giovedì 27 agosto - Laura Tussi

Dalla cultura della guerra alla cultura della pace: arte, letteratura e responsabilità civile. Etica della nonviolenza e catastrofe della guerra nella coscienza contemporanea

La tragedia della guerra risiede anche nella sua sconfortante prevedibilità. Quando la diplomazia cede il passo al conflitto armato, la storia proietta un’ombra già conosciuta, confermando le perplessità e gli avvertimenti di chi aveva denunciato l’irragionevolezza della barbarie.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Vi è una sottile e angosciosa frustrazione nel constatare, ancora una volta, come la ragione umana possa essere sopraffatta dalla forza bruta, nonostante l’esperienza storica abbia già mostrato con chiarezza le conseguenze della violenza organizzata.

Questa consapevolezza attraversa non soltanto la filosofia, la politica e la ricerca sociale, ma anche le grandi espressioni artistiche e letterarie della modernità. La guerra è stata raccontata attraverso la poesia, la narrativa, il cinema, la pittura, la fotografia e la musica come esperienza di frattura dell’umano. Da Erasmo a Tolstoj, da Remarque a Primo Levi, da Ungaretti a Turoldo, fino alla fotografia di guerra e al cinema del Novecento, l’arte ha spesso assunto il compito di restituire un volto alle vittime, sottraendole all’anonimato delle statistiche. La cultura della pace nasce anche da questa capacità di vedere nell’altro non un nemico astratto, ma una persona, una storia, una vita.

La memoria artistica e letteraria della guerra costituisce così una forma di coscienza critica. Le immagini delle città distrutte, dei bambini feriti, delle famiglie in fuga, dei corpi senza sepoltura e dei paesaggi devastati non sono semplicemente documenti del passato: sono interrogativi rivolti al presente. Ogni rappresentazione della sofferenza può diventare una domanda politica ed etica: che cosa siamo disposti a fare per impedire che quella stessa tragedia si ripeta?

La testimonianza degli artisti

L’arte ha accompagnato la storia della guerra come una delle forme più profonde di testimonianza e di denuncia. La pittura ha trasformato la distruzione in memoria visibile: dalle drammatiche rappresentazioni delle battaglie di Francisco Goya, con i “Disastri della guerra” e soprattutto con il “3 maggio 1808” (nella foto), fino a “Guernica” di Pablo Picasso, la cui forza non risiede nella cronaca di un singolo bombardamento, ma nella capacità di trasformare il dolore di una popolazione in un’immagine universale della violenza. Il cavallo ferito, la madre con il bambino morto, i corpi spezzati e la geometria angosciosa della composizione fanno di “Guernica” non soltanto un’opera d’arte, ma un manifesto permanente contro ogni guerra.

Anche la letteratura ha saputo raccontare la guerra andando oltre la retorica degli eserciti e delle vittorie. Da Lev Tolstoj a Erich Maria Remarque, da Ernest Hemingway a Bertolt Brecht, la narrativa e la poesia hanno progressivamente spostato lo sguardo dal mito dell’eroismo alla sofferenza concreta degli esseri umani. Nella poesia italiana, Giuseppe Ungaretti ha restituito con versi essenziali e laceranti la precarietà dell’esistenza al fronte, mentre Salvatore Quasimodo, soprattutto in “Alle fronde dei salici”, ha trasformato l’esperienza della violenza in una riflessione sulla responsabilità della parola poetica davanti alla storia. E Primo Levi, attraverso la testimonianza della Shoah, ha mostrato come la letteratura possa diventare un atto di resistenza contro l’annientamento della memoria e della dignità umana.

Particolarmente significativa è la voce di David Maria Turoldo, nella quale poesia, coscienza religiosa e responsabilità civile si incontrano in una radicale opposizione alla guerra e a ogni forma di oppressione. La sua poesia non accetta che la sofferenza degli ultimi venga normalizzata e restituisce alla parola una funzione profetica: denunciare la violenza, interrogare la coscienza e mantenere aperta la possibilità di una fraternità che la storia sembra continuamente negare. In Turoldo la pace non è evasione dalla realtà, ma assunzione di responsabilità verso l’umanità ferita.

Il cinema ha ulteriormente ampliato questa capacità di testimonianza. Da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” a “La grande guerra”, da “Il pianista” a “La vita è bella”, il linguaggio cinematografico ha mostrato la guerra dal punto di vista di chi la subisce, restituendo alla grande storia i volti individuali che la propaganda tende a cancellare. La macchina da presa può diventare così uno strumento di smascheramento: dietro le mappe militari, le strategie e i comunicati ufficiali esistono persone, famiglie, bambini, anziani, territori e culture che vengono irreversibilmente colpiti.

Anche la musica possiede una straordinaria capacità di trasformare il dolore in memoria e la memoria in desiderio di pace. Dai canti pacifisti del Novecento alle composizioni dedicate alle vittime dei conflitti, fino alla musica popolare e d’autore che ha accompagnato le grandi mobilitazioni contro la guerra, il suono diventa uno spazio collettivo nel quale il dolore individuale può trasformarsi in coscienza comune. “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan, “Imagine” di John Lennon e “Give Peace a Chance” appartengono a una memoria musicale nella quale la pace non è rappresentata come un’astrazione, ma come una possibilità concreta affidata alla responsabilità delle persone.

La fotografia, infine, ha spesso avuto il compito doloroso di fissare ciò che la società avrebbe preferito non vedere. Le immagini delle guerre del Novecento e dei conflitti contemporanei hanno trasformato il singolo istante in una testimonianza destinata a sopravvivere agli eventi. La fotografia della bambina vietnamita che corre dopo un bombardamento al napalm, realizzata da Nick Ut, è diventata una delle immagini più potenti della storia contro la guerra: un’immagine capace di oltrepassare confini, ideologie e appartenenze politiche perché pone davanti agli occhi dello spettatore la vulnerabilità assoluta di un essere umano.

Restituire un volto ad ogni storia

In tutte queste espressioni artistiche emerge un elemento comune: la capacità di restituire un volto a chi la guerra tende a trasformare in numero. L’arte interrompe la distanza tra noi e la vittima, rende visibile la sofferenza e impedisce che la violenza venga completamente normalizzata. Per questo la cultura rappresenta una componente essenziale dell’educazione alla pace: non insegna soltanto che la guerra è distruzione, ma permette di comprendere emotivamente e moralmente che cosa significhi perdere una casa, una persona amata, un territorio, la propria infanzia o la propria possibilità di futuro.

La pace, allora, non appartiene soltanto alla diplomazia e alla politica. Appartiene anche alla poesia, alla musica, alla pittura, al cinema, alla fotografia e alla letteratura. È attraverso queste forme che una società può costruire una memoria condivisa della sofferenza e, nello stesso tempo, immaginare un futuro diverso. Dove la propaganda costruisce il nemico, l’arte può restituire la persona; dove la guerra produce silenzio e paura, la cultura può generare parola, memoria e dialogo. In questo senso, ogni autentica espressione artistica contro la guerra diventa anche un esercizio di nonviolenza e una forma concreta di educazione alla pace.

La consapevolezza che la condanna della violenza non sia un’opinione minoritaria, ma una persuasione radicata nel sentire comune di miliardi di persone, rende ancora più stridente lo scarto tra la volontà popolare di coesistenza pacifica e alcune scelte geopolitiche fondate sul riarmo, sulla contrapposizione e sulla distruzione. La guerra non si limita a infrangere le strutture materiali del nostro mondo: spezza il patto etico fondamentale che lega l’umanità a se stessa e all’ecosistema fragile che la ospita.

Dal punto di vista della filosofia morale e dell’analisi sociopolitica, la violenza bellica agisce attraverso un doppio binario di annientamento. Da un lato vi è il massacro visibile: la soppressione fisica di persone innocenti, la distruzione delle abitazioni, degli ospedali, delle scuole e delle infrastrutture, la devastazione dei territori e la cancellazione delle condizioni materiali della vita. Dall’altro vi è una devastazione etica, invisibile ma altrettanto profonda: la progressiva deumanizzazione dei contendenti.

La guerra trasforma la psiche individuale e collettiva, spingendo gli individui a compiere o tollerare atti che, in tempo di pace, verrebbero giudicati mostruosi. Il linguaggio stesso viene trasformato: le persone diventano obiettivi, i civili diventano danni collaterali, le città diventano teatri operativi, le vittime diventano numeri. È attraverso questa progressiva anestesia morale che l’inaccettabile può diventare accettabile.

Colui che sopravvive alla tempesta delle armi rischia di smarrire la propria bussola morale, diventando ingranaggio di una macchina di sopraffazione. La violenza, infatti, non distrugge soltanto corpi e infrastrutture: modifica le relazioni sociali, alimenta il trauma, trasmette paura e odio alle generazioni successive. In questo senso, il conflitto armato non produce mai veri vincitori, ma lascia dietro di sé morti, feriti, profughi, territori devastati e identità profondamente alienate.

Riconoscere che ogni vittima possiede il volto di Abele significa riaffermare il principio dell’alterità inalienabile e della fratellanza universale. La metafora biblica del primo omicidio trascende la sfera confessionale per farsi archetipo di ogni violenza. Caino non uccide soltanto Abele: nel gesto omicida rompe la relazione fondamentale che rende possibile la comunità umana.

Ogni vittima civile, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dall’appartenenza politica, ci pone davanti alla stessa responsabilità. Non esistono vittime di serie A e di serie B. La sofferenza di un bambino non diventa meno dolorosa perché appartiene al popolo considerato “nemico”. È precisamente questa universalità della dignità umana che la cultura della guerra cerca di oscurare.

L’aggressione all’altro è, in questo senso, un atto autoimmunitario, un gesto autodistruttivo attraverso il quale la specie ferisce se stessa. Quando la logica della sopraffazione prende il sopravvento, i soggetti più vulnerabili – coloro che già sopportano il peso delle ingiustizie strutturali, della povertà e delle discriminazioni – diventano il bersaglio primario di una carneficina che annulla ogni possibilità di riscatto e rende ancora più difficile la futura riconciliazione.

Il rischio ambientale

La guerra, inoltre, non è separabile dalla crisi ecologica. La distruzione degli ecosistemi, l’inquinamento delle acque e dei suoli, l’impiego di enormi quantità di risorse per la produzione e il mantenimento degli apparati militari e la devastazione dei territori rendono evidente l’interdipendenza tra pace e tutela dell’ambiente. Non può esistere una reale ecologia integrale senza una cultura della pace, così come non può esistere una pace autentica in un mondo nel quale intere comunità vengono private delle condizioni materiali necessarie alla propria sopravvivenza.

La risposta a questo declino culturale e politico non può dunque essere una semplice attesa passiva. Occorre costruire un programma etico e politico fondato sulla nonviolenza attiva, sul disarmo progressivo e integrale, sulla diplomazia, sulla cooperazione internazionale e sulla smilitarizzazione del pensiero.

La nonviolenza non coincide con l’inerzia. Al contrario, è una pratica esigente di trasformazione dei conflitti. Significa intervenire prima che la violenza esploda, costruire canali di dialogo, rafforzare la mediazione internazionale, difendere il diritto internazionale, sostenere la società civile e creare condizioni economiche e sociali che rendano possibile la convivenza.

Non si tratta di una posizione utopistica o di un ingenuo pacifismo di facciata, ma di un preciso imperativo etico e razionale. In un’epoca caratterizzata dalla presenza di arsenali nucleari e da tecnologie belliche sempre più distruttive, la guerra non può più essere considerata uno strumento ordinario della politica. La capacità tecnologica di distruggere la vita su scala planetaria impone un salto di civiltà.

La nonviolenza deve quindi diventare una politica concreta. Non basta dichiararsi contro la guerra: occorre costruire strumenti alternativi alla guerra.

Questo significa, innanzitutto, investire nella prevenzione dei conflitti e nella diplomazia, rafforzando le istituzioni multilaterali e il ruolo delle Nazioni Unite. Significa sostenere i trattati internazionali sul disarmo e promuovere il progressivo superamento delle armi nucleari. Significa destinare una parte crescente delle risorse oggi assorbite dalla spesa militare alla sanità, all’istruzione, alla cooperazione, alla lotta contro la povertà, alla tutela dell’ambiente e alla sicurezza sociale.

Significa inoltre promuovere una vera educazione alla pace nelle scuole e nelle università. La pace non è una condizione naturale che si conserva automaticamente: è una competenza culturale che deve essere appresa, praticata e trasmessa. Educare alla pace significa insegnare la gestione nonviolenta dei conflitti, il riconoscimento dell’altro, la mediazione, la memoria storica e la responsabilità collettiva.

Anche l’informazione ha una responsabilità decisiva. Occorre contrastare la propaganda bellica, la disumanizzazione del nemico e la normalizzazione della violenza. Il giornalismo, la fotografia, il cinema, la letteratura e tutte le forme dell’espressione artistica possono contribuire a restituire individualità alle vittime e a rompere l’assuefazione alle immagini della guerra.

L’arte come resistenza civile

L’arte può diventare così una forma di resistenza civile. Una poesia può impedire che una vittima venga dimenticata; una fotografia può incrinare la narrazione ufficiale; un film può restituire la complessità di un conflitto; una testimonianza può trasformare la memoria in responsabilità. La cultura non è un ornamento della società: nei momenti di crisi può diventare uno dei principali strumenti di difesa dell’umano.

Restare umani richiede dunque uno sforzo continuo di soccorso, accoglienza e assistenza verso ogni persona sofferente, sostituendo alla grammatica della forza il linguaggio della cura e della solidarietà. Significa costruire ponti invece di muri, corridoi umanitari invece di respingimenti, negoziati invece di ultimatum, cooperazione invece di competizione armata.

È necessario anche ripensare il concetto stesso di sicurezza. La vera sicurezza non può coincidere esclusivamente con la capacità militare di colpire un avversario. Una società è sicura quando garantisce ai propri cittadini accesso alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla casa, all’acqua, al cibo, all’ambiente e alla partecipazione democratica. La sicurezza umana deve tornare a essere il centro delle politiche pubbliche.

Da questa prospettiva, il disarmo non rappresenta una perdita di sicurezza, ma una sua ridefinizione. Ridurre gli arsenali significa liberare risorse per la vita. Smilitarizzare il pensiero significa riconoscere che non ogni problema ha una soluzione militare e che la forza delle istituzioni democratiche si misura anche dalla loro capacità di evitare la guerra.

La pace, pertanto, non può essere soltanto l’assenza temporanea delle armi. Deve essere costruzione quotidiana di giustizia. Dove persistono disuguaglianze estreme, sfruttamento, discriminazione e povertà, la pace rimane fragile. La nonviolenza richiede quindi anche una trasformazione delle strutture economiche e sociali che producono esclusione.

La cultura della cura vs la cultura della potenza

L’etica della nonviolenza diventa così un progetto di civiltà. Essa unisce la memoria delle vittime alla responsabilità verso le generazioni future; la tutela dei diritti umani alla difesa dell’ambiente; la diplomazia al disarmo; la cultura alla partecipazione democratica.

La scelta fondamentale è tra due paradigmi. Da una parte la cultura della potenza, secondo cui la sicurezza nasce dalla minaccia e la pace dall’equilibrio delle armi. Dall’altra una cultura della cura, nella quale la sicurezza deriva dalla cooperazione, la sovranità si concilia con la solidarietà e la forza delle istituzioni viene utilizzata per prevenire la violenza anziché per organizzarla.

In un mondo nel quale l’umanità possiede i mezzi tecnologici per distruggere se stessa, la nonviolenza non è più soltanto un ideale morale: è una necessità storica.

La domanda che ci viene posta dalla guerra non è soltanto come fermare le armi una volta che hanno iniziato a sparare. È come costruire una società nella quale la guerra non rappresenti più la risposta considerata normale ai conflitti.

Per questo la pace deve diventare cultura, politica, educazione, diritto e pratica quotidiana. Occorre trasformare il dolore della memoria in responsabilità presente e la consapevolezza della catastrofe possibile in impegno concreto.

Spezzare il ciclo della violenza significa allora scegliere, ogni giorno, di riconoscere nell’altro il proprio simile. Significa sottrarre la politica alla logica della vendetta e restituirla alla diplomazia, al dialogo e alla giustizia. Significa investire nella vita invece che nella distruzione.

Solo attraverso questo radicale cambiamento di paradigma l’umanità potrà evitare che la prevedibilità della guerra continui a trasformarsi nella prevedibilità della catastrofe. La nonviolenza non promette un mondo senza conflitti: propone gli strumenti per attraversarli senza distruggere l’essere umano e il pianeta che lo accoglie.

 

Laura Tussi

Nella foto: Francisco Goya, 2 maggio 1808 e 3 maggio 1808. Le due tele raccontano due momenti inseparabili della rivolta di Madrid contro l’occupazione napoleonica: la sollevazione popolare e la brutale repressione francese che ne seguì. Nel 2 maggio 1808, Goya rappresenta la carica della cavalleria francese contro i rivoltosi nella zona della Puerta del Sol; nel 3 maggio 1808 porta invece lo spettatore davanti alla rappresaglia: poco prima dell’alba, centinaia di spagnoli furono radunati e fucilati dai soldati francesi. La luce della lanterna illumina i condannati e, soprattutto, il volto e il corpo dell’uomo che affronta la morte a braccia aperte: un’immagine divenuta simbolo universale della vittima innocente e della denuncia della violenza della guerra.




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