venerdì 10 maggio - clemente sparaco

Del fascismo e dell’antifascismo

Oltre la retorica per una memoria storica

La presenza del tema dell'antifascismo sulle pagine dei quotidiani è senz'altro interessante. Ma è per lo meno sorprendente che ne parlino i politici, piuttosto che gli storici, e con un'anomistà e violenza verbale spropositata, vista la distanza temporale dai fatti. 

D'accordo, è un tema divisivo, oggi come ieri, e poi ci sono le elezioni europee a breve, ma è pur vero che oggi non è ieri, che la storia scorre e che, comunque, si tratta di questioni distanti dai temi politici sul tappeto in ordine ai rappresentanti da mandare al Parlamento europeo.

I nostri tempi si sono fatti liquidi. Non sono più quelli di 100 anni fa. I totalitarismi sono stati sconfitti dalla storia, e giustamente. Il carico di orrore e le tragedie che il '900 ci ha lasciati in eredità rappresentano un passato che non passa, un abisso morale in cui l'umanità corre sempre il rischio di cadere, quando smarrisce i fondamenti del vivere civile, del rispetto e della dignità umana, ma la carica messianica che era stata propria delle ideologie, di tutte le ideologie, compreso il comunismo, si è esaurita.

Esse, come le antiche dottrine gnostiche, non avevano solo un profilo teoretico, ma anche un risvolto pratico e soteriologico, rappresentando «il tentativo patologico di tradurre un regno di perfezione trascendente in una realtà storica immanente» (Eric Voegelin). Cosicché, innestate su una visione ottimistica della storia, non contemperavano ricadute e ricorsi, ma solo il progredire verso “il regno della libertà”. Ma oggi di tutto questo resta solo la stretta osservanza di quella narrazione sigillata nella sua pretesa di ipotecare gli sviluppi della storia da parte di narratori attardati che raccontano di eroi e dei loro perversi oppositori nella forma di un’anacronistica mitologia manichea.

In questo scenario si inserisce anche la questione dell'antifascismo, almeno per come viene proposta. 

 «Ci sarebbero — scriveva Del Noce 60 anni fa — due atteggiamenti fondamentali: la volontà di limitare l’avvenire con il passato (che troverebbe la sua conclusione nel fascismo) e la volontà opposta di affermare il primato del futuro sul passato». In questo quadro, il fascismo è «trasformato in una categoria eterna e in un pericolo permanente», quanto di più avverso alla rivoluzione e al progresso ci possa essere “in nome della tradizione”, «una sorta di categoria al di là delle classi, principio del male, capace di presentarsi in manifestazioni nuove ed impreviste…».

Questo implica che «il mito antifascista non è una semplice manovra tattica», ma “una stretta conseguenza” della narrazione progressista, in cui il fascismo gioca un ruolo altrettanto necessario, nella misura in cui è l’antitesi dialettica, senza il quale la tesi incarnata dall’antifascismo non avrebbe ragione di essere. Pertanto, «non si tratta di comprenderlo (il puro negativo non può essere oggetto di comprensione), ma di sterminarlo».

Ma l’antifascismo, cementato in un contrasto senza fine e conto da “un avversario che non esiste più”, non può che «esplicarsi che come fenomeno dissolutivo» “entro l’ordine dato”. «Di qui lo squallore senza pari […] della politica presente» — ne concludeva Del Noce.

Il problema allora è da porsi in questi termini: quando il fascismo (e l’antifascismo) sarà trattato come una questione storiografica, smettendo di essere strumentato in discussioni di parte? Quando si ammetterà che le guerre puniche sono finite e le si vedrà nel loro contesto temporalmente determinato? Quando, ancora, si affronteranno i nodi problematici veri facendo i conti con le inadeguatezze degli strumenti ermeneutici, per aggiornarli, modificarli, adeguarli alle complessità dell’attuale?

L’immobilità delle posizioni ferme ed intoccabili rende conto di una rigida fragilità. Perché l’avvicendarsi degli eventi non è regimentatile, definibile una volta per tutte, e il passato deve ad un certo punto essere consegnato alla memoria storica, che è una cosa diversa dalla narrazione politica. D'altra parte il presente ha necessità di proposte organiche, soluzioni, prospettive; e questo è compito dei politici, non degli storici e, tantomeno, dei mitomani.

Quando questo effettivamente sarà si avrà un’effettiva maturazione civile nel segno di una memoria condivisa, che possa fare da terreno fecondo per una pacificazione civile ed una maturazione della democrazia.

 




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