martedì 22 settembre - Enrico Campofreda

Colloqui inter afghani, ostacoli politico-giurisprudenziali

Dopo otto giorni dall’avvio dei colloqui inter afghani e cinque di contatti di lavoro le delegazioni governativa di Kabul e talebana hanno deciso di ridurre a venti gli articoli su cui stipulare un concordato.

 Inizialmente erano ventitré, ma sul nome dato al conflitto, sul sistema religioso scelto per le negoziazioni e sull’inclusione del precedente accordo firmato da Stati Uniti e turbanti, quale premessa per questo successivo patteggiamento, non c’è concordanza fra le parti. Le tre questioni restano in sospeso e potrebbero costituire un ostacolo insormontabile qualora non si arrivasse a compromessi. Non è comunque detta l’ultima parola perché i due fronti si mostrano collaborativi. Certo, i taliban non vogliono rinunciare al termine “jihad” usato per indicare la lotta che li ha visti finora combattere contro la Nato e l’esercito afghano da lei sostenuto. I governativi parlano di “guerra” e chi cerca di superare la contrapposizione ha proposto il termine “problema”. Definizione vaga e incolore seppur realistica, poiché se non si decide quale formula usare il problema diventerà quello di far proseguire i colloqui. I taliban poi pongono come base per qualsivoglia decisione negoziale la giurisprudenza hanafita. Su questo la delegazione di Kabul è più possibilista poiché la maggioranza pashtun si riconosce nell’Islam sunnita, aderente in quell’area a quella corrente. Inoltre la delegazione degli studenti coranici pone un netto rifiuto a menzionare il nome di altre fedi nelle circostanze in cui si fa riferimento a decisioni con una base religiosa. Però l’articolo 131 della Costituzione vigente in Afghanistan, dichiara che le Corti di giustizia devono applicare la giurisprudenza sciita nei casi che coinvolgono i fedeli di quel credo. Conciliante su quest’intoppo la posizione di Mohammed Mohaqiq, leader del Partito di Unità Islamica del popolo, un hazara sciita egli stesso. In una recente apparizione pubblica ha dichiarato che gli afghani “s’identificano in vent’anni di democrazia e si accettano l’un l’altro. Etnie, lingue, religioni erano state discusse nella costituzionale Loya Jirga e ufficialmente ci siamo riconosciuti e accettati”. Mentre il chierico Kalantari dichiara: “La giurisprudenza hanafita non è tutto, lo stesso vale per le leggi sciite. Abbiamo molti casi che credono come il diritto hanafita si riferisca anche ad altre scuole di giurisprudenza”. Basterà a convincere i talebani? Comunque più della fede potrebbe l’identità per il futuro. Gli attuali governativi non ci stanno a condizionare l’accordo che si dovrebbe firmare a quello precedente sottoscritto in febbraio, dal quale peraltro erano esclusi. Invece i taliban lo considerano il padre dell’attuale e di futuri accordi, sanno che nelle concessioni per il governo che verrà gli statunitensi si mostreranno più generosi dei politici di casa con cui dovranno convivere.

Enrico Campofreda, 21 settembre 2020




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