dove l’unico dio è il profitto economico; un’economia che ha come unico obiettivo quello finanziario e non quello di strumento di promozione del benessere sociale ed umano; il dio denaro appunto e il suo illimitato e scatenato obiettivo dell’auto-moltiplicazione. Ben distante da quello evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il nome dell’esiziale disegno sopra descritto di più immediata comprensione e per un più chiaro inquadramento economico-sociale che mi viene in mente è “iperliberismo” con le sue degenerate teorie economiche scaturite dalle menti più brillanti degli economisti statunitensi della cosiddetta “Scuola di Chicago”, i cui principali esponenti furono i premi Nobel: Milton Friedman, George Stigler e Gary Becker. Forse non avevano nemmeno minimamente previsto le disastrose conseguenze politiche e sociali causate dall’applicazione sempre più sistematica delle loro teorie economiche liberiste. Ad ogni modo, ora che abbiamo grosso modo un “nome”, serve capire quale rimedio oggi è possibile per invertire il sistema che ci ha condotto all’attuale nuovo ordine mondiale, dove è la forza bruta e muscolare a farla da padrone e non più il buon senso dei trattati internazionali, per quanto imperfetti possano essere stati. Intanto penso che noi cittadini comuni siamo di gran lunga più numerosi, e se solo fossimo più consci della forza dell’unione del popolo dentro le cabine elettorali di mezzo mondo, quanto meno quello occidentale dove conta ancora qualcosa il singolo voto, e ci informassimo meglio individuando i mezzi d’informazione non al servizio dell’establishment bensì unicamente della verità dei fatti, riuscendo in tal modo a riconoscere i politici che fanno realmente i nostri interessi, andando quindi oltre la spregevole propaganda mediatica, questi quattro beceri padroni del mondo comincerebbero a sentire le scosse telluriche sotto i piedi! “Il popolo unito non sarà mai vinto”, “El pueblo unido jamàs será vencido”, dice la famosa canzone del musicista cileno Sergio Ortega. Oggi il mondo si sta restaurando molto similmente all’Ancien Régime. Ai vertici possiamo notare gli aspiranti monarchi arcimiliardari alla Trump e compagnia brutta totalmente priva di scrupoli, che numericamente sono un’inezia ma che vanno acquisendo un potere sempre più incontrollabile e pervasivo grazie alla loro strabordante ricchezza. Un po’ più giù c’è l’aristocrazia o, meglio, la classe nobiliare composta dai più o meno grandi capitalisti che possiedono i mezzi della produzione industriale mondiale in generale, specie, ultimamente, quella delle armi che spinge gli aspiranti monarchi a consumare i loro prodotti attraverso la restaurazione della logica della guerra come difesa da nemici più fantastici che reali: “Si vis pacem, para bellum.” è la formula con cui tentano di convincere anche l’opinione pubblica della necessità del riarmo, tagliando pure il welfare, quando si sa che è sempre il popolo l’unico a subire le vere perdite nelle guerre: le vite loro e dei loro figli. Speriamo che non riescano a convincerci mai! Nel mezzo poi ci sono i vassalli, i veri esecutori materiali della degenerata ideologia capitalistica delle prime due categorie sopra elencate, cioè i politici asserviti d’Europa e degli USA e degli altri tre continenti più poveri. Infine, sul gradino più basso, ci sono i sudditi, cioè noi comuni cittadini, molti dei quali appartenevano alla media borghesia, al cosiddetto ceto medio, sempre più impoveritao fino alla quasi sua totale dissoluzione a causa delle teorie iperliberiste di cui si parlava prima. Come vedete, tutto sommato la mia idea di rivoluzione e di lotta per il rovesciamento dall’attuale ordine mondiale è molto semplice: appunto è quella di impugnare una matita copiativa dentro una cabina elettorale e segnare con una crocetta il partito e il candidato che ha già dato prova di stare dalla parte dei cittadini e decisamente contro l’establishment. Ovviamente per non sbagliare partito e candidato occorre sapersi informare bene per non lasciarsi manipolare dai media che incensa il potere. In fondo non è affatto complicato distinguere gli organi d’informazione seri e che sono al servizio della verità e quindi non dei potenti, da quelli che invece servono quest’ultimi, molti dei quali si sono trasformati direttamente in editori padroni, comprandosi giornali e televisioni, manipolando così la verità unicamente a loro vantaggio. Naturalmente, anche quando i potenti non sono proprietari di media riescono a manipolare l’informazione controllando le TV di Stato, come accade da noi in Italia ma non solo, ovviamente. Ad ogni modo, adesso un po’ di storia, descritta anche con l’ausilio della narrativa. Una rivisitazione della storia politico-sociale-economica recente, riferita ai circa quattro decenni scorsi, che avevo già pubblicato nel lontano 2012, ma che alla luce dei recenti avvenimenti mondiali non risulta affatto superata, purtroppo, e anzi risuona più che mai attuale e anche profetica negli aspetti riguardanti più la riflessione personale e l’analisi della cronistoria degli ultimi quarant’anni. Perciò voglio riproporla, con piccolissime aggiunte e i necessari aggiustamenti del caso. Ricominciamo dunque. Un venerdì sera, esattamente alle ore 19.30 del 12 maggio 1974, un operaio licenziato, il Sig. Marvin Sellers di Tucson, Arizona, mentre faceva i suoi conti domestici comprese che la spesa del nuovo surgelatore appena comprato era superflua e non più sostenibile, e dice alla moglie che devono restituirlo. A Phoebe, la moglie, dispiace, giacché quello vecchio, seppur funzionante, ce lo avevano ormai da quattro anni ed era pure di colore bianco, non più di moda. Marvin però non desiste e lo riporta al negozio di elettrodomestici. Da quel gesto si innesca una grave crisi economica, poiché il negozio chiude, così pure tanti altri, gli USA vanno in recessione e così pure tutto il mondo. Ovviamente, la metafora è altamente iperbolica e paradossale, ma dà il senso di come funziona il mondo economico moderno, dove la sua crescita e salute può accadere soltanto quando la produzione è direttamente proporzionale al potere di acquisto dei salari e degli stipendi del ceto medio. Se questo delicato ed essenziale equilibrio si rompe per un tempo sufficientemente lungo, accadono le crisi economiche per sovrapproduzione di beni, con stop o rallentamento della produzione per compensare i bassi consumi, licenziamenti, disoccupazione, inflazione e successive stagnazione, recessione o stagflazione, cioè recessione e inflazione insieme, un circolo vizioso micidiale per l’economia e soprattutto per la popolazione che diventa sempre più povera. La metafora sopra esposta, tanto paradossale quanto, purtroppo, profetica, è l’incipit del romanzo fantasy intitolato “Effetto valanga” dello scrittore americano Mack Reynolds (“Depression or dust, 1974” il titolo originale). Essa anticipa in un modo apparentemente bizzarro ma oggi abbastanza realistico, la crisi economica cominciata sul finire degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, riacutizzatasi nel 2001 a causa della bolla finanziaria internettiana, esplosa poi con maggiore micidiale evidenza nel 2008, e oggi vissuta nei suoi tragici effetti, ma principalmente sulla pelle delle fasce più deboli della popolazione di tutto il globo. Nel romanzo di Reynolds si ha un lieto fine, dove un agente in missione top secret va a trovare il Sig. Sellers: “… E gli consegnò un fascio di banconote con l’ordine di andarsi a riprendere il surgelatore. … E fu così che il negozio riaprì, riaprirono le fabbriche, il Signor Sellers ritornò a lavorare e l’economia americana finalmente ripartì. Il mondo fu salvo.” Oggi non sembra che ci sia un agente segreto che consegni banconote ai disoccupati (e ai poveri aggiungerei io), per incentivarne i consumi e far ripartire l’economia. Anzi, avviene tutt’altro: si abbassano i redditi dei lavoratori con la conseguente compressione dei consumi, nuove sovrapproduzioni e nuove crisi. Già da un quarantennio, non solo è un dramma acquistare nuovi surgelatori, nuove lavatrici, nuovi televisori o personal computer, o automobili usate o nuove (se non ricorrendo al prestito, per chi ha la fortuna di avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato), ma alla lunga il dramma ha riguardato anche i beni di prima necessità; e di ciò ne abbiamo alcune avvisaglie nella proliferazione e il sovraffollamento delle mense dei poveri europee e anche statunitensi, le “soup kitchens”, le cucine della zuppa, cibo dei poveri, appunto. Le crisi economiche o Grandi Depressioni degli anni 1873-1895 e degli anni ’20 culminata nel crollo di Wall Street del 29 ottobre del 1929 (martedì nero o Big Crash) e nella depressione degli anni ’30, portarono come estrema “soluzione” alle due guerre mondiali. Ora, quantomeno ci si augura che le altre quattro grandi crisi economiche degli ultimi quarant’anni anni, compresa quella devastante provocata dal lungo e necessario lockdown che per fortuna, laddove è stato applicato, ha limitato moltissimo la diffusione del SARS-CoV-2 (anche se ha rallentato e in certi casi fermato, purtroppo, l’economia), servano da “lezione” per rivedere e riorganizzare l’intero assetto sociale, economico, finanziario e politico mondiale. Perché, come già anticipato, ciò che fondamentalmente accomuna le grandi crisi economiche sono i redditi bassi, e quindi l’insufficiente domanda di beni da consumare, con le conseguenti sovrapproduzioni (dovute anche alla tecnologia che si evolve e alle accresciute potenzialità produttive), licenziamenti e nuova povertà, in un micidiale circolo vizioso. Alla luce delle citate crisi, ci si fa l’idea che per prevenirle, o combatterle, con meno shock sociali e meno contraccolpi economici possibili, servono più politiche sociali e meno iperliberismo a livello planetario, il quale è troppo deregolato, egoista e fondamentalmente cinico e disumano, che guarda principalmente al profitto immediato e non alle future conseguenze sociali sui ceti meno abbienti, che hanno sempre meno da spendere per acquistare beni e servizi. Con apparente “poca lungimiranza”, i grandi capitalisti (che in realtà spostano i loro investimenti nel più conveniente mondo finanziario per fare ugualmente profitti “producendo” e moltiplicando denaro che incetta altro denaro) lasciano precipitare con indifferenza l’economia mondiale nel micidiale circolo vizioso sopra detto. Gli abitanti del Terzo Mondo poi non rientrano nemmeno nella categoria dei consumatori, ma in quella degli sfruttati ridotti alla fame, alla sete ed esposti alle malattie. Con i vaccini e gli altri farmaci però, comunque sempre insufficienti, essi fanno a loro insaputa, guarda un po’!, un salto di categoria e diventano “consumatori indiretti di farmaci essenziali” grazie alla generosità di varie associazione di volontariato e di quella di privati cittadini. Adesso proviamo ad analizzare, con la massima sintesi possibile, quali furono le cause delle tre grandi crisi economiche del passato. E’ sempre successo che, all’aumento della produttività dei vari settori dovuta al progresso tecnologico e all’aumento del numero dei Paesi industrializzati, non è corrisposto un proporzionale aumento del potere di acquisto dei redditi della popolazione, che comportò la saturazione dei beni, la chiusura di molteplici attività, disoccupazione e povertà. All’opposto dell’ancien régime, quando le crisi significavano carestie per sottoproduzione, le crisi moderne sono causate, come prima detto, dalla sovrapproduzione. In più, l’anomalia del sistema finanziario privo di regole ha sempre prodotto innumerevoli attività speculative, già a partire dagli anni ’20, il cui interesse è gonfiare artificialmente i titoli di borsa con fraudolente dichiarazioni ottimistiche, che invece non corrispondono a un effettivo aumento della produzione e della vendita dei beni. I detentori di tali titoli gonfiati sono persone appartenenti alla media borghesia che in breve anch’essa ha perduto i suoi risparmi e il suo potere d’acquisto, cosa che aggrava ulteriormente il crollo progressivo della domanda dei beni di consumo. E’ accaduto anche oggi, dove il ceto medio praticamente è scomparso e sono rimasti quello impiegatizio e dei pensionati, che non possono sfuggire alla tassazione e sono ridotti a consumatori di soli beni essenziali per il mutuo soccorso familiare. Altri, con stipendi più fortunati, si possono concedere anche qualche bene di consumo voluttuario. Poi ci sono a salire, secondo le categorie dell’inizio, i vassalli (i politici compiacenti), la classe nobiliare (i detentori dei mezzi di produzione) e al vertice gli aspiranti monarchi, gli ultra miliardari sempre più miliardari grazie a questo diabolico sistema economico, oltre all’utilizzo sempre più spregiudicato delle istituzioni a proprio vantaggio dove parlare ormai di semplice conflitto d’interessi è ridimensionare il feroce e pericoloso fenomeno. Basti pensare che Trump e famiglia in questo secondo mandato ha aumentato la sua ricchezza di due miliardi di dollari. Si tratta quindi piuttosto della progressiva presa di possesso delle stesse istituzioni, fregandosene e scavalcando ogni gerarchia e distribuzione dei ruoli nel governo e nel Congresso e persino nel Pentagono. Tornando nuovamente al passato, la conseguenza politica della prima grande crisi (1873-1895) fu il colonialismo. I dazi doganali erano stati la risposta istintiva dei governi per rimediare alla concorrenza e alla caduta dei prezzi. Le imprese capitalistiche credettero così che trovare nuovi mercati in Paesi non industrializzati potesse risolvere il problema della sovrapproduzione e dei dazi, ma in realtà questi erano mercati poco significativi e le colonie servirono soprattutto come ricchi bacini da cui rifornirsi di materie prime e per reclutare manodopera a basso costo per produrre beni. Oggi tutto ciò si chiama semplicemente delocalizzazione delle aziende e sfruttamento della manodopera dei Paesi poveri e le grandi multinazionali sfruttano direttamente le risorse, principalmente minerarie ed energetiche, dei Paesi del Terzo Mondo con la complicità dei governi occidentali. Allora le tensioni economiche del periodo colonialista combattute con i dazi sfociarono nella prima guerra mondiale. Senza di questa la crisi del ’29 sarebbe giunta prima. Quella che però sembrò la soluzione alla prima crisi economica, infine portò alla seconda crisi (appunto quella del ’29), dato che anche i mercati coloniali arrivarono al punto di saturazione; solo che la situazione internazionale non era ancora tale da poter scatenare una seconda guerra mondiale; ma la depressione economica degli anni ’30 alla fine si concluse proprio con lo scoppio di essa. L’economista canadese John Kenneth Galbraith (1908-2006), individuò almeno cinque fattori di debolezza nell’economia americana responsabili della seconda crisi (1929): cattiva distribuzione del reddito; cattiva struttura o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie; cattiva struttura del sistema bancario; eccesso di prestiti a carattere speculativo; errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l’economia). La Scuola austriaca invece afferma il contrario, e cioè che fu l’eccessivo intervento statale nell’economia, a partire dagli anni ’10 con il presidente Woodrow Wilson, a causare la Grande Depressione. Secondo il maggiore esponente di tale scuola, l’economista statunitense Murray N. Rothbard (1926-1995), la causa principale sarebbe stata la politica monetaria inflazionistica della Federal Reserve, creata nel 1913; anche se c’è da dire che, come molte altre banche centrali, essa è un organismo indipendente dal governo. In pratica Rothbard sostiene che la continua dilatazione del credito attraverso tassi mantenuti artificialmente bassi e il loro successivo inevitabile rialzo, causò il crollo di Wall Street. Comunque, la prima tesi sembra quella che più si attagli quantomeno alla crisi odierna, dato che l’intervento degli Stati nell’economia è solo un ricordo del lontano passato, a parte la perversa dilatazione del credito che purtroppo è ridivenuta attuale. E’ bene ricordare che la controrivoluzione antikeynesiana rappresentata da cinquant’anni anni di applicazione della teoria iperliberista elaborata dalla Scuola di Chicago di Economia, ha determinato l’attuale disparità sociale, dove l’equa distribuzione della ricchezza è solo un miraggio. Secondo tale teoria, fra le altre esigenze di un capitalismo puro, svincolato da qualsiasi intervento statale e che si autoregoli secondo leggi di natura che mantengono il giusto equilibrio tra domanda e offerta, c’è anche la libertà di applicare i prezzi giusti e non imposti: quindi anche la riduzione dei salari se necessita. Il guaio è che tale riduzione è solo funzionale al massimo profitto immediato; infatti, l’iperliberismo non contempla affatto saggi e lungimiranti autocorrettivi salariali (data l’assenza di interventi statali, anche se, quando si tratta di salvare le banche, essi sono necessari nella perversa logica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite), magari accontentandosi ogni tanto di minori profitti per mantenere costantemente acceso il motore economico. No! Questo concetto è proprio antitetico a quello del dio denaro e del massimo profitto, anche al costo della distruzione dell’economia, che è quello che è accaduto più volte e che sta succedendo ancora, dimostrando anche la cecità e mancanza di visione del capitalismo selvaggio senz’anima ma anche carente di menti brillanti dotati di visioni, cosicché questo capitalismo balordo tenta di perpetuarsi convertendo di decennio in decennio il sistema economico, dalla produzione di beni alla finanziarizzazione, e ancora, per sopravvivere all’interno di una concezione tanto limitata quanto cinica, a quella del riarmo. L’industria della guerra fra l’altro contempla e brama quella conseguente ad ogni guerra: la ricostruzione. Distruggere e ricostruire, non secondo la concezione delle varie palingenesi, in cui metaforicamente il fuoco brucerebbe la corruzione del mondo per rigenerare lo spirito umano, che è anche vagamente comprensibile, ma secondo il bassissimo concetto del profitto fine a se stesso. Tutto ciò dimostra quanta povertà di pensiero (manifesto nella loro povertà di linguaggio), di spirito, di moralità e di visione umana contraddistingue questi moderni arcimiliardari, capaci di servirsi della migliore tecnologia prodotta dall’ingegno umano ma da cui sono miseramente esclusi per manifesta incapacità intellettuale e culturale, per soddisfare i loro meschini e bassi e malintesi istinti di sopravvivenza a discapito del genere umano e finanche del Pianeta, a giudicare da quanto poco lo considerano casa propria da rispettare e salvaguardare. E’ come affidare una Ferrari o un altro sofisticato gioiello tecnologico ad un antenato rimasto fermo al livello evolutivo dell’abitante delle caverne! Che forse era finanche superiore in spirito e arte, considerate il lascito delle pitture rupestri. Cosicché quel motore di cui sopra governato da tanta ignoranza e mancanza di reale lungimiranza, a un certo punto, quando la perdita del potere di acquisto delle retribuzioni diventa critico, si spegne e arriva la saturazione dei beni prodotti, cioè, la vera crisi in un sistema economico così concepito, i cui capisaldi sono la deregolazione (o deregulation o il laissez-faire in economia), le privatizzazioni e i tagli consistenti alla spesa sociale. Purtroppo sembra che i sostenitori della teoria iperliberista non abbiano le idee molto chiare su come risolvere costruttivamente le crisi economiche, che sono ormai sistemiche giacché assurdamente ripropongono le stesse ricette che le hanno provocate, e a cui pare che i governi non sappiano opporsi, accanendosi nelle misure di austerità solo sulle fasce più deboli della popolazione. Se i governi attuano solo rigore privo di equità e soprattutto non badano alla crescita, ogni recessione è destinata ad aggravarsi. Ormai è evidente la totale e scellerata svolta autoritaria attuata dal potere finanziario e capitalistico; ed è altrettanto chiaro il rischio del ritorno, senza esagerazione, all’ancien régime, dove non si capisce a che potranno servire gli immensi profitti accumulati da questo manipolo di uomini rozzi e corrotti in un mondo depauperato nelle sue risorse naturali e fortemente inquinato, destinato solo al decadimento sociale, culturale e pure scientifico e tecnologico, se sempre meno persone avranno la possibilità socio-economica di accedere alla conoscenza. Il già prima citato Milton Friedman (1912-2006), economista statunitense e Premio Nobel nel 1976, è stato il maggiore esponente della Scuola di Chicago. Il suo pensiero ha influenzato fortemente le scelte economiche del governo britannico di Margaret Thatcher e di quello statunitense di Ronald Reagan. Questi governanti avevano però capito, a ragione, che le teorie d’un siffatto capitalismo puro non potevano essere applicate nelle democrazie mature, le quali avrebbero rispedito a casa i politici che avessero voluto adottarle, ma erano benvenute nelle dittature di destra. Infatti, nella metà degli anni ’70 il Ministero dell’Economia del Cile di Pinochet, presieduto dal tecnico José Pinera, le adottò avvalendosi dei consigli dello stesso Friedman e assumendo i “Chicago boys” (economisti cileni formatisi alla Scuola di Chicago), provocando disoccupazione e miseria. La Thatcher però dimostrò che tali teorie potevano essere applicate anche in una democrazia occidentale, sfruttando un momento di grave crisi politica come la guerra nelle Falkland (1982) e lo sciopero dei minatori inglesi (1985). Ciò diede la stura alle teorie iperliberiste e inaugurò un nuovo tipo di capitalismo: quello dei disastri. Per chi lo volesse approfondire consiglio il saggio di Naomi Klein “Shock Economy”. Inoltre, la regola di politica monetaria di Friedman, incentrata sul controllo della crescita della massa monetaria, è ancora adottata dalla Federal Reserve e dalla BCE. Facendo ancora qualche passo indietro nella storia, resta da dire che come risposta alla crisi del ’29 che aveva messo in ginocchio diverse banche, il Congresso degli Stati Uniti nel 1933 varò la legge bancaria Glass-Steagall Act; ma nel 1999, con la promulgazione della legge bancaria Gramm-Leach-Bliley Act da parte dell’allora Presidente degli USA Bill Clinton, essa venne abolita. In tal modo si avviò lo stesso micidiale meccanismo finanziario speculativo deregolato di allora, che sfociò nelle ultime crisi economiche mondiali. La Glass-Steagall Act introduceva misure che limitavano la speculazione degli intermediari finanziari, separando nettamente le attività bancarie tradizionali e quelle di investimento (cioè una Banca poteva essere solo commerciale o d’investimento), e scongiuravano i panici bancari, cioè la corsa agli sportelli, con l’istituzione della Federal Deposit Insurance Corporation. Una volta abrogata si costituirono gruppi bancari che al loro interno hanno permesso, seppur con alcune limitazioni, di esercitare sia l’attività bancaria tradizionale che l’attività di investimento bancario e assicurativo. Ciò ha determinato le disastrose bolle speculative dei primi anni del 2000, che insieme alla politica del credito con bassi tassi d’interesse (variabile, che poi s’impenna tragicamente) per stimolare la cosiddetta “economia del debito” e soprattutto con la proliferazione dei “subprime” (prestiti concessi a debitori con pregressi problemi di solvibilità e quindi ad alto rischio d’insolvenza), sono sfociate nella grave crisi economica del 2008, con il fallimento di importanti banche statunitensi che trascinarono nella crisi il mondo intero, dato l’avanzato stato di globalizzazione dell’economia. Le agenzie di rating non sempre forniscono dati precisi sulla solidità e solvibilità delle società o dei Paesi che emettono titoli sul mercato finanziario. Per esempio, è successo, infatti, che avevano assegnato un rating alto, come la tripla A (massima affidabilità) alle obbligazioni emesse dalla Parmalat poco tempo prima del suo crac, o a quelle garantite dai mutui subprime concessi dalle banche americane, ad esempio la Lehman Brothers, poco prima del suo fallimento. Il problema sta nel fatto che le agenzie di rating sono delle società partecipate da grosse multinazionali, per cui il conflitto di interesse non si può escludere a priori e il sospetto che le loro capacità di previsioni non siano sempre precise si può insinuare anche nelle menti del comune osservatore. D’altronde, se ci fossero agenzie di rating statali, il sospetto si insinuerebbe ugualmente poiché le previsioni potrebbero non essere sempre oggettive e trasparenti. Comunque a quanto pare il mondo s’è ridotto a un enorme e micidiale intreccio di conflitti di interessi privati, che di fatto hanno svuotato il nobile concetto di democrazia del suo reale significato. L’ambiguo ruolo delle banche centrali ne è un altro esempio; con la loro totale indipendenza dai governi sulle politiche monetarie da attuare, specie quello della BCE che grazie al suo statuto, che è un vero mostro giuridico, insegue unicamente l’obiettivo della stabilizzazione dei prezzi per evitare fenomeni d’inflazione, provoca sempre la drammatica riduzione della liquidità in circolazione e quindi uno scarso credito alle famiglie e alle imprese che invece sono motori economici fondamentali se regolarmente e correttamente riforniti di denaro. Cosicché la BCE lascia l’onere della crescita alle politiche fiscali dei singoli Stati, accomunati dall’euro ma non da una politica fiscale, i quali, per avere liquidità sono costretti ad aumentare i prelievi fiscali e il debito pubblico. Saranno dei validi motivi, ma una Banca Centrale che non ha ingerenze statali e per di più indirizza, o detta tramite letterine ai governi (magari costituiti da tecnici con un passato di banchieri) le politiche economiche, di fatto inficia le democrazie. Le banche centrali indipendenti sono nate, o tali si sono trasformate, per limitare la discrezionalità degli Stati di creare moneta, specie quelli politicamente più instabili, che abusandone potevano determinare pericolose inflazioni o iperinflazioni. Tale rischio si palesò dopo l’abbandono del sistema aureo classico, quando la creazione di denaro era vincolato dalla quantità delle riserve auree in possesso dello Stato, non più sostenibile con l’aumento dei volumi di scambio delle merci; abbandono seguito alla Conferenza di Bretton Woods del 1944, nella quale si istituirono l’FMI e la Banca Mondiale, ratificati da un certo numero di Paesi nel 1946. Così facendo però si è passato da un rischio ad altri, che è quello che è avvenuto in Europa ma non solo. Uno dei rischi è che la stabilizzazione dei prezzi possa essere funzionale più a interessi privati che collettivi, cioè dei detentori di enormi capitali, visto che per scongiurare il rischio dell’inflazione si deprime viepiù l’economia a vantaggio di pochissimi, mentre per le famiglie il potere d’acquisto si riduce inesorabilmente. Un altro è che, giacché il reddito da signoraggio (differenza tra valore nominale e intrinseco della moneta) viene ridistribuito alle banche centrali nazionali in proporzione della rispettiva quota di partecipazione, che appartiene in gran parte ai privati, è pure legittimo sospettare un qualche conflitto d’interessi. Si può obiettare che il loro interesse semmai sarebbe di creare più denaro per incassare più signoraggio. Si può allora rispondere che a loro tanto può bastare, fino al limite oltre il quale si rischia l’inflazione e quindi la perdita di valore del denaro posseduto. La quota di partecipazione della Banca d’Italia nella BCE per esempio è del 12,5 %, calcolata sulla base del peso demografico ed economico (del PIL per intenderci), che a sua volta è costituita da un capitale partecipativo che per il 94,33 % appartiene a banche e assicurazioni private italiane: Intesa San Paolo e Unicredit ne posseggono più del 50 %. Quando poi controllori e controllati coincidono, cioè quando i membri dei vari Enti di vigilanza sui meccanismi bancari e assicurativi possiedono svariate azioni o che poco prima della nomina facevano parte dei consigli di amministrazione di banche o assicurazioni private, il conflitto d’interesse è più che un sospetto. E comunque il mondo politico, economico e finanziario non si può reggere sul sospetto o sulla fiducia incondizionata che si agisca sempre in buona fede e nell’interessi di tutti; è pretendere troppo, visto che si tratta di esseri umani fallibili. Tutto invece si deve reggere sulla certezza che non ci sia nemmeno l’ombra del conflitto d’interessi, e ciò può avvenire introducendo regole certe, almeno fin quando l’essere umano non si eleverà a vette spirituali più consone, e non sbagli più non per l’effetto deterrente delle leggi ma per acquisita illuminazione mentale e spirituale. Per concludere possiamo affermare che tutto quanto detto sopra costituisce l’atto finale di una mutata strategia economico-finanziaria iniziata nella metà degli anni ’80, quando, dopo il boom economico degli ’60, ’70 e primi anni ’80, si giunge ancora una volta al livello di saturazione dei beni, di cui s’è già parlato a proposito delle precedenti due grandi crisi. La soluzione per fortuna non fu cercata in una Terza guerra mondiale (che se combattuta col nucleare, probabilmente non sarebbe rimasto nessuno per raccontarla), ma nello spostamento degli investimenti. Su questo tema è reperibile un mio scritto pubblicato su questo stesso giornale lo scorso anno dal titolo: “Dal boom economico del Dopoguerra al riarmo generale per un’economia di guerra – L’ultima conversione economica globale?”. In esso si argomenta sul fatto che il capitalismo moderno per sopravvivere necessita fondamentalmente del profitto, il quale però oggi non può più provenire interamente dagli investimenti nell’economia reale, cioè nella produzione di beni, date le continue saturazioni dei mercati per eccesso di capacità produttiva da un lato e a causa del sempre più basso potere d’acquisto dei salari dall’altro, voluto, come già detto, dalla cinica concezione capitalistica fin qui esposta. Cosicché è diventato vitale dapprima spostare gli investimenti nel campo finanziario, quindi in Borsa e nell’acquisto di Buoni del Tesoro, cioè i Debiti Pubblici degli Stati (e solo più recentemente, come già scritto sopra, nel riarmo). Questa economia costituita non da beni ma da semplice, freddo e spesso virtuale denaro (ormai basta un click di mouse per crearne dal nulla) finalizzato principalmente alla propria infinita automoltiplicazione, vale 20 volte il Pil mondiale che adesso, anno 2026, è di circa 126 mila miliardi di dollari. Provate a moltiplicare questa cifra per 20: una normale calcolatrice non può contenerla. E poi, siamo sicuri che le varie criminalità organizzate del mondo non abbiano spostato buona parte delle loro attività nella più che redditizia speculazione finanziaria prima, già una quindicina di anni fa, e nell’industria bellica oggi? Come semplici azionisti ovviamente. Si sa che ora i figli dei boss sono laureati ed esperti di economia e finanza. Oggi le banche commerciali praticamente non svolgono più il loro compito che è prestare denaro alle imprese che producono beni, né tantomeno alle famiglie per acquistare case o altri beni, dato l’alto rischio di generali insolvenze, ma da tempo si sono dedicate prevalentemente alla speculazione finanziaria priva di regole e/o controllo politico efficace in grado di scongiurare criminali speculazioni ai danni dei Debiti Pubblici degli Stati, ora davvero non più sovrani. Ed è evidente che tutto ciò si è perpetrato ai danni della popolazione che subisce le misure di sempre maggiore rigore dei governi, specie europei, senza che questi abbiano attuato parallelamente reali e adeguate politiche di crescita. Austerità che i detentori di debito pubblico, per gran parte le banche (in Italia è in loro mano per l’87 %, e per la metà sono straniere), pretendono con metodi ricattatori dai governi divenuti troppo consenzienti, specie se composti da tecnici, affinché lo stesso Stato non vada in default e quindi sia in grado di restituire capitale e interesse promesso. Il braccio armato di tale ricatto è divenuto lo spread (differenziale di riferimento più virtuoso tra i tassi dei debiti pubblici), il quale è influenzabile dai detentori privati di ingente debito pubblico, più raramente dalle banche specie se non sono banche d’affari, che vendendo massicciamente i titoli di Stato di una Nazione, ne fanno aumentare i rendimenti. In tal modo, specie se la Nazione sotto attacco non è solida economicamente, si innescano dannose speculazioni finanziarie che solo le banche centrali sono in grado di calmierare con acquisti dei titoli di Stato sotto attacco. Nell’ottobre del 2012 in Europa entrò in vigore l’ESM (European Stability Mechanism) o MES, acronimo italiano (Meccanismo Europeo di Stabilità), un fondo di salvataggio europeo che presta denaro, con l’appoggio delle banche private, ai Paesi in difficoltà ma a condizione che attuino misure economiche molto severe, come l’FMI che ad esempio non dà prestiti ai Paesi che non privatizzano l’acqua. Ora, per fugare ogni sospetto di conflitto d’interessi, l’ESM e l’FMI dovrebbero lasciare gli Stati liberi di decidere le loro politiche economiche, e non obbligarli ad applicare sempre e comunque ricette iperliberiste, visti i disastri economici e sociali che hanno provocato, cominciando con discuterle piuttosto che assumere atteggiamenti negazionisti, adducendo fantasiose e fin troppo soggettive se non interessate altre motivazioni. Ora, in un mercato globale che muta costantemente e che non può essere gestito con rigide e discutibili soluzioni, specie se si rivelano fallimentari, insistere senza tentare soluzioni alternative e finanche creative è patologico. E’ essenziale invece che finalmente la politica sia composta da persone integre che lavorino per il bene dei loro elettori e non subdolamente contro di essi. Solo così la politica potrà riappropriarsi del proprio ruolo in una reale dialettica democratica, e non permettere più che siano le cosiddette leggi naturali dell’economia e quindi il troppo libero mercato a decidere il destino delle popolazioni. In definitiva, tutti dobbiamo adoperarci affinché non siano più questi quattro scapestrati aspiranti sovrani (qualcuno adesso anche del regno dei cieli), straricchi di risorse economiche e finanziarie ma molto poveri di spirito e di empatia, di cultura e di umanità, a gestire il potere e quindi le sorti dell’umanità. Adesso è abbastanza chiaro l’avvitamento politico, economico e sociale in cui si sta trovando il mondo a causa della micidiale combinazione di ricchezza, potere e ignoranza sconfinati depositata nelle mani di pochi negli ultimi decenni quale estrema conseguenza di questo capitalismo selvaggio, malato ma totalmente inostacolato. Da una parte per complice convenienza dei governanti e dall’altra per l’indolente inconsapevolezza di noi governati che per lungo tempo abbiamo creduto che il benessere e i diritti conquistati col sangue nel recente passato fossero acquisiti per sempre e che fossero solo privilegio di una piccola parte degli abitanti del pianeta Terra. Per cui ora sta a noi comuni cittadini comprendere tutto questo e unirci per salvare il nostro futuro e quello dei nostri figli, comprendendo che non bisogna inseguire il privilegio bensì l’universale condivisione. Dobbiamo comprendere che non esiste una legge economica e sociale perfetta e unica, solo quella che non perderà mai di vista il bene comune a vantaggio dei pochi. Solo in fisica o in altre scienze le leggi sono naturali, immutabili e indiscutibili, ma in economia (la cosiddetta scienza triste: sicuramente lo è per chi la subisce) sono gli uomini a fare le leggi e a determinare i sistemi, rendendola quindi, se scienza si deve chiamarla, una scienza inesatta e dunque perfettibile, come tutti i fenomeni dove prevale il fattore umano. Cosicché, invece che produrre troppi “surgelatori”, tanto per ritornare all’inizio di questo scritto, si può sfruttare meglio l’intelligenza e la creatività umana per produrre nuovi beni e servizi, istruzione e cultura sempre più elevati, affinché facciano realmente progredire il genere umano, a cominciare dal suo lato spirituale che è la migliore ipoteca per prevenire qualsiasi abuso e prevaricazione, al di là di ogni legge umana.
Angelo Lo Verme
