mercoledì 4 novembre - Osservatorio Globalizzazione

Come si sceglie il Presidente degli Stati Uniti

Scopriamo in questa analisi di Alessandro Catanzaro, nuovo collaboratore dell’Osservatorio, come funziona e per che ragioni politiche è stato introdotto il sistema di elezione del Presidente degli Stati Uniti, basato sulla ricerca della fatidica maggioranza di 270 “grandi elettori” nel Collegio Elettorale. Il pezzo conclude il dossier “AMERICANA” realizzata dall’Osservatorio e da Kritica Economica.

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Tempo di presidenziali negli Stati Uniti, ed ecco che le attenzioni del mondo intero si concentrano su ciò che accade nel Paese nordamericano durante l’election day. Attenzioni giustificate, dato che parliamo della scelta della persona che per quattro anni guiderà la prima potenza mondiale. Solo che, come chi segue più attentamente la politica internazionale sa, questa scelta è compiuta dai cittadini solo indirettamente. Gli Usa presentano infatti un particolarissimo sistema elettorale, quello dei grandi elettori, che di fatto attribuisce più potere agli Stati piuttosto che ai singoli votanti.

La relativa procedura è regolata dal secondo articolo, prima sezione, della Costituzione statunitense[1], il quale stabilisce che ogni Stato ha diritto a eleggere tanti grandi elettori quanti sono i suoi rappresentanti al Congresso. Il totale equivale quindi ai 435 membri della Camera dei rappresentanti, eletti in proporzione alla popolazione, più i 100 membri del Senato, che invece sono due per ogni Stato. In aggiunta il XXIII emendamento[2], approvato nel 1961, ha previsto tre grandi elettori (tanti quanti lo Stato meno popoloso) per la capitale Washington, che è territorio federale. Totale: 538 grandi elettori. Per vincere ne servono 270, uno in più della metà.

Dunque i cittadini statunitensi durante le presidenziali votano in maniera solo mediata per il presidente e il vice presidente, nonostante i nomi dei due candidati di ciascun partito appaiano regolarmente sulla scheda elettorale (nell’apposita sezione, dato che si vota contemporaneamente anche per la Camera, per parte del Senato e per numerosi incarichi a livello locale).

Di fatto però il loro voto va ai grandi elettori. Questi ultimi sono persone per così dire “di fiducia” dei partiti, che per Costituzione non possono ricoprire alcun incarico pubblico, nemmeno come funzionari, al momento dell’individuazione. Il loro unico compito è ratificare la decisione presa dal corpo elettorale durante l’elezione presidenziale, radunandosi dopo circa una quarantina di giorni nelle capitali dei diversi Stati e indicando il nome dei candidati vincitori. A volte capita che qualcuno opti, in dissenso dal partito, per una figura diversa dal candidato ufficiale (nel 2016, dai grandi elettori uscirono ben sette nomi di presidenti diversi[3]). Anche se non è mai successo che questi “scherzetti” siano risultati decisivi per un’elezione, alcuni Stati li proibiscono espressamente, prevedendo in certi casi l’annullamento del voto e il rimpiazzo automatico dell’elettore infedele[4].

Tornando al voto popolare, due dettagli chiave dell’elezione sono segnalati da altrettante espressioni anglosassioni: designazione at-large e metodo winner-takes-all. La prima indica un collegio unico a livello statale, la seconda che basta prendere un voto in più degli avversari per accaparrarsi tutti i grandi elettori di uno Stato. Funziona così ovunque, tranne che in due piccoli Stati, Maine e Nebraska, che attribuiscono due grandi elettori al partito vincitore dello spoglio complessivo e individuano i restanti secondo una logica di collegi distrettuali (ma si tratta rispettivamente di due e tre grandi elettori, numeri perciò trascurabili).

Per comprendere questo sistema così complicato occorre calarsi nel contesto storico in cui la Costituzione fu scritta, e cioè alla fine del XVIII secolo quando, terminata vittoriosamente la guerra d’indipendenza contro l’Inghilterra, i neonati Stati Uniti d’America (le famose tredici colonie), si trovarono a decidere la propria struttura costituzionale.

Per quanto riguardava la scelta della massima autorità, il presidente, dopo un lungo dibattito fu individuata una formula che rispecchiasse la natura federale della repubblica, operando un bilanciamento tra i singoli Stati e la nazione nel suo complesso.

Tra le altre cose, fu esclusa l’elezione presidenziale da parte dell’organo legislativo, in quanto ciò avrebbe violato il principio della separazione dei poteri al quale i padri fondatori, figli dell’Illuminismo, credevano fortemente (è previsto infatti che il Congresso intervenga solamente in mancanza di un candidato capace di raccogliere la maggioranza assoluta dei voti dei delegati, ipotesi concretamente verificatasi in due occasioni, più una limitatamente alla scelta del vice presidente, tutte nella prima metà del XIX secolo[5]).

Allo stesso modo fu scartata l’elezione diretta da parte dei cittadini, dato che gli Stati adottavano requisiti diversi per l’elettorato attivo, senza considerare, oltretutto, che gli Stati del Sud erano schiavisti.

Dato che la Costituzione, poi, ha sempre lasciato libertà agli Stati relativamente al metodo di individuazione dei grandi elettori, a lungo per la designazione di questi ultimi convissero sistemi diversi: alcuni Stati propesero per l’individuazione ad opera dei Parlamenti statali, altri per un’elezione popolare su base distrettuale (quest’ultima, a dire il vero, era l’interpretazione più corretta del pensiero dei padri fondatori[6]). Alla fine ebbero consenso pressoché generale i principi già descritti del collegio at-large e del winner-takes-all.

Già dal 1804, inoltre, il XII emendamento[7] perfezionò il tutto stabilendo che i grandi elettori dovevano indicare, oltre al candidato presidente, anche il relativo vice, il che ha portato al sistema del ticket presidenziale (ogni candidato presidente individua per tempo il suo running mate), secondo un meccanismo che da allora è rimasto di fatto immutato.

Questa la storia per sommi capi. Ma quali sono le principali implicazioni di questo sistema?

La prima, come accennato in apertura, è che gli Stati hanno una grossa incidenza sul risultato della competizione elettorale. Vincere uno Stato con un voto in più del partito avversario è la stessa cosa che conquistarlo con una percentuale bulgara di suffragi. Ecco perché sono così importanti i cosiddetti swing States, cioè quegli Stati che presentano un’accentuata tendenza a cambiare colore politico a ogni elezione. Ed ecco perché, di conseguenza, è proprio qui che si concentrano i comizi presidenziali, i finanziamenti elettorali, gli appelli al voto fino alla chiusura dei seggi. Lo swing State per eccellenza e l’Ohio, che esprime attualmente 18 grandi elettori e che dal 1964 ad oggi ha cambiato spesso colore politico, appoggiando sempre il futuro presidente. Vincere in Ohio equivale perciò a mettere una seria ipoteca sul risultato finale.

Di converso, in tutti gli Stati considerati “sicuri” per un partito o per l’altro, la partecipazione è disincentivata: si sa che il proprio voto non cambierà il risultato finale, e infatti la percentuale complessiva di votanti alle presidenziali americane è piuttosto bassa se confrontata ad esempio con l’affluenza in Europa: siamo di poco sopra al 60%[8].

Un’ultima implicazione, comune a quella di ogni sistema maggioritario, ma ancora più accentuata in questo caso, è la possibilità che il vincitore del voto popolare non corrisponda a quello dell’elezione. È successo per quattro volte da quando la scelta dei grandi elettori è affidata interamente al voto dei cittadini, e curiosamente a farne le spese è sempre stato il Partito Democratico.

Lasciando da parte i casi più risalenti (1876 e 1888), gli ultimi due sono particolarmente clamorosi. Nel 2000 Al Gore perse contro George Bush jr. pur avendo preso mezzo milione di voti in più. Decisivo fu l’esito della Florida che andò a Bush per circa 500 voti, un margine davvero esiguo, per cui la questione del riconteggio delle schede andò avanti per settimane, trascinandosi fino alla Corte suprema che, con una sua decisione, decretò di fatto la vittoria del candidato repubblicano[9].

È stata netta, invece, la sconfitta di Hillary Clinton quattro anni fa, almeno in termini di grandi elettori. Peccato che la candidata democratica abbia ottenuto quasi 3 milioni di voti in più rispetto al presidente Donald Trump[10]. Il che ha ridato slancio a quanti chiedono una riforma complessiva del sistema[11].

Facile a dirsi, molto meno a farsi. Per modificare le regole, servirebbe infatti un emendamento costituzionale, ma far passare questi ultimi è un’impresa titanica. La Costituzione prescrive infatti una maggioranza dei 2/3 sia alla Camera che al Senato, e in più la ratifica dei 3/4 dei Parlamenti statali[12]. In pratica un’utopia, considerato che ora come ora il grosso dei repubblicani è contrario[13] (l’attuale sistema, dati alla mano, li favorisce, come dimostrato anche dal caso del 2016), e che in generale gli Stati più piccoli non sono poi così felici di diminuire il proprio peso elettorale.

Si cercano allora soluzioni alternative: una particolarmente creativa è l’iniziativa denominata National Popular Vote Interstate Compact[14], un’alleanza di Stati (praticamente tutti democratici) costituita nel 2007 che, sfruttando la lettera della disposizione contenuta nell’articolo 2, sezione 1 della Costituzione, la quale prevede la nomina da parte statale dei grandi elettori, punta a costringere giuridicamente questi ultimi a eleggere il candidato vincitore del voto popolare, indipendentemente dal risultato del proprio Stato. Questa clausola, è specificato nel patto, scatterebbe solamente nel caso in cui si raggiungesse l’adesione di un gruppo di Stati in grado di esprimere la maggioranza dei grandi elettori, la fatidica cifra di 270.

Per ora, con le adesioni dello scorso anno (Colorado, Delaware, New Mexico e Oregon) gli Stati contraenti il patto sono fermi a un numero potenziale di 196 grandi elettori. Tuttavia, è pressoché certo che, anche in caso di un eventuale futuro successo dell’iniziativa, scatterebbe una serie di ricorsi giudiziari, dato che un’ipotesi del genere rischierebbe di essere in contrasto con altre disposizioni costituzionali (in particolare con l’articolo 1, sezione 10, che vieta esplicitamente i patti confederali[15]).

Insomma, il particolare sistema americano fa sì che questa forma di elezione, per quanto bizzarra possa apparire a un osservatore esterno, sia probabilmente destinata a durare ancora a lungo. Per ora, l’unico cambiamento che vedremo operare a partire dalle prossime presidenziali riguarderà una diversa distribuzione dei grandi elettori, sulla base dei risultati del censimento decennale che si è da poco concluso e i cui dati sono in attesa di essere elaborati[16].

Nel frattempo, se siete appassionati di calcoli, ci sono alcuni siti che si sono specializzati nel provare a prevedere tutte le possibili combinazioni di grandi elettori[17]. Può essere un divertente passatempo in attesa dell’uscita dei risultati ufficiali.


[1] https://www.senate.gov/civics/constitution_item/constitution.htm#a2_sec1

[2]https://www.senate.gov/civics/constitution_item/constitution.htm#amdt_23_(1961)

[3] https://www.reuters.com/article/us-usa-election-electoralcollege-idUSKBN1480FQ

[4] http://www.thegreenpapers.com/G20/EC-Appointed.phtml

[5] https://en.wikipedia.org/wiki/Contingent_election

[6] https://web.archive.org/web/20170525182347/https://founders.archives.gov/documents/Madison/99-02-02-0023

[7] https://www.senate.gov/civics/constitution_item/constitution.htm#amdt_12_(1804)

[8] https://www.census.gov/content/dam/Census/newsroom/press-kits/2017/voting-and-registration/figure01.png

[9] https://www.history.com/news/2000-election-bush-gore-votes-supreme-court

[10] https://www.nytimes.com/elections/2016/results/president

[11] https://www.change.org/p/u-s-congress-abolish-the-electoral-college-9b343584-05cb-4a67-862f-24ffb7e31c2e

[12] https://www.senate.gov/civics/constitution_item/constitution.htm#a5

[13] https://www.forbes.com/sites/alisondurkee/2020/09/24/support-for-abolishing-electoral-college-hits-nearly-10-year-high-poll/?sh=39c1379958df

[14] https://www.nationalpopularvote.com/written-explanation

[15] https://www.senate.gov/civics/constitution_item/constitution.htm#a1_sec10

[16] https://www.census.gov/newsroom/press-releases/2020/2020-census-data-collection-ending.html

[17] https://www.270towin.com/2020-simulation/

  1. La Trumpnomics ha funzionato davvero?– di Andrea Muratore.
  2. La Cina assedia l’egemonia statunitense – di Davide Amato.
  3. Trump e la Cina: un braccio di ferro lungo quattro anni – di Gino Fontana.
  4. Non solo “Stato minimo”: come funziona la burocrazia negli Usa – di Lorenzo Castellani.
  5. La sporca guerra contro Cristoforo Colombo – di Andrea Muratore.
  6. Il peso elettorale decisivo dei cattolici americani– di Emanuel Pietrobon e Andrea Muratore.
  7. L’agenda di Biden per la politica estera statunitense – di Marco D’Attoma
  8. Il futuro delle politiche statunitensi in Medio Oriente – di Annachiara Ruzzetta
  9. “Consuma et impera”: la crisi ecologica secondo l’amministrazione Trump – di Francesco Giuseppe Laureti.
  10. Trump contro Biden: si scrive post-ideologia, si legge propaganda – di Camilla Pelosi.
  11. Continuità o transizione? Le elezioni Usa e la politica energetica – intervista a Gianni Bessi
  12. Come si sceglie il Presidente degli Stati Uniti – di Alessandro Catanzaro

Foto di John Mounsey da Pixabay 




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