lunedì 14 marzo - David Lifodi

Come il calcio femminile si è trasformato in una battaglia politica

Spesso discriminate rispetto ai loro colleghi maschi, las futboleras vogliono vivere di calcio come gli uomini. Breve storia di come il calcio femminile si è trasformato in una battaglia politica.

Brasile, Cile e Messico, nonostante il machismo imperante, sono solo alcuni dei paesi latinoamericani dove la passione per il calcio femminile è in crescita. Al tempo stesso, il fútbol feminino si è trasformato rapidamente in una battaglia politica. La lotta per salari più alti (una giocatrice della Prima Divisione argentina guadagna quanto un calciatore di quarta serie) e per veder riconosciuti i propri diritti rappresentano due delle sfide maggiori per le atlete.

Tuttavia, per comprendere quanto sia complessa la situazione delle calciatrici sudamericane, occorre ricordare che in Brasile, fino al 1979, le donne che praticavano il gioco del calcio non erano ben viste, tanto che il football per loro era proprio proibito. Solo nel 2013 la Federação Brasileira de Futebol creò un campionato professionistico femminile per sostituire i tornei fino ad allora semidilettantistici.

Per fortuna, a partire dal 2019, in Brasile le cose sono cambiate e la federazione brasiliana esige che ad ogni club maschile corrisponda l’equivalente squadra femminile, anche se, spesso, le calciatrici non giocano negli impianti sportivi dei loro colleghi maschi. Nonostante tutto, ad alcune delle partite più importanti hanno assistito circa 30.000 spettatori e lo stesso è accaduto in Colombia, segno che la passione e l’interesse del pubblico sono alti.

Anche in questo caso, però, esiste l’altro lato, purtroppo oscuro, della medaglia. Nel 2019, proprio in Colombia, due calciatrici della nazionale denunciarono i mancati pagamenti della federazione, le spese mediche che erano costrette a pagarsi di tasca propria, il tentativo dei dirigenti di far cessare le loro lamentele e le uniformi da gioco logore e vecchie che erano obbligate ad indossare. Alcune delle giocatrici ribelli hanno abbandonato il paese e adesso giocano in Spagna.

La situazione non è delle migliori nemmeno in Argentina. L’Asociación del Fútbol Argentino (Afa) ha introdotto infatti l’obbligo per i club di avere almeno 8 giocatrici che non guadagnano e sono costrette, di conseguenza, a svolgere un altro lavoro, un problema purtroppo ben presente, nel calcio come in altri sport, anche in Italia, se si escludono forse le serie maggiori e i cosiddetti top club.

È più o meno simili alla situazione argentina e colombiana quella del Messico che, dal 2017, ha il suo campionato di calcio femminile professionistico, ma le disuguaglianze salariali, l’assenza di un contratto collettivo e la mancanza di un’assicurazione sanitaria restano dei problemi che la federazione locale si rifiuta di risolvere, adducendo come scusa che il torneo non rappresenti ancora un grande affare dal punto di vista economico. Eppure l’interesse dei tifosi è in crescita, come del resto in Perù, ma anche nel paese andino le donne giocano in stadi differenti da quelli dove scendono in campo gli uomini, spesso il terreno è pericoloso ed in pessime condizioni.

Per far valere i propri diritti le calciatrici cilene hanno fondato l’Associazione nazionale delle giocatrici, una sorta di sindacato che cerca di propugnare l’idea che una donna possa vivere di sport, nel caso specifico del calcio, con dignità. “Molti dirigenti non capiscono che nel calcio le condizioni tra uomini e donne devono essere uguali”, dichiarò una volta Iona Rothfeld , storica calciatrice cilena.

A sostenere le calciatrici latinoamericane è intervenuto anche il movimento femminista #NiUnaMenos, ricordando che “los equipos de fútbol femenino desafían a los patriarcas del deporte rey en América Latina”.

Per le calciatrici la strada resta comunque in salita. Brenda Elsey, storica statunitense conosciuta per i suoi lavori di ricerca sulle politiche di genere, ha ricordato che solo pochi anni fa la nazionale di Trinidad e Tobago fu costretta a chiedere delle donazioni sui social network, l’unico modo che aveva per raggiungere gli Stati uniti e giocarsi all’accesso ai mondiali femminili all’interno della Concacaf (Confederazione calcistica Nord, Centroamerica, Caraibi).

L’ostilità verso le atlete, in America latina, viene da lontano. Alla fine del XIX secolo i programmi di educazione fisica rimarcavano il fatto che le bambine erano “biologicamente inferiori, mentalmente instabili e fragili”.

È stata proprio una donna che insegna educazione fisica all’Universidad Nacional de La Plata, la quarantottenne Lorena Berdula, ad evidenziare che il calcio femminile rappresentava il modo per contestare e mettere in crisi il patriarcato, tanto da girare l’Argentina per partecipare a seminari autoconvocati in cui si ribadivano i diritti delle futboleras.

Le calciatrici, ebbe a ricordare ancora una volta Brenda Elsey, devono sempre fare i conti con quegli uomini che, nel Cile del 1910, definirono le donne desiderose di giocare a calcio come “invasoras”. Las futboleras che giocano e trionfano sono percepite dagli uomini come una minaccia al loro senso di superiorità.

Per questo, in America latina, come altrove, si cerca di rendere invisibile il calcio femminile.




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