venerdì 7 febbraio - Riccardo Noury - Amnesty International

Coronavirus: tra censura e xenofobia, sono in gioco i diritti umani

Di fronte a un’emergenza sanitaria globale, quale quella proclamata dall’Organizzazione mondiale della sanità rispetto al coronavirus, sarebbe necessario unire le forze, garantire efficienza e trasparenza delle informazioni e prendere tutti i provvedimenti limitativi necessari, proporzionali e scientificamente ritenuti validi.

La risposta a un’epidemia può avere un impatto potenziale sui diritti umani di milioni di persone.

Al centro di tutto c’è il diritto alla salute, garantito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, che contempla ovviamente il diritto a essere protetti dall’epidemia così come quello di accedere alle cure mediche e alle informazioni, il divieto di discriminazione nella fornitura di servizi sanitari, la libertà dai trattamenti medici prive di consenso e altre importanti garanzie.

Qualcosa non è andato, e non sta ancora andando bene.

All’inizio, il governo cinese si è strenuamente impegnato a sopprimere informazioni sul coronavirus e sui rischi per la salute pubblica. Alla fine del dicembre 2019, medici di Wuhan hanno condiviso coi loro colleghi i timori riguardo a pazienti che presentavano sintomi simili alla sindrome respiratoria acuta grave, diffusasi nella Cina meridionale nel 2002. Sono stati immediatamente ridotti al silenzio e puniti dalle autorità locali per “diffusione di voci prive di fondamento”.

La Corte suprema li ha parzialmente riabilitati ma i tentativi di minimizzare la gravità dell’epidemia sono proseguiti, condivisi ai livelli più alti del governo cinese, come si è visto in occasione dei tentativi aggressivi della Cina, rivelatisi poi privi di successo, di non far dichiarare l’emergenza sanitaria globale da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Da Wuhan filtrano informazioni che il governo cinese non avrebbe voluto che circolassero: pazienti respinti dagli ospedali dopo ore di attesa, strutture mediche prive dei test diagnostici, persone non in grado di raggiungere velocemente gli ospedali a causa del blocco dei trasporti pubblici o che, in alcuni casi, non riescono a portare fuori di casa i corpi delle persone decedute.

Persone che hanno cercato di condividere informazioni sui social media circa il coronavirus sono state prese di mira dalle autorità cinesi. Ad esempio, il noto avvocato e giornalista Chen Qiushi ha denunciato di essere stato minacciato dopo aver diffuso online fotografie degli ospedali di Wuhan.

Un abitante di Wuhan, Fang Bin, è stato trattenuto per breve tempo dalle autorità locali dopo che aveva diffuso un video che mostrava apparentemente cadaveri di vittime del coronavirus.

A seguito della diffusione del coronavirus, molti stati hanno chiuso le loro frontiere a persone provenienti dalla Cina o da altri paesi asiatici, altri hanno imposto rigide misure di quarantena.

Il governo dell’Australia ha inviato centinaia di suoi connazionali in un centro di detenzione per immigrati sull’isola di Christmas, dove in precedenza l’Associazione medica australiana aveva denunciato condizioni “inumane” a causa delle sofferenze fisiche e mentali provate dai rifugiati che all’epoca vi erano trattenuti.

Papua Nuova Guinea ha chiuso le sue frontiere alle persone provenienti da tutti i paesi asiatici, compresi quelli in cui non sono stati confermati casi di coronavirus, col risultato paradossale che un gruppo di studenti papuani è rimasto bloccato nelle Filippine.

La discriminazione e la sinofobia stanno accompagnando la diffusione del virus.

Persone di Wuhan, anche quando non presentavano alcun sintomo, sono state respinte dagli alberghi di altre città della Cina e poi costrette a barricarsi in casa mentre informazioni personali su di loro circolavano in modo indisturbato sui social media.

Denunce di xenofobia contro i cinesi o in generale contro gli asiatici sono arrivate da altri paesi. In Corea del Sud, Giappone e Vietnam alcuni ristoranti hanno rifiutato l’ingresso a clienti cinesi, in Indonesia un gruppo di manifestanti ha costretto dei turisti cinesi a lasciare un albergo. In Australia e Francia alcuni quotidiani sono stati accusati di razzismo. Quanto all’Italia, Amnesty International ha diffuso un preoccupato commento.

Tutto questo non ha nulla a che fare col diritto alla salute.




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