mercoledì 13 aprile - David Lifodi

Cile: le sfide di Gabriel Boric

In uno dei paesi più diseguali del continente latinoamericano, il giovane presidente giunto a La Moneda grazie anche alla mobilitazione dei movimenti sociali e delle organizzazioni popolari prova a superare il neoliberismo delle destre e della Concertación a partire da una serie di misure mirate alla redistribuzione della ricchezza. Borici riuscirà a coniugare una visione di cambiamento radicale con riforme inevitabilmente graduali?

di David Lifodi

                    Foto: https://cadem.cl/

All’inizio del 2022 un sondaggio di Cadem, la principale holding cilena specializzata in rilevamenti elettorali, evidenziava che il 46% degli elettori guardava con fiducia al futuro del paese con la presidenza di Gabriel Boric, il 16% temeva che l’ex leader delle proteste studentesche avrebbe provocato un peggioramento della situazione economica del Cile e il 33% era convinto che il governo del più giovane presidente latinoamericano sarebbe stato all’insegna di un cammino regolare.

Un nuovo sondaggio di Cadem, risalente al 27 marzo scorso, due settimane dopo l’insediamento ufficiale di Gabriel Boric a La Moneda, sottolineava che l’81% della popolazione era rimasto sorpreso dall’urgenza posta dal governo in relazione all’amnistia per i prigionieri politici arrestati a seguito dell’estallido social del 2019. La contrarietà alla loro liberazione era espressa trasversalmente da tutti i settori politici, ad esclusione di coloro che si identificano nella sinistra.

Tutto ciò fa capire che, non appena il governo Boric prova a “fare qualcosa di sinistra”, immediatamente si trova di fronte ad una serie di critiche che rischiano di indirizzarlo verso delle politiche più tipiche della ex Concertación che di un esecutivo realmente intenzionato a far cambiare rotta ad uno dei paesi più diseguali del continente latinoamericano.

Non si tratta dell’unica sfida impegnativa per Boric e i suoi ministri, che devono far fronte alla crisi economica, alla questione migratoria (alla frontiera con la Bolivia) e ad una situazione sempre più esplosiva nell’Araucanía, dove i mapuche, a ragione, non cessano di reclamare i loro diritti. Inoltre, la nueva administración izquierdista dovrà prestare particolare attenzione alla Costituente e, più in generale, a soddisfare le aspettative dei propri elettori, che si aspettano un radicale cambio di passo rispetto agli esecutivi precedenti.

Ad ammettere le grandi aspettative della sinistra cilena è stato lo stesso Giorgio Jackson, ministro della Secretaría General de la Presidencia: “en Chile hay una alta expectativa respecto al gobierno, seguramente mayor a la que se vio con otros gobiernos”, a partire dai molteplici conflitti sociali in corso.

I mapuche, ad esempio, chiedono che lo Stato cileno riconosca i loro diritti, conceda quelle terre ancestrali dove hanno sempre vissuto, ma soprattutto cancelli l’Estado de Excepción Constitucional de Emergencia, imposto dall’ex presidente Piñera allo scopo di limitare la libertà di movimento e di riunione. A questo proposito, Izkia Siches, coetanea di Boric e nuova ministra agli Interni, è già al lavoro per cercare una soluzione politica, mentre il presidente ha comunque fatto sapere che non rinnoverà lo stato d’assedio. Tuttavia, la Coordinadora Arauco-Malleco, uno dei gruppi mapuche più radicali, sembra rimanere ferma nelle sue posizioni critiche, da sinistra, verso Boric.

Inoltre, un significativo banco di prova, per il governo di Boric, sarà rappresentato dalla riforma tributaria progressiva, che probabilmente troverà una forte opposizione tra le fasce sociali più ricche del paese perché impone una tassazione maggiore a coloro che godono di maggiori risorse economiche, a partire dai proprietari delle imprese minerarie.

Anche l’aumento del salario minimo, unito alla volontà di ridurre la giornata lavorativa, incontreranno certamente critiche da parte delle destre e rappresenteranno un terreno di scontro su cui il giovane presidente dovrà dimostrare di farsi trovare pronto.

Boric e i suoi ministri, nell’immaginario collettivo, suscitano grandi speranze perché rappresentano un governo progressista, giovane, femminista, inclusivo e che ha messo al centro del suo programma la redistribuzione della ricchezza, il ripudio di un modello economico dimostratosi finora escludente, la scommessa di un’istruzione pubblica accessibile a tutti e non più assoggettata alle logiche private. Il compito non sarà facile perché dovrà coniugare una visione di cambiamento radicale con riforme graduali. Lo stesso presidente ha precisato che “No todo será cambio inmediato”.

Di conseguenza, se è vero che “l’oscuro regime di Piñera è finalmente terminato”, adesso occorre sfruttare il periodo favorevole per la ristrutturazione sociale e politica della sinistra, come ha sottolineato Manuel Cabieses, lottatore sociale e direttore della rivista Punto Final.

Resta più critico nei confronti di Boric Sergio Grez Toso, docente all’Universidad de Chile che, in pieno pinochettismo, scelse di andare in esilio in Francia. Autore, tra gli altri, dei volumi Los anarquistas y el movimiento obrero. La alborada de «la Idea» en Chile, 1893-1915 Masacres obreras y populares durante el siglo XX en América Latina, il professore universitario guarda con una certa disillusione al proclama di Boric di superare il neoliberismo poiché, secondo lui, il giovane presidente sarà costretto a moderare le sue posizioni per tenere insieme le varie anime del governo e teme che lo stesso stato d’assedio in Wallmapu, alla fine, sarà soltanto modificato, magari edulcorato, ma non del tutto eliminato. E ancora, il docente esprime perplessità a proposito delle riforme economico-sociali perché Mario Marcel, ministro del Bilancio, ha comunque una visione economica neoliberista, non a caso, fino a poche settimane prima della sua nomina era presidente del Banco Central.

In ogni caso, la presidenza Boric rappresenta un cambiamento storico per il Cile: starà al presidente, ai suoi ministri e ai movimenti sociali che lo sostengono, non dividersi, procedere con fermezza ed evitare di finire ostaggio delle destre in un paese dove le oligarchie, indipendentemente da chi è al governo, hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo.




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