giovedì 31 ottobre - Osservatorio Globalizzazione

Clima o Climax?

Oggi Verdiana Garau, ci parla di clima, con una larga riflessione che punta a dirci che l’impegno deve essere unanime, ma ancora una volta, l’Italia è protagonista.

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Da poco si è celebrata una ricorrenza che non molti tengono di conto: il 27 ottobre 1962 fu il giorno in cui Enrico Mattei tenne il suo ultimo discorso. Erano anni di vere sfide per l’Italia ed Enrico Mattei saltò in aria sul suo aereo due ore dopo quel grande discorso agli operai di Gagliano. L’impronta che avrebbe lasciato resta indelebile e quel giorno fece eco all’appello delle potenzialità di crescita economica e di crescita sociale, che la ricchezza a disposizione dell’Italia avrebbe potuto generare. I giacimenti rinvenuti al sud in quel periodo avrebbero portato grandi cambiamenti nel nostro paese del dopoguerra.

Secondo stime recenti, la quantità di petrolio nel sottosuolo italiano ammonta a 82,1 milioni di tonnellate (circa 600 milioni di barili), e quelle di metano e gas naturale a 59,4 miliardi di metri cubi. Poco prima dello scoppio della guerra nel 1940, l’AGIP ricevette dagli USA l’attrezzatura necessaria per l’ispezione geologica che aveva già permesso oltreoceano di individuare grossi giacimenti. L’introduzione della sismica di riflessione permise all’Italia di accelerare la svolta sull’approvvigionamento energetico e permise il veloce aggiornamento della tecnologia, con una febbre da ricerca. La struttura di Caviaga, (pozzo esplorativo Caviaga 1), individuata nei pressi di Lodi nel 1941, permise di individuare il più grande giacimento di gas naturale dell’Europa occidentale. La notizia di tale ritrovamento venne persino taciuta alle autorità tedesche, che ormai occupavano l’Italia del nord e fu custodita all’interno dell’AGIP. Sarà la notizia di questo ritrovamento a far desistere Enrico Mattei a sviluppare l’AGIP, con la conseguente ingerenza statale ne la nascita e l’istituzione dell’ ENI, dove lo Stato svolse un ruolo strategico anche se di concorrenza agli interessi del resto dell’industria privata.

Il secondo dopoguerra comincia con una grande abbondanza di dollari e non come la precedente nella loro scarsità. I debiti vengono annullati e cominciano a piovere soldi americani sul territorio europeo, non per finanziare la guerra, ma per finanziare…la pace. Nel 1949 le ricerche continuano in Val Padana e diedero a Mattei l’idea di sviluppare la metanizzazione, rendendo l’Italia pioniera con SNAM nello sviluppo della rete gas. Il primo tratto di metanodotto italiano fu inaugurato da Alcide De Gasperi il 1º giugno 1952. Tutto ciò richiese lo sviluppo delle competenze tecniche e della stessa tecnologia utilizzata, innescando un meccanismo vertiginoso in tutti i settori come quello del mercato dell’acciaio necessario alla costruzione di tali infrastrutture.

Pochi anni dopo cominciarono le ispezioni marine con il conseguente sviluppo della SAIPEM (gruppo ENI) in tutta Italia, fino appunto in Sicilia. Da quel momento entriamo in pieno boom economico.

Nel corso della storia dell’uomo il passaggio da una materia energetica all’altra è sempre stato accompagnato da un massiccio impiego tecnologico, tecnologia che diveniva man mano sempre più complessa. Lo sviluppo economico ha rappresentato lo sviluppo delle tecniche di sfruttamento sempre più intensive a danno però dell’ambiente e il contesto energetico è diventato via via più difficile con il crescere della popolazione e dei suoi bisogni. 

Dal legno come base energetica, siamo passati all’utilizzo del carbone, dall’ascia per tagliare l’albero alle macchine a vapore per l’estrazione, poi per il trasporto e per il drenaggio dell’acqua nelle profondità durante l’estrazione, fino al petrolio, che ancora oggi utilizziamo in larga scala sapendo cosa comporta e all’energia nucleare, fonte energetica che ha generato non pochi grattacapi, gettando ombre lunghissime sull’ “atomo di pace”, dati i costi di produzione elevatissimi, l’impossibilità dimostrata dello stoccaggio dei suoi residui, l’inquinamento prodotto fin dall’estrazione e i problemi sulla salute e la sicurezza ai quali, de facto, letteralmente non esistono soluzioni. 

E più le tecnologie diventano complesse, più a loro volta richiedono energia per farle funzionare. Il cambiamento energetico ha perciò sacrificato l’ambiente, richiedendo sempre maggior consumo di materie prime per l’energia necessaria all’estrazione, lo stoccaggio, il trasporto a fronte della sempre maggiore richiesta e consumo della materia prima stessa. Infatti è il sistema consumistico ad aver fatto da traino al saccheggiamento ambientale in atto. Prendiamo i cibi in scatola, o l’abbigliamento. Costa molto meno energeticamente pescare un pesce che non tenere in piedi tutta la filiera necessaria alla sua conservazione. Costa molto meno tosare una pecora, o meno ancora scuoiare un animale, che non coltivare interi campi di cotone o addirittura produrre fibre sintetiche che richiedono a loro volta l’estrazione di petrolio.

Abbiamo chiamato le tre rivoluzioni industriali che l’uomo ha attraversato nel corso della sua storia “progresso”. Ed innegabilmente questo progresso ha permesso agli uomini sulla terra di uscire fuori dalla condizione di schiavitù impostagli dalla natura prima e da quella sociale poi. Non c’è niente come la natura da cui l’uomo non si sia sempre difeso.

La capanna, le abitazioni sempre più sofisticate, il fuoco e poi il metano per riscaldarsi, le armi e poi i mezzi per difendersi dagli animali anche feroci, le macchine per coltivare la terra, le strade e i mezzi per percorrerne le immense distanze, gli abiti e anche… gli ombrelli per la pioggia. Il punto di rottura è giunto quest’anno quando a livello planetario gli appelli al clima e ai suoi cambiamenti hanno fatto il giro del mondo e hanno innescato il punto di non ritorno a distanza di decine di anni in cui già molti scienziati ne avevano predetto l’arrivo e altrettanti si erano prodigati per risolvere la questione energetica.

La distruzione permanente del pianeta non è possibile, dove il fine ultimo è quello di accontentare tutti. Dunque è necessaria la rivoluzione verde per salvare l’uomo e il suo pianeta? Consumare diversamente o consumare meno?

Sappiamo già anche che il riciclo e il recupero al 100% sono impossibili anche termodinamicamente, solo gli ecosistemi si avvicinano il più possibile allo stato di questo equilibrio, l’energia non si crea, non si distrugge, ma si trasforma e tra una trasformazione e l’altra di energia si ha una perdita di questa. Si chiama processo entropico e dal processo entropico nessuno sfugge, nemmeno la stessa natura. Purtroppo è l’attività economica dell’uomo, l’intervento umano nel ciclo ecologico, e il legame tra consumismo e rispetto dell’ambiente saranno correlate e direttamente proporzionali in virtù del danaro.

Non c’è via di scampo. Siamo otto miliardi di persone oggi. Il danaro oltretutto è una forma di debito nazionale, e più la società è consumistica, più consuma e più si indebita, innescando poi quei rimedi nel quadro ultimo della filiera finanziaria che a molti non piacciono, come l’austerity, che in fondo altro non è che una forma di contrazione del debito generato dallo stesso consumismo alla fonte.

Un consumismo che potrebbe essere anche di colore verde. Più si genera attività, più si impiega energia, meno energia disponibile abbiamo a disposizione. Che sia petrolio, acqua, aria, terra. Tutto paradossale, dal momento che appare sempre un minor dispendio di energia quello dell’utilizzo di macchine che ci aiutano a faticare meno, macchine sempre più intelligenti, come ad esempio la domotica di un già domani o l’impiego dell’intelligenza artificiale.

Scrive Gagliano in un suo articolo su Luciano Gallino “ Il finanzcapitalismo ha distrutto larga parte dell’agricoltura tradizionale riducendo drasticamente anche la biodiversità delle piante alimentari, accresciuto l’inquinamento e la cementificazione”. Ci sono però le dovute considerazioni da fare a riguardo. Quel processo ha avuto inizio tre secoli fa, da allora la popolazione è cresciuta, così sono avanzate le sue condizioni di vita generali.

Non vi è dubbio però, che il benessere abbia intensificato gli stili di vita consumistici, ma questi stili di vita sono migliorati per tutti in larga scala: quindi non sarà la finanza per sé stessa il core del problema più di quanto non lo siano i consumatori ultimi nel loro totale e l’uomo nel suo aspetto individuale. Vi è stato dunque un errore nella comunicazione nel suggerimento della scelta dei consumi.

Porto un esempio: produrre e quindi consumare carne di manzo, è ciò che di più bestiale potevamo inventare per nutrirci in massa, a fronte o a scapito del consumo di altri tipi di carne di animali più o meno domestici o comunque più piccoli e gestibili; sono necessari più spazio, più acqua, più fieno o più macchinari, per mungere ad esempio, e ciò dà vita a quel diabolico circuito di sfruttamento totale dell’ambiente e a nuovi bombastici mercati legati a tutta la filiera del latticino che in questo caso ne consegue. 

Ogni vacca che genera un vitello produce latte. Ogni vacca produce minimo 30 litri di latte al giorno. Ogni vacca produce un vitello l’anno di media. Il vitello non produce latte e dopo lo svezzamento nei primi quindici giorni in cui il latte contiene colostro dannoso all’organismo umano, viene alimentato a latte artificiale, fieno, farine e mais per otto mesi fino alla sua macellazione. Con le dovute moltiplicazioni provate a pensare a quanti campi sono necessari da mettere a coltivazione, pensate all’industria per il latte artificiale per i bovini da carne e a quel latte che poi va in prodotti caseari, dallo yogurt alle mozzarelle, ai conservanti per merendine alle merendine stesse, che vengono generati alla fine perché il produttore non butti via niente e venda tutto ciò che produce riempiendovi i banchi del supermercato che vuoi svuotate. 

In Asia il manzo è la carne meno utilizzata e il latte e i suoi derivati praticamente non sono contemplati, fatta eccezione del latte in India, dove però il formaggio comunque non esiste poiché è necessario l’utilizzo del caglio per produrlo e il caglio è di origine bovina. Vengono praticate da migliaia di anni ginnastiche ed esercizi di respirazione e tendenzialmente la frenesia e il consumismo all’occidentale ha sempre fatto fatica ad attecchire socialmente e politicamente. Pensate se in Cina si facesse consumo in scala occidentale di questi prodotti. Pensiamo alla popolazione in Africa.

Poi ci sono già le tinte per i capelli, gli smalti, le scarpe da ginnastica, i cavi, pentole, confezioni, imballaggi, gli interni delle vostre auto, non solo le bottiglie d’acqua e le buste di plastica ovunque… basta guardarsi intorno e basterebbe pensare soltanto alle componenti dello smartphone che state usando cosa comporta produrle e alla già guerra commerciale in atto per le terre rare.

E le sostanze chimiche necessarie e i metodi di produzione sempre più sofisticati che a loro volta richiedono macchinari, i quali richiedono materiali, che richiedono fabbriche, che richiedono materie prime, che producono inquinamento. Allo stesso tempo la tecnologia stessa sta soppiantando il lavoro umano. Meno pianeta, meno lavoro, più inquinamento, più povertà, consumismo altissimo di prodotti in larga scala di basso livello e più inquinanti, debiti crescenti.

Le istituzioni stanno saltando in aria, poiché a questi ritmi di consumo e a questo livello di popolazione, con la necessità e l’intenzione di mantenere tutti e trasportare tutti verso condizioni di vita egualitarie e non di attenzione all’ambiente necessariamente, siamo arrivati ad un punto in cui respingere l’avanzamento di questo disordine pare impossibile. 

Ci siamo sicuramente arrivati troppo tardi a questa presa di coscienza e l’avidità finanziaria ha giocato un ruolo pesante di pari passo con il consumismo dell’avida società, che di fatto si è resa passiva e sempre meno saggia nelle sue scelte individuali, condizionata appunto da una cattiva comunicazione sui prodotti.

Negli ultimi cinquanta anni, abbiamo assistito all’ennesima crisi energetica, la prima a livello planetario risale al 1973, quando si era ben intuito che il problema si stava spostando totalmente a livello geopolitico e che i paesi del terzo mondo, nei quaranta anni successivi, si sarebbero affacciati alle grandi economie con la necessità di utilizzare anch’essi le risorse energetiche necessarie per crescere e smarcarsi da condizione di paese colonizzato e sfruttato fino ad esaurimento. Siamo arrivati semplicemente al capolinea.

Con la minaccia di uno o due gradi centigradi di temperatura in più. La società così accresciuta di oggi, ha bisogno di energia, troppa rispetto a quella che il sistema possa offrire. Da una parte l’avida economia, dall’altra l’avido consumatore, hanno creato questo corto circuito in cui l’unica via possibile da percorrere sarà quella di cambiare gli stili di vita. Il problema non sarà come consumare diversamente, ma consumare meno.

Per essere positivisti, in una previsione che non lascia spazio agli ottimismi e vorrebbe debellare il pessimismo che mai giova ad alcuno, porto qui una delle tante soluzioni che ha fatto ingresso sul palcoscenico dei tentativi per una giusta transizione energetica, in cui l’Italia rientra nuovamente protagonista, riportando le parole dell’AD di SNAM, Marco Alverà: “Clean hydrogen can be a game changer”.

L’idrogeno potrebbe fornire un quarto del fabbisogno energetico in Italia, in uno sforzo congiunto per una rivoluzione verde verso l’auspicabile totale decarbonizzazione.

L’attrazione per l’idrogeno, nasce dal fatto che questo quando brucia residua soltanto vapore acqueo invece di CO2. L’idrogeno deriva dal gas naturale e i metodi per renderlo pulito stanno diventando più accessibili economicamente e quindi si potranno ben inquadrare nella cornice delle soluzioni di un’energia pulita.

In un articolo pubblicato dal Sole24 ore, Marco Alverà apre rendendoci partecipi di una verità semplice e lineare: l’idrogeno è l’elemento più abbondante dell’universo.

Come vettore del futuro, SNAM lo sta proponendo oggi in versione miscelata con metano, e ha già ottenuto risultati positivi testando suddetta miscela nella rete di trasporto fino alle fabbriche. Ciò significa che combinando metano ed idrogeno ne potrebbe beneficiare tutta la infrastruttura esistente, mentre si cercherà di aumentare le percentuali di energia rinnovabile fino alla transizione completa.

Non solo, la miscela si adatta alle infrastrutture già presenti, alle auto che già utilizziamo, alle caldaie che già accendiamo. Non ci sarà bisogno perciò, per quello che concerne il grosso del consumo energetico, di utilizzare altra energia per modificare o cambiare i mezzi e le strutture già in utilizzo. 

Una sfida nobile, in cui l’Italia gioca un ruolo di primo piano. Certo che produrre idrogeno non è semplice. Ci sono vari metodi, dalla combustione (di nuovo) degli idrocarburi, al processo detto reforming, ovvero un processo catalitico che in condizioni di compressione aumentata a basso rischio detonazione permette l’estrazione dell’idrogeno dall’idrocarburo, come lo stesso gas. Si potranno dunque utilizzare anche i rifiuti a questo scopo? Forse. 

Il vulnus dei nostri tempi, non sarà necessariamente legato al fattore energia sia essa “pulita”, ma andrà concentrandosi sostanzialmente nella necessità di abbattimento dei consumi. Ammesso che questa volontà sia reale, ovvero quella di un pianeta più verde, alla rivoluzione del green new deal dovrà accompagnarsi il desiderio di sostenibilità sociale ed economica che possa permettere a tutta la popolazione del mondo di entrare a far parte di una nuova era nel rispetto dell’ambiente con coscienza, in virtù della condivisione del pianeta da parte dell’intero genere umano, non della corsa affannosa all’aumento delle proprie “ricchezze”, che bruciano soltanto le energie di tutti.

Nessuna decrescita, solo un po’ più di relax. La transizione che non sarà socialmente giusta ed elaborata democraticamente, sarà votata al fallimento. “Lavoriamo per convinzione” come disse Mattei, “I tesori non sono i quintali di monete d’oro, ma le risorse chepossono essere messe a disposizione del lavoro umano.” 

La giusta matura e consapevole comunicazione sarà forse la chiave di tutto. E teniamo a mente che Haste makes waste. O se più gradite, festina lente.

Foto: Pixabay




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