venerdì 11 febbraio - Osservatorio Globalizzazione

Con Boric in Cile l’opportunità di un “nuovo regionalismo” sudamericano?

Il trionfo di Boric in Cile non è solo un terremoto politico e geopolitico, di fatto è un trionfo ad alto contenuto simbolico nella regione: è il trionfo di una forza politica alternativa nella culla del neoliberismo nella regione. 

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Il clamoroso trionfo di Gabriel Boric del 19 dicembre ha scatenato il dibattito su una possibile “Seconda marea rosa” in Sud America.

Il Cile è stato il primo laboratorio della Scuola di Chicago[1] in Sud America, una dittatura di mercato e uno stato minimo imposto alla violenza da Augusto Pinochet in un colpo di stato militare nel 1973 e consolidata come democrazia neoliberista negli anni ’90, sotto un presunto “consenso centrista” tra le forze conservatrici post-Pinochetiste e la sinistra tradizionale cilena (la Concertación che ha avuto ex presidenti Ricardo Lagos e Michelle Bachelet come massimi esponenti) un presunto consenso democratico che in pratica non ha cambiato le strutture economiche, sociali e politiche ereditate dalla dittatura militare.

Questo risultato sembra scartare il cosiddetto Mito dell’ Eccezionalità Cilena: l’archetipo dello stato neoliberale ideale, che per anni ha ispirato i discorsi delle forze liberali di destra del Sud America, un modello di crescita economica con un Stato minimo e un’elevata libertà corporativa, sotto una pretesa aura di stabilità sociale e politica, l’ordine (neo) liberale da emulare in tutta la regione.

Ma quell’ordine è rotto in Cile.

In primo luogo le proteste studentesche del 2011 (a cui ha partecipato Boric) avrebbero dato un’anticipazione dei movimenti che stavano fermentando nelle radici della società cilena.

Infine il punto di rottura sarebbero le proteste 2019-2021 (el Estallido) – con proteste simili in tutto il Sud America con una chiara enfasi anti-neoliberale e status quo – porterebbe all’elezione di un’assemblea costituzionale riformista e ora, questo dicembre, come risultato dell’elezione di Gabriel Boric a presidente, un chiaro revisionista del paradigma neoliberale nel suo paese.

Tale rottura non avrebbe potuto essere spiegata più concretamente che dallo stesso Boric nel suo discorso da presidente eletto: “una crescita economica che si basa su una profonda disuguaglianza ha piedi di argilla”.

Tali eventi sono causa di illusioni, giustificate o no, non solo in Cile, ma in tutta la regione per coloro che predicano un modello alternativo di società al paradigma neoliberale.

Il clamoroso trionfo di Gabriel Boric del 19 dicembre ha scatenato il dibattito su una possibile “Seconda marea rosa” in Sud America, in una certa misura l’esito di queste elezioni – così come quello di Pedro Castillo in Perù e Arce in Bolivia – hanno dato nuovo vigore a questa idea, che, sebbene discutibile, il fatto che la vittoria di Boric sia una boccata d’aria fresca per i governi progressisti assediati dopo due anni di pandemia e uno scenario internazionale turbolento e instabile da qualche tempo non può essere negato.

La serie di proteste del 2019 in Sud America e la sconfitta elettorale di Mauricio Macri in Argentina nello stesso anno aggiunto alla pandemia di Covid 19 e i suoi effetti sulla regione estesi per più di un anno (il drammatico calo dei livelli di approvazione dell’amministrazione Bolsonaro in Brasile come esempio paradigmatico) sembrano convergere in un’unica diagnosi: il paradigma neoliberale in Sud America (e America Latina) è in crisi.


Questa crisi terminale è già evidente. Ma le forze alternative a questo paradigma non sono ancora state in grado di affermare le loro basi. Quindi è previsto un lungo e laborioso processo post-neoliberale.

Secondo una citazione di Gramsci, i tempi di crisi sono quelli in cui: “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”.

I governi progressisti con paradigmi post-neoliberali della prima Marea Rosa non potevano consolidare la contro-egemonia all’interno dei loro paesi (strutture istituzionali e culturali del neoliberismo) né controbilanciare l’influenza degli Stati Uniti a livello regionale attraverso un’azione comune.

In termini geopolitici e istituzionali, praticamente tutti i processi e le organizzazioni di integrazione regionale in Sud America e America Latina sono ormai fermi. Entrambe le organizzazioni regionali storiche (come il MERCOSUR) e quelle guidate dalla Marea Rossa progressiva: CELAC, UNASUR, etc.

Sarà la sfida di Boric così come dei prossimi leader che emergeranno dal ciclo elettorale nel 2022 nella regione per rilanciare, rivitalizzare il regionalismo de La Patria Grande.

Il processo politico che nel 2022 sarà in grado di delineare con maggiore precisione le future tendenze regionali a questo proposito sarà le elezioni presidenziali in Brasile in ottobre, dove oggi Lula da Silva ha un ampio vantaggio secondo la maggior parte dei sondaggi di opinione pubblica.

La vittoria di Lula – le forze alternative al progetto neoliberista e l’allineamento unipolare agli Stati Uniti, ora rappresentati dal l’amministrazione Bolsonaro in Brasile – sarebbe il cambiamento necessario per invertire la tendenza a livello regionale e fornire la forza politica necessaria per rivitalizzare il progetto di unità regionale.

A partire dal 2022, una nuova convergenza tra i governi di Argentina, Brasile e Cile consentirebbe rilanciare la posticipata piattaforma ABC (Argentina, Brasile, Cile) proposta dal Peronismo negli anni ’50.

Il progetto ABC e il Continentalismo sono entrambi concetti strategici della dottrina geopolitica del Peronismo. E in tale dottrina sono la base per la realizzazione dell’Unione sudamericana. Tale unione permetterebbe il consolidamento di un polo continentale autonomo che controbilancerebbe l’influenza delle grandi potenze nella regione, idee ancora valide in un mondo più multipolare e complesso, in cui emergono nuove competenze, discussioni e paradigmi.


Note

[1] Con l’espressione Scuola di Chicago si definisce una scuola di pensiero economica, elaborata da alcuni professori dell’Università di Chicago, basata su una descrizione delle istituzioni economiche pubbliche e private contemporanee, volta a promuovere inoltre ipotesi di riforme in senso liberale e liberista dell’economia.

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