lunedì 29 luglio - Riccardo Noury - Amnesty International

Cina: lo Xinjiang da non far vedere ai giornalisti

Dal 14 al 22 luglio le autorità cinesi hanno accompagnato nella regione autonoma uigura dello Xinjiang un gruppo di giornalisti provenienti da 24 diversi stati, tra cui l’Italia.

I giornalisti, si legge nel resoconto del viaggio, hanno interagito a lungo con contadini, studenti, figure religiose, operai e personale dei centri per la formazione professionale.

Ma quello che le autorità cinesi non hanno fatto vedere ai giornalisti è l’altro modo con cui stanno cercando di sconfiggere il terrorismo.

Un modo su cui questo giornale aveva già scritto e che le recenti ricerche di Amnesty International hanno messo ulteriormente in luce: una campagna di internamenti di massa, sorveglianza abusiva, indottrinamento politico e assimilazione culturale forzata nei confronti degli uiguri, dei kazachi e di altri gruppi etnici a maggioranza musulmana dello Xinjiang.

Esibire, anche in luoghi privati, affiliazioni culturali o religiose come portare barbe “abnormemente” lunghe, indossare il velo, pregare regolarmente, digiunare, evitare di assumere alcoolici o possedere libri o articoli sull’Islam o la cultura uigura (tutti indizi sospetti descritti nel “Regolamento sulla deradicalizzazione” adottato dalle autorità cinesi nel marzo 2017) può essere un motivo sufficiente per essere detenuti nei cosiddetti centri per la “trasformazione attraverso l’educazione”.

In questi centri si trova almeno un milione uiguri musulmani (secondo recenti stime, si arriverebbe a un milione e mezzo), strappati alle loro famiglie. Non sono previsti processi, contatti con avvocati o forme di ricorso.

Vi si può rimanere per mesi, poiché sono le autorità a decidere quando il detenuto sia stato “trasformato”. E magari possa raccontare ai giornalisti che il suo è un paese davvero felice.




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