lunedì 16 novembre - Marco Barone

Denuncia la corruzione egiziana e viene torturato. Si dà fuoco per protestare contro la dittatura di Al Sisi

Sta facendo il giro della rete nei canali egiziani il video di un cittadino egiziano che si è dato fuoco. Lui, un dipendente dell'Agenzia centrale aveva denunciato un caso di corruzione dove veniva citato il figlio del dittatore Al Sisi o persone vicine al dittatore. 

Si parlava di cifre mostruose, di 650 miliardi impiegate in corruzione. Per questo motivo è stato arrestato, torturato ed ha iniziato una serie di proteste. Si chiamava Mohamed Bouazizi. Ha deciso di compiere quel gesto estremo nella centrale piazza Tahrir.

Poi, disperato, si arma di tanica di benzina, e di un cellulare. Si riprende con il telefono urlando la propria innocenza e denunciando il regime di Al Sisi, mentre la gente lo circonda non capendo sul momento le proprie intenzioni.

E si dà fuoco. Come aveva fatto Jan Palach. Diventa un caso nazionale che il regime egiziano liquida come episodio di follia o manipolato, manco a dirlo, dai soliti fratelli musulmani. Mentre Al Sisi, il dittatore preferito di Trump, cerca di aggrapparsi sugli specchi per salvare la propria poltrona con l'avvento di Biden, in Egitto la situazione, giorno dopo giorno, implode. Una scena agghiacciante, una protesta estrema frutto di quella disperazione che sta colpendo giorno dopo giorno il popolo egiziano vittima di un regime militare legittimato dalle principali democrazie occidentali, Italia in testa.

mb




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