venerdì 17 gennaio - Riccardo Noury - Amnesty International

Colombia, la strage dei difensori dei diritti umani non si ferma

La Colombia è uno dei peggiori paesi al mondo per i difensori dei diritti umani: secondo l’ong Frontline Defendersnel 2018 ne sono stati assassinati 126, oltre due alla settimana. Nel 2019 il numero è stato di poco inferiore, 120.

La maggior parte delle vittime erano attivisti sociali, rappresentanti delle comunità native e dei contadini ma da alcuni anni a questa parte a essere prese di mira sono sempre più le donne di discendenza africana, soprattutto nelle province occidentali.

Sono loro, impegnate pacificamente nella difesa delle loro comunità ancestrali, il principale ostacolo alle imprese economiche e criminali che intendono piegare quei terreni a “progetti di sviluppo”, sfruttamento del sottosuolo e traffico di stupefacenti. Sullo sfondo, come sempre, il mai di fatto smantellato paramilitarismo e una società fragile col record mondiale di sfollati interni, quasi otto milioni.

Salito al potere nell’agosto 2018, il presidente Iván Duque ha adottato un programma per proteggere i difensori dei diritti umani, i leader comunitari e i giornalisti. Il programma prevede il rafforzamento dei reparti speciali di polizia, l’assegnazione di misure di protezione, un più efficiente coordinamento tra i vari organismi statali e anche ricompense per chi fornisce informazioni su presunti autori di omicidi.

A suo dire, nel suo primo anno di presidenza, gli omicidi dei leader comunitari sono diminuiti del 35 per cento.

A dire dei diretti interessati, ossia i difensori dei diritti umani, quel programma è insufficiente.

Prendiamo ad esempio il dato ufficiale sulle misure di protezione (scorte e altro): secondo dati risalenti allo scorso novembre, ne beneficiavano 3733 difensori dei diritti umani.

Non sempre, tuttavia, queste misure si rivelano efficaci: viene messa a disposizione una vettura per facilitare gli spostamenti, ma non la benzina per effettuarli; viene concesso un giubbotto antiproiettile col risultato che chi lo indossa mostra a tutti di essere un obiettivo; viene fornito un telefono cellulare ma in molte zone interne del paese non c’è campo; il cosiddetto bottone antipanico è una bella cosa a condizione che dall’altra parte vi sia sempre qualcuno pronto a rispondere al segnale d’allarme.

Nelle prime due settimane del 2020, i difensori dei diritti umani uccisi sono stati già 18.

(Nella foto: esponenti dell’Afrodes, l’Associazione nazionale degli sfollati di discendenza africana)

 




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