Democrazia snaturata nel tritacarne della manipolazione mediatica
Cosicché, alla mia domanda su dove e come si informassero, essi mi rispondono sempre col solito sorrisino saccente: “In giro, per strada, fra la gente”. Così! Come se fosse un valore aggiunto! “Molto bene!”, rispondo con triste ironia, e continuando: “Non credete che questa gente possa essere già bella disinformata e manipolata quanto voi?”. Ottengo come risposta soltanto un sincero, sentito sguardo di commiserazione, quasi di pietà. Così mi assale un dubbio atroce: non sarò io quello sbagliato? In effetti, ormai il potere della propaganda ha già superato ampiamente quello dei numeri, quest’ultimi visti sempre con più evidente fastidio proprio perché non contestabili sullo stesso rigoroso piano della fattualità. Meglio evitarli e sostituirli con la potenziale ambiguità delle chiacchiere: basta essere bravi nel farle.
Oggi più che mai, da osservatori e analisti indipendenti possiamo notare, senza nemmeno tanti sforzi o grandi capacità o particolare ed estremo esercizio del proprio senso critico o semplicemente del proprio buon senso, di quanta verità va a finire nel tritacarne o, meglio ancora, nel tritacervelli o tritapensieri o tritacoscienze della persistente manipolazione mediatica di chi detiene un più o meno piccolo o grande controllo degli organi d’informazione. Non solo da noi in Italia; e credo che in questo caso, oltre a non essere consolatorio, penso proprio che sia meglio rigettare nettamente l’antico adagio: “mal comune mezzo gaudio”, in quanto, per la peculiarità viziosamente circolare di questo male che oltre a non essere inevitabile è solamente necessario, vitale per il consolidamento del potere, più si diffonde e più viene poi difficile da sradicare. Proprio come un inaspettato virus pandemico e letale che ci coglie impreparati e inermi nell’attesa della creazione d’un vaccino efficace. Fuor di metafora, oggi il mondo intero si sta ritrovando a combattere un grande male, non propriamente apparso all’improvviso, qual è la disinformazione sistematica operata dai media non indipendenti (i segnali sono visibili da tempo, quantomeno per gli osservatori interessati soltanto alla verità) in quanto sempre più proprietà di questo capitalismo selvaggio e sempre più snaturato e privo di valori che non siano riconducibili unicamente al profitto estremo. Un nuovo tipo di capitalismo sempre più diffuso e virulento, che sta privando le democrazie mondiali degli antidoti essenziali e più efficaci per preservarsi, perpetuarsi e perfezionarsi, per quanto ancora incompiute (con questi continui attentati poi!), ma appunto perfettibili e sicuramente preferibili alle attuali autocrazie. Preferibili quanto meno per chi ha più da guadagnare con una legge uguale per tutti; con i diritti uniformi e garantiti per tutti e di conseguenza con doveri più accettati e compiuti spontaneamente; con la reale libertà di parola e di voto; con la meritocrazia. Insomma, modelli sociali e politici sicuramente più apprezzati e maggiormente in sintonia con chi compie il proprio lavoro con scrupolo e con la competenza acquisita nel proprio percorso di studi svolto con dedizione e serietà. Per gli ignoranti e i maneggioni di ogni ambito, compresa la politica, in una simile democrazia non avrebbero voce, mentalmente e fisicamente pigri come sono. Invece sempre più negli anni sono costoro ad occupare quasi tutti gli spazi della gestione e della vita pubblica, da quelli meno importanti a quelli più vitali e di prestigio ove occorrerebbero ben altre qualità che la fedeltà al capo, la totale accettazione degli ordini, l’assenza della critica e dell’argomentazione personale. Pericolosi stereotipi di assoluto conformismo, subordinazione e indegnità, che sono la miscela perfetta, il chiaro marchio sulla fronte, l’inequivocabile lettera scarlatta sulla bonaria disponibilità a compiere qualsiasi cosa pur di sbarcare bene il lunario, stando pure socialmente al di sopra dei più meritevoli dotati delle qualità opposte. Cioè: dignità, senso critico, cultura, preparazione e capacità di dissentire; e proprio a causa di simili eccelse qualità, che in questo mondo costituitosi ormai da molto tempo all’incontrario vengono considerate inessenziali e soprattutto pericolose “nonqualità”, costoro rimangono relegati nell’angolo dell’irrilevanza. Dunque, simile mediocrità istituzionalizzata, che cosa oserebbe chiedere di più oggi?! Ora gli esempi della manipolazione mediatica delle coscienze da parte di questo capitalismo mondiale estremamente materialista che ha istituzionalizzato la mediocrità, sono tantissimi. Rimanendo nel nostro piccolo ambito italiano, attualmente è emblematico il tritapensiero mediatico messo in atto dal Governo circa il mal funzionamento della Giustizia e i suoi maldestri tentativi visibilmente inappropriati per farla funzionare “meglio”, a loro dire, partendo dalla separazione delle carriere dei Magistrati. Quale vantaggio però potrebbe ricavarne il principale problema della Giustizia, che è la lentezza estrema dei processi? La soluzione più logica sarebbe un massiccio piano di assunzioni di personale nell’Amministrazione della Giustizia e la parallela dotazione dei vari uffici degli strumenti di lavoro necessari e di cui ad oggi gravemente carenti. Iniziare quindi con l’assunzione di magistrati, funzionari, assistenti e operatori giudiziari, di cancellieri, di addetti all’Upp, ecc., con la contemporanea fornitura di computer, di materiale vario e di tante altre moderne dotazioni come la digitalizzazione dell’intero apparato giudiziario e quindi video-interrogatori, video-processi, ecc. Spese che si ripagherebbero in poco tempo fra l’altro, risparmiando in costose e rischiose trasferte di magistrati, carcerati, avvocati, ecc., ad esempio. Che ci vuole a capirlo e a farlo? Soldi? Bene, investiamo più oculatamente il denaro dei contribuenti, considerato anche il grande ritorno economico in termini di Pil e soprattutto dell’immagine d’un’Italia finalmente dotata d’una Giustizia efficiente, veloce e moderna, non più da Repubblica delle banane insomma! Nel rendersi poi conto della totale incongruenza tra rimedi proposti e problemi reali della Giustizia italiana, il Ministro Carlo Nordio ha detto che la separazione delle carriere è solo un primo passo. Primo passo verso che cosa caro Ministro? Dovrebbe spiegarlo più chiaramente agli italiani che vogliono capire il motivo per cui il Governo non inizia dalle effettive e inconfutabili priorità! Altrimenti vien da pensare male, e cioè, che il vero scopo è assoggettare i PM ai governi. Del resto lo ha fatto sentire alle opposizioni che la riforma…, testuali sue parole: “Fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale. Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo.”. Ora il Ministro, invece di elargirci le sue grottesche elucubrazioni filosofiche su svariate tematiche sociali di cui non è chiaramente competente e che probabilmente sono solo occasionali rimembranze frutto di lontane e/o superficiali letture personali, provocando tante, dispendiose e quindi disutili polemiche, perché non partecipa a veri dibattiti con giuristi esperti, essendo l’amministrazione della Giustizia il suo campo di competenza, sia per formazione, essendo già stato per anni procuratore aggiunto a Venezia, che per il ruolo di Guardasigilli che ricopre da tre anni? Dibattiti che dovrebbe tenere possibilmente alla presenza di giornalisti capaci di porgergli le giuste domande per far comprendere le vere ragioni della sua contestata riforma agli italiani che dovranno deciderne con coscienza e conoscenza l’approvazione o la bocciatura nel prossimo referendum confermativo. Meno male che la Costituzione lo ha previsto nei casi in cui in Parlamento non si raggiunge la maggioranza qualificata dei 2/3, ovviamente per evitare modifiche a se stessa fatte a cuor leggero. Referendum che comunque ha un costo inevitabile, dai 300 ai 400 milioni di euro, per cui si spera che quanto meno siano somme spese bene, cioè nel senso della verità delle intenzioni reali e dell’effettiva utilità per il popolo italiano. Invece, senza avere affrontato ancora alcun dibattito serio, sembra che il Ministro Nordio si senta già il Comandante in Capo della Giustizia, senza attendere l’esito referendario, che probabilmente ritiene già incassato, per come parla e impartisce direttive, nemmeno tante velate, alle varie Procure. Ad esempio quella di occuparsi dell’Onorevole Scarpinato, integerrimo ex magistrato antimafia e Senatore del M5S, per presunte rivelazioni di segreto d’Ufficio circa le indagini sull’attentato dinamitardo al giornalista Sigfrido Ranucci. Cosicché viene spontaneo chiedersi quali saranno i prossimi presunti reati, magari soltanto di opinione, e quali i cittadini da indagare indicati dal Guardasigilli, se al referendum confermativo di marzo sulla riforma costituzionale vincessero i sì? Magari indicati semplicemente sulla base dell’antipatia nutrita rispetto a posizioni ideologiche diverse su talune importanti tematiche, ad esempio educazione sessuale a scuola, fine vita, matrimoni gay, aborto, ecc., o sulla base della “disobbedienza” o del “disallineamento” rispetto ai progetti politici caratterizzanti la sua cerchia politica di pervenire a un esecutivo che operi del tutto indisturbato dalla seccatura dei vari organi di controllo. Organi che saggiamente e con lungimiranza i costituzionalisti istituirono a presidio della democrazia (i famosi ed essenziali pesi e contrappesi). Infatti, il fondato timore è quello di pregiudicare la qualità della giustizia e quindi della democrazia italiana, laddove in futuro dovesse essere il Governo di turno e quindi il Guardasigilli a decidere la priorità dei reati da perseguire e quali gli imputati. Pensate che un Governo con un potere simile permetterebbe di indagare un loro rappresentante o un loro colletto bianco o un loro amico, che già oggi vengono abbastanza tutelati con espedienti, cavilli e leggi ad castam e/o ad personam vari? Figuriamoci se passasse questa riforma! Non avrebbero più bisogno, come già hanno fatto, di abolire ad esempio l’abuso d’ufficio, di limitare le intercettazioni telefoniche e ambientali a un massimo di 45 giorni (tranne i reati di criminalità organizzata, terrorismo e traffico illecito di rifiuti; e meno male!, ma rimane ad esempio per i sequestri di persona, e quindi i sequestratori potranno contattare i familiari del sequestrato il 46° giorno, certi che per legge non potranno essere intercettati), di introdurre l’interrogatorio preventivo del PM prima di chiedere una misura cautelare, con l’obbligo di avvisare l’indagato cinque giorni prima. Cinque giorni di tempo per fuggire o per inquinare le prove o per reiterare il reato un altro po’ di volte, paventiamo noi “giustizialisti”; per dare la possibilità di prepararsi bene per l’interrogatorio, dicono invece i cosiddetti garantisti. Ultimamente mi pare che il garantismo di alcuni italiani si sia rivestito d’un manto alquanto pelosetto! Ad ogni modo, è doveroso avvertire che la più abnorme delle storture potenzialmente conseguenti alle riforme Nordio della Giustizia in questi tre anni, approvate e/o ancora da approvare, sarebbe il graduale ma inevitabile asservimento del Pubblico Ministero al Governo di turno. La nostra Costituzione, per scongiurare simili aberrazioni da Stato autoritario, decise che il PM, in quanto organo requirente, deve svolgere il suo importante ruolo in modo indipendente, istituendo così l’art. 112 che nel vincolarlo all’obbligatorietà dell’azione penale, nel contempo ne tutela l’indipendenza. Ora, a scanso di equivoci determinati da una certa propaganda negativa sul presunto potere assoluto dei Magistrati, è importante sapere che, siccome indipendenza non significa potere assoluto, anche il PM risponde disciplinarmente ad un organo superiore che è il CSM in caso di dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni. In questi casi, dopo l’avvio del procedimento del Procuratore Generale presso la Cassazione, generalmente su segnalazione del Ministro della Giustizia, e la conclusione delle indagini sul presunto illecito, la Commissione Disciplinare del CSM commina al PM le debite Sanzioni Disciplinari previste dall’art. 16 del D.Lgs. 109/2006. Anche l’organo giudicante risponde disciplinarmente al CSM, mentre civilmente, per danno arrecato con dolo o colpa grave, il presunto danneggiato può chiedere il risarcimento allo Stato rappresentato dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Penalmente invece risponde come ogni altro cittadino, ma in un Distretto diverso da quello in cui opera, ovviamente per garantire l’imparzialità del giudizio. Quindi perché rischiare di rompere 80 anni di perfetto equilibrio costituzionale fra i tre poteri dello Stato (Legislativo, Esecutivo e Giudiziario) con una riforma facilona e frettolosa nata da esigenze numeriche insignificanti e di trasformare il PM in un funzionario governativo qualsiasi, e quindi gerarchicamente soggetto al Guardasigilli del momento, il quale avrebbe la facoltà di ordinargli le priorità delle indagini? Perché fare apparire mediaticamente un assoluto non problema, la separazione delle carriere, nella madre delle battaglie necessarie per risolvere i problemi della Giustizia italiana, che come abbiamo visto sono ben altri, dato che mediamente negli ultimi 12 anni ha cambiato funzione (da requirente a giudicante e viceversa) una percentuale di Magistrati inferiore all’1 %? Fra l’altro possono farlo solo una volta nella loro carriera (prima della Riforma Cartabia fino a quattro volte). In più vi hanno inserito altre modifiche di cui non sembrava esservi alcuna necessità, come quella di riservare la custodia cautelare solo per i reati gravi, addirittura di eliminarla anche quando c’è il rischio di reiterazione del reato e di abrogare la parte del “Decreto Severino” che prevede la sospensione automatica del pubblico ufficiale con sentenza di condanna non definitiva, lasciando la decisione al Giudice volta per volta. E’ pure lecito quindi chiedersi secondo quale criterio decide. Mi chiedo però anche se noi comuni e solitamente incensurati mortali, avevamo minimamente bisogno di simili misure cosiddette garantiste. Io personalmente posso rispondere di no! Non so il resto degli italiani, specie quella parte quantificata da un recente sondaggio in circa il 30 % che pensa che un’autocrazia sarebbe più adatta per risolvere i molteplici problemi italiani, se sentano pure il bisogno di simili misure distortamente intese o addirittura propagandate come garantiste (più per i colletti bianchi che per noi)! E’ davvero strana questa predisposizione tutta italica di fidarsi dell’uomo forte nella gestione della cosa pubblica e quindi della loro stessa vita! Evidentemente non ci fidiamo del vicino della porta accanto, scottati dalla furberia insita nell’italiano medio che in ogni pensiero e in ogni azione mira soltanto al proprio interesse e a quello strettamente familiare; e ovviamente non ci fidiamo neanche dei politici che votiamo per rappresentarci, giacché in gran parte non ha dato prova di correttezza nella gestione della cosa pubblica. Forse questa sfiducia sempre più diffusa avrà influito sul predetto sondaggio; ma forse siamo pure affetti ancora da una sorta di “Sindrome di Stoccolma”, da parecchi decenni culturalmente avvezzi all’obbedienza piuttosto che rischiare la responsabilità personale del prendere le decisioni più importanti, per atavica immaturità, infantilità e sfiducia nei propri mezzi. L’analfabetismo ancora molto diffuso nel Dopoguerra credo che abbia avuto un impatto importante in tutto questo, quando il raro uomo di lettere era visto come l’unico depositario della conoscenza e della verità, rapido com’era nel pensare e abile e convincente nel favellare. Ancora adesso probabilmente, dopo quei decenni di “prigionia”, di assoggettamento culturale e politico all’uomo di lettere, quindi all’uomo forte, all’uomo capace di decidere in fretta e bene (ovviamente è opinabile se si trattava di bene personale o collettivo), risentiamo inconsciamente di quell’asservimento ed ecco quindi riemergere quell’atavica gratitudine e dipendenza nei confronti del nostro carceriere e finanche del nostro boia, dell’uomo forte a cui continuiamo ad affidare le nostre catene psicologiche. Ora c’è da attendere l’esito di questo referendum di primavera, e a voler azzardare un pronostico, ad oggi si può solo dire che sarà molto dura far comprendere agli italiani la reale portata reazionaria e autoritaria della riforma sulla Giustizia in un’Italia composta da elettori (quantomeno quei pochi che ancora andiamo a votare) disinformati e manipolati dalla RAI governativa e dai media padronali. Così potrebbe accadere pure questo, che si compia un bell’attentato alla Costituzione e alla Democrazia italiana, lento ma progressivo, silenzioso e pericolosamente strisciante, concesso dagli elettori mediaticamente manipolati, sia nei referendum che nelle politiche. Un attentato simile a quello previsto nel “Piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli, da realizzare con un golpe molto più rumoroso e rapido: allora non riuscì, per fortuna. Oggi però potrebbero riuscirci, con la gente disinformata, manipolata e stracotta al punto che arriva a guardare con sospetto persino Magistrati come Nicola Gratteri, Nino Di Matteo, ex Magistrati come Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho e tanti altri con la schiena dritta, grazie alla “bella pubblicità e delegittimazione” che fa loro questo Governo e la sua mediocre, fedele e scodinzolante cerchia. Un loro esponente dice che “Certa magistratura è nervosa per la nostra riforma della Giustizia”. Immagino che se Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fossero ancora vivi, parecchi veleni di Palazzo sarebbero già stati ammanniti pure per loro! Dato che invece sono morti, molti si spintonano per accaparrarsene la memoria simbolo di un concetto della legalità condotta fino all’estremo sacrificio della vita. Un altro esempio tipicamente italiano della generale disinformazione delle persone posso desumerlo dalla mia esperienza quotidiana nel parlare con vari conoscenti, colleghi e amici. Ho una costante ed evidente riprova di come il Presidente Giuseppe Conte e il suo M5S vengono demonizzati a priori, senza l’apporto di elementi reali né tanto meno di cifre, di per sé inoppugnabili. Cosicché già da tempo mi sono spiegato il principale motivo dell’irrefrenabile emorragia del loro consenso elettorale che aveva raggiunto quasi il 33 % nelle elezioni politiche del 2018. Uno spauracchio che mise subito in allarme l’establishment del tempo, al quale credo che vennero i capelli bianchi, almeno fino al 26 gennaio 2021, giorno in cui Giuseppe Conte rassegnò le dimissioni da Presidente del Consiglio, in seguito alle continue tensioni, probabilmente pretestuose, create da Matteo Renzi, Presidente di Italia Viva. Sono certo che furono in molti a tirare un lungo sospiro di sollievo dentro i Palazzi che contano, che per un anno e mezzo dovettero sperimentare il dispiacere della perdita di alcuni privilegi e di convivere giornalmente con l’incubo della sparizione politica. Infatti, avevano già dovuto subire il taglio dei parlamentari, il ricalcolo dei vitalizi col metodo contributivo, il rischio di una prossima riduzione degli stipendi, la Legge Spazzacorrotti, ecc. Motivi diversi da quelli per cui probabilmente gioirono i disinformati detrattori seriali di qualunque operato dei 5S, che finalmente si tolsero dalle balle quegli scappati di casa che secondo la propaganda stavano rovinando l’Italia. Che poi, più di quanto lo era, si poteva? A ben guardare l’operato del Governo attuale, in effetti si capisce che non c’è un limite all’abisso dentro cui poter sprofondare. Comunque, ora sono curioso di sapere se dopo le dimissioni del Presidente 5S Giuseppe Conte, quei capelli incanutiti di cui sopra hanno riacquistato il loro colore originale! Ad ogni modo adesso, al di là dell’assenza di una chiara alternativa di sinistra, capisco pure come il Governo Meloni in tre anni, stando ai sondaggi, non ha perso consensi e anzi ne ha pure guadagnati, pur non avendo realizzato nulla del suo ambizioso programma elettorale. Il nulla politico, sapientemente narrato però come un miracolo di benessere sociale e di progresso infinito e, ovviamente, amplificato di parecchi Watt dalle casse di risonanza mediatica amiche. E’ ovvio che senza la potenza dei mass media il potere non può acquisire molta visibilità e consistenza, ma la complicità dei media è assolutamente fondamentale quando esso è costretto a raccontare favole per sopravvivere politicamente. Favole che i disinformati si tracannano come spugne assetate, dopo decenni di mala politica, pur di cogliervi un seppur minimo barlume di speranza; ma per quanto tempo ancora saranno disposti a bersi illusioni? Chissà se prima o poi si accorgeranno di essere stati gabbati? Comunque, al momento costoro affermano con una convinzione che rasenta il settarismo, la saccenteria e il non senso, che i 5S con il Superbonus 110% hanno lasciato un buco di bilancio spaventoso, senza quantificarlo con cifre e senza considerare, appunto, il grosso ritorno economico prodotto in tutto l’indotto, compreso lo Stato in termini di aumento del PIL (tra i 91 e i 195 miliardi di euro), di maggiori entrate fiscali come IVA, IRPEF e IRES, di consistente risparmio sui vari ammortizzatori sociali quali la CIG, la NASpI, l’ASDI, la DIS-COLL, i Fondi di Solidarietà Bilaterali, ecc., e i notevoli vantaggi ambientali (1,42 milioni di tonnellate di CO2 prodotti in meno) a lungo termine grazie ai cappotti termici e ai fotovoltaici e minore dipendenza energetica dall’estero (1,2 miliardi di metri cubi in meno importati), che per lo Stato significa maggiore stabilità economica. La spesa totale considerata mostruosa delle detrazioni del Superbonus ammonta a 122 miliardi di euro, che sottraendovi i 43 miliardi di euro di ritorno fiscale resta per lo Stato un saldo negativo di 79 miliardi di euro. Ora però chiedo ai soliti disinformati se la spesa dei prossimi anni in armi, che la NATO vuole aumentare al 5 % del PIL e che quindi equivarrà a circa 110 miliardi di euro l’anno (un vero, mostruosissimo salasso per le nostre tasche!), è più accettabile dei 79 miliardi di euro una tantum del Superbonus? Inoltre i disinformati seriali affermano che con il Reddito di Cittadinanza nelle campagne non si trovava manodopera, perché a tutti conveniva starsene a casa a bivaccare sui divani. Questa, purtroppo, è un’altra stortura non imputabile direttamente alla misura del Rdc bensì alla furbizia o disonestà che dir si voglia di chi se ne approfitta. Vale lo stesso discorso sui finti ciechi: si potrebbe mai togliere l’assegno di invalidità a quelli che lo sono realmente? Ora credo che si possa pure imputare una parte delle responsabilità delle storture sorte col Rdc, alle storture stesse del mercato del lavoro italiano, specie del meridione, dove i salari sono talmente bassi e il lavoro talmente precario che molti preferivano percepire il più sicuro assegno del Rdc. Sarebbero molte le cose da correggere in Italia, ma si può aspettare di correggerle tutte prima di intraprendere qualsiasi misura di tipo sociale? Certamente no, tanto più che non s’è mai vista e non c’è tuttora una simile volontà cambiamento, di diventare scandinavi nel senso dell’integrità morale e politica. Nell’attesa, molto vana purtroppo, di questa sorta di “scandinavizzazione”, perché non dovremmo considerare l’importanza della riduzione della povertà in Italia, giunta ai massimi storici a causa di una moltitudine di congiunture socio-economico-politiche, invece si enfatizzare maniacalmente solo le storture? Il Rdc l’aveva ridotta significativamente la povertà (non certo abolita, come pomposamente e stupidamente aveva annunciato Di Maio), e ciò aveva prodotto anche un pur minimo circolo virtuoso di maggiore pace sociale e di minore criminalità, quanto meno quella consumata unicamente per disperazione. Perché non ammetterlo invece di manifestare tutta questa furia nel dare addosso al Rdc che avrebbe tolto soldi dalle tasche degli italiani per regalarli ai “divanisti domestici”? Considerando fra l’altro che l’aumento dei consumi dovuto al Rdc, seppur di generi di prima necessità, portò anche dei vantaggi alle economie locali. Purtroppo però la manipolazione mediatica contro qualcuno o contro qualcosa scatena inevitabilmente gli istinti primari più bassi del manipolato, quali la rabbia, l’autoconservazione estrema, l’autoaffermazione autoritaria e iperaggressiva. Ciò che accade ad esempio nell’ingigantire ad arte per cinici fini elettorali il dramma dell’immigrazione (dramma soprattutto per l’immigrato che lo vive sulla propria pelle) che non può che scatenare astio, se non odio puro contro il povero immigrato. E l’odio, l’astio, il livore creati ad arte, non essendo certo delle belle emozioni o dei bei sentimenti, diventano l’anticamera del razzismo e al quale daranno un ottimo contributo virale e virulento insieme. Non c’è di che!, diranno ironicamente gli stranieri. Tornando al Rdc, ogni volta pongo ai detrattori disinformati la seguente semplice domanda: “L’assegno di invalidità è una misura necessaria?”. Molti balbettano e non sanno rispondere oltre un sì o un no ben argomentato con dati e numeri. Insisto e chiedo: “Se esistono i finti ciechi — come sono esistiti i giovani abili al lavoro, già lavoratori ma in nero e che hanno percepito illegittimamente il Rdc, il che è un reato — o se c’è stato chi s’è rifatto ville e palazzi con il 110 % cambiando prospetto, finestre o climatizzatori ancora integri ed efficienti, non possiamo certo dare tutta la colpa alle misure di sostegno economico, sia per gli invalidi che per i disoccupati, o di incentivo ecologico, tutte pensate con buoni e nobili intenti! Provvedimenti che indubbiamente sono tutti migliorabili e perfettibili ma non da cancellare ideologicamente, senza un approfondimento serio e imparziale!”. Dunque, continuo a chiedere ai disinformati arrabbiati con i 5S: “Abolireste l’assegno di invalidità solo perché ci sono i finti invalidi, lasciando nella disperazione coloro che invece ne hanno assoluta necessità essendo non vedenti o con altre invalidità?”. I disinformati incalliti però, quando non gli piace il discorso, sviano l’attenzione su qualcos’altro di non attinente, facendo finta di non sapere che esistono in Italia i “furbetti”. A scanso di equivoci chiarisco subito per tutti, che per me il furbetto equivale allo stupido, nel considerare i risultati a lungo termine delle sue furberie, data la generale decadenza in cui si trova il nostro Bel Paese dopo decenni, appunto, di furberie varie, le più nocive delle quali sono state ovviamente quelle perpetrate dalla nostra classe politica, passata, presente e probabilmente futura, se non altro per l’insita potenza devastatrice proporzionale alla dimensione del loro potere. Furberie consumate ai danni del Paese dove vivono loro stessi e la loro progenie che con molta probabilità è poi costretta ad andarsene all’estero per trovare condizioni di vita migliori, se non vogliono aderire al sistema dei furbetti. Quest’ultimi sono degli “specialisti” imbattibili nel campo d’interesse più rappresentativo del proprio ceto di appartenenza, capaci di scorgere con impareggiabile fantasia in ogni intervento dello Stato l’occasione più vantaggiosa e redditizia per loro, andando ben oltre le reali finalità della misura stessa e le capacità di immaginazione dei comuni mortali, proprio come il finto cieco, il falso zoppo, ecc. Vorrei ora ricordare a tutti i disinformati di questo martoriato Paese che la nostra Costituzione ha raggiunto la veneranda età di ottant’anni e in tutto questo tempo ci ha assicurato un buon bilanciamento fra i tre poteri dello Stato, il Legislativo, l’Esecutivo e il Giudiziario. Essa inoltre ha previsto un sistema di governo parlamentare che ha garantito tutto sommato un’accettabile democrazia rappresentativa — certamente migliorabile — che delega agli eletti organizzati in partiti il compito di rappresentare il popolo esclusivamente nell’interesse del popolo stesso. Anche la politica però è costituita da persone, e quindi anch’essa potenzialmente potrebbe popolarsi di furbetti, come in effetti è già accaduto e accade ancora anche troppe volte. Infatti, l’intera dimensione politica non può essere altro che lo specchio della stessa società che è chiamata a rappresentare; così, nel delicato compito di rappresentare il popolo, possono nascere storture di ogni genere. Quindi, proprio come esistono i falsi invalidi, i percettori illegittimi del Reddito di Cittadinanza e i frodatori nel Superbonus 110 %, esistono pure i politici condannati per peculato, per concorso esterno in associazione mafiosa, per corruzione, ecc. Come detto prima, cambia ovviamente la dimensione del potere e quindi la maggiore rilevanza nel provocare danni, ma la mentalità criminale, arraffona e furbesca di fondo è sempre la stessa. Per concludere pongo un’ultima domanda ai soliti disinformati: “In questi ottant’anni il M5S ha governato in totale poco più di quattro anni, ma con l’ostinazione e la rabbia con cui li attaccate, sembra che siate assolutamente convinti che tutto il disastro italiano lo abbiano provocato loro”. Risposta: “Quattro anni possono equivalere a venti con i grossi danni che hanno provocato!”. “Quindi”, rispondo, “dato che abbiamo più di tremila miliardi di euro di debito pubblico, un’INPS in crisi che rischia di mandare in pensione noi e i nostri figli a età molto avanzate, anche oltre i 70 anni, un’evasione fiscale superiore ai 100 miliardi di euro l’anno, una corruzione dilagante che ci costa circa 60 miliardi di euro l’anno e Leggi di governi di destra (Berlusconi e l’attuale) che sembrano create appositamente per favorire e rendere insanzionabili parecchie pratiche configurabili altrimenti come reati — vedi i condoni fiscali ed edilizi — che hanno soltanto incentivato l’evasione fiscale e l’abusivismo edilizio invece di fermarle. Inoltre, la povertà odierna, gli stipendi da fame, la libertà di stampa sempre più compromessa e tutto il corollario di disastri economici, finanziari, giudiziari e sociali accaduti in questi 80 anni, davvero cari disinformati seriali pensate che tutto questo possono averlo provocato i 5S?”. A queste mie puntualizzazioni espresse con un tono abbastanza vibrante (non è facile mantenere la calma assoluta quando la disinformazione è tanto estesa e radicata) ma avvalorate, come potete vedere, da numeri e non da semplici opinioni formatesi col sentito dire, molti non sanno che cosa replicare. Sorridono beffardamente come se si trovassero di fronte a un povero demente e per giunta arrivano ad accusarmi, con tono sdegnatissimo, che pretendo di avere la verità in tasca. “Con questo tuo parlare così convinto e poco rispettoso delle opinioni altrui, mentre noi stiamo rispettando le tue, pensi di avere tu tutta la verità in tasca?”. Cavolo! Capisco che siamo davvero senza speranza così! Non si accorgono nemmeno che semmai sono loro a pretendere di avere la verità in tasca in uno scambio dialettico pur sempre educato e rispettoso da ambo le parti, sia inteso. I fatti si dimostrano con i numeri, non con la pretesa di possedere la verità assoluta. Quest’ultima può forse appartenere al campo spirituale o religioso, dove il requisito è la fede e la dimostrazione è vista persino come blasfema. Quando discuto di storia, di politica, di cronaca, di analisi sociale, opero in un campo più modesto ma più conoscibile e più esatto, fatto di numeri, fattualità ed evidenze verificabili, come nella scienza. Provate ora a parlare di questi massimi sistemi con chi si trincera nel proprio ristretto mondo personale, individuale, che non lascia entrare altro che il “proprio” pensiero (o quello inculcato dalla propaganda). Questi non ascoltano, non sentono la necessità di verificare ed eventualmente di correggersi. Purtroppo proprio no! Non accade! Cosicché, alla mia domanda su dove e come si informano, mi rispondono sempre col solito sorrisino saccente: “In giro, per strada, fra la gente”. Così! Come se fosse un valore aggiunto! “Molto bene!”, rispondo con triste ironia, e continuando: “Non credete che questa gente possa essere già bella disinformata e manipolata quanto voi?”. Ottengo come risposta soltanto un sincero, sentito sguardo di commiserazione, quasi di pietà. Così mi assale un dubbio atroce: non sarò io quello sbagliato? In effetti, ormai il potere della propaganda ha già superato ampiamente quello dei numeri, quest’ultimi visti sempre con più evidente fastidio proprio perché non contestabili sullo stesso rigoroso piano della fattualità. Meglio evitarli e sostituirli con la potenziale ambiguità delle chiacchiere: basta essere bravi nel farle.
Angelo Lo Verme
