venerdì 22 luglio - Riccardo Noury - Amnesty International

Cuba, un anno fa la repressione delle proteste di massa

L’11 luglio 2021 migliaia di persone scesero spontaneamente in strada in decine di città di Cuba, in numeri che non si vedevano da decenni, per chiedere un cambiamento delle condizioni di vita. 

Al centro delle proteste c’erano la mancanza di cibo, di medicine e di prodotti per l’igiene, le continue interruzioni della corrente elettrica, le restrittive misure adottate dal governo per contrastare la pandemia da Covid-19 e la tradizionale politica repressiva dello stato, che da anni causava violazioni dei diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica.

Durante le proteste e nelle settimane successive, le autorità arrestarono centinaia di persone senza informare le famiglie sulla loro sorte, posero attivisti e giornalisti indipendenti sotto sorveglianza e bloccarono l’accesso a Internet.

Una delle principali e ben collaudate tattiche utilizzate dalle autorità per reprimere le proteste e ridurre al silenzio le persone che la pensano diversamente consiste nel ricorso agli arresti arbitrari. È andata così anche quella volta. Il caso dell’artista e difensore dei diritti umani Luis Manuel Otero Alcantara (nella foto) è emblematico: è stato arrestato dopo che aveva annunciato che avrebbe preso parte alle proteste e, quasi un anno dopo, è stato condannato a cinque anni di carcere solo per aver esercitato il suo diritto alla libertà d’espressione.

Nei mesi successivi sono stati celebrati numerosi processi a porte chiuse ed è stato fatto costantemente ricorso a sorveglianza e intimidazioni.

Inoltre, le autorità cubane hanno provato a disfarsi delle voci critiche proponendo lo scambio “libertà contro esilio”, come nei casi di Esteban Rodriguez e Hamlet Lavastida.

Il presidente Miguel Diaz-Canel, colui che chiamò a raccolta “i difensori del regime” per reagire violentemente contro coloro che erano scesi in strada, continua a dire che il governo operò in modo legittimo. Secondo la narrazione ufficiale, le proteste stavano minacciando “l’ordine costituzionale e la stabilità” dello stato socialista.

La realtà è diversa: a oggi almeno 701 persone restano in carcere, private della loro libertà solo aver espresso la loro insoddisfazione per la situazione nel paese.

 




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