martedì 19 luglio - Riccardo Noury - Amnesty International

Cina, nuove testimonianze sui campi d’internamento dello Xinjiang

Amnesty International ha pubblicato le nuove drammatiche testimonianze di familiari di 48 uiguri e kazachi detenuti ad opera delle autorità cinesi nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang e, nell’occasione, ha ribadito la richiesta all’Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, affinché agisca prima della fine del suo mandato, ossia entro il 31 agosto, pubblicando il suo lungamente atteso rapporto sulla situazione dei diritti umani nello Xinjiang.

Le nuove testimonianze, raccolte da Amnesty International attraverso interviste a esiliati in Turchia, portano il totale a 120. Fanno tutte parte della campagna per la liberazione dei detenuti dello Xinjiang intrappolati in un vasto sistema di prigioni e campi d’internamento.

Gulaisha Oralbay, una donna kazaca, ha raccontato cosa è accaduto al fratello Dilshat, ex giornalista e traduttore kazako. Nel 2017 le autorità cinesi lo hanno persuaso a tornare dal Kazakistan, gli hanno immediatamente confiscato il passaporto e, nel giro di qualche mese, lo hanno arrestato.

“Non c’è alcun tribunale, ti sbattono in cella e ti dicono che ci resterai 25 anni. Credo che neanche lui sappia il perché. Qualcuno dice perché ha viaggiato in Kazakistan, altri parlano di motivi diversi. La realtà è che non ci sono giustificazioni né ragioni”.

Le sorelle di Gulaisha e Dilshat, Bakytul e Bagila Oralbay, sono a loro volta detenute.

Abdullah Rasul ha raccontato la storia di suo fratello Parhat, un agricoltore e macellaio uiguro arrestato e internato nel maggio 2017. Da allora i parenti non hanno mai avuto contatti diretti ma una fonte credibile li ha informati che Parhat è stato condannato a nove anni. A loro dire, l’uomo è stato arrestato solo perché era un musulmano praticante e svolgeva opere caritatevoli. Anche la moglie di Parhat, Kalbinur, e la suocera, Parizat Abdulgul, sono state imprigionate. La coppia ha due figlie di 14 e 16 anni e un figlio di 11 anni.

“Il governo cinese vuole sradicare la nostra identità, la nostra cultura e la nostra religione. Spero che ognuno possa vedere cosa sta accadendo nella nostra madrepatria”, ha detto Abdullah Rasul.

Medine Nazini ha sentito per l’ultima volta la voce di sua sorella, Mevlüde Hilal, alla fine del 2016. Costretta a interrompere gli studi in Turchia per tornare nello Xinjiang ad accudire la madre malata, nel 2017 Mevlüde è stata internata e condannata a 10 anni per “separatismo”. È sposata e ha una figlia piccola.

“Quando hanno preso mia sorella, la mia nipotina Aisha aveva appena un anno. Facevamo la vita di tutti i giorni ed eravamo una famiglia felice. Mia sorella è stata presa per un unico motivo: perché è uigura”.

Chi ha il coraggio di raccontare corre grandi rischi: numerosi parenti di detenuti hanno riferito di essere stati minacciati dalle autorità dopo che avevano preso pubblicamente la parola.

Abdurehman Tohti, un uomo d’affari uiguro e attivista in esilio in Turchia, è stato intervistato dalla stampa internazionale sull’imprigionamento della moglie e della madre e sulla detenzione arbitraria del padre. In seguito, il consolato cinese in Turchia lo ha rintracciato e lo ha minacciato di finire arrestato o di morire in un “incidente stradale”.

Già nel marzo 2019 Amnesty International aveva diffuso un rapporto con racconti dei familiari, in esilio, dei minori uiguri che vengono tenuti in “orfanotrofi” statali nello Xinjiang. Tra le testimonianze riportate, c’erano quelle di Mihriban Kader e Ablikim Memtinin, genitori di quattro figli, fuggiti dalla regione dello Xinjiang per raggiungere l’Italia nel 2016 dopo essere stati perseguitati dalla polizia e aver subito pressioni per cedere i propri passaporti. Avevano lasciato temporaneamente i quattro bambini ai nonni, ma poco dopo la nonna era stata chiusa in un campo, mentre il nonno era stato interrogato dalla polizia.

Nonostante i visti rilasciati dal governo italiano, i quattro bambini sono ancora bloccati in Cina.

A partire dal 2017 esiste un’enorme documentazione sulla repressione, portata avanti dal governo cinese con la scusa della lotta al terrorismo, ai danni degli uiguri, dei kazachi e di altre minoranze etniche per lo più musulmane dello Xinjiang.

Nel 2021 Amnesty International ha dimostrato che gli imprigionamenti di massa, la tortura e le persecuzioni costituiscono crimini contro l’umanità.

Le autorità cinesi cercano, attraverso i loro repressivi sistemi di sorveglianza, di non far conoscere queste violazioni dei diritti umani ma le informazioni trapelano ugualmente dallo Xinjiang. Nel maggio 2022 diversi organi di stampa internazionali hanno pubblicato un’inchiesta congiunta intitolata The Xinjiang Police Files che raccoglie discorsi, immagini ed elenchi segreti provenienti dalle forze di polizia della regione.

 




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