giovedì 16 maggio - UAAR - A ragion veduta

Cercasi partiti interessati al voto laico

Il recente sondaggio realizzato dalla Doxa per conto dell’Uaar ha confermato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che la maggioranza degli italiani è tendenzialmente laica. 

Anzi, gli italiani sono laici con un’intensità persino maggiore rispetto a tante credenze e aspettative, e diventano ancora più laici se sono messi in condizione di comprendere come funzionano (e quanto realmente incidono sulle loro tasche) le tante attività “pubbliche” della Chiesa cattolica. Nello stesso tempo, le consultazioni europee ripropongono, a chi vorrebbe esprimere un voto in prima battuta laico, dilemmi non nuovi — e ancora lontanissimi, purtroppo, da una possibile soluzione.

Scorriamo le liste elettorali. Scartiamo immediatamente i partiti apertamente antilaici come la Lega, Forza Italia, FdI e gli altri nostalgici del clericalismo, del fascismo e del clerico-fascismo. Quali scelte ci rimangono? Il Pd ha un programma blandamente laico e qualche candidatura rispettabile, ma una maggioranza di elettori ed eletti che si proclamano cattolici (e passi) e che sono particolarmente sensibili alle opinioni espresse in Vaticano (e questo è un rospo più difficile da ingoiare). I Cinque Stelle sono sulla carta un po’ più laici, ma fanno discutere per le loro posizioni su diversi temi scientifici. Governando con la Lega, si sono dimenticati di recuperare i miliardi di Ici arretata dovuta dalla Chiesa, e nel contempo non hanno nulla da contestare quando i ministri alleati promuovono ostentatamente concezioni integraliste della famiglia. Vi sono infine alcune liste (La Sinistra, Europa Verde, +Europa / Italia in comune) laicamente più credibili, ma che stando ai sondaggi difficilmente raggiungeranno il quorum. Quanto al rifugiarsi nel non voto (per scelta o per disperazione) ci si dovrebbe sempre ricordare che le istanze dei movimenti astensionisti — anarchici sopra tutti — non sono mai diventate realtà, proprio perché il non voto non incide in alcun modo sulla legislazione.

Altro elemento di riflessione: gli ultimi anni sono stati contrassegnati da numerosi e imprevedibili successi elettorali dei populisti antilaici e da parallele, talvolta pesanti sconfitte dei progressisti e dei liberal. Gli operai ora votano Trump, anche se la sinistra primeggia nei quartieri-bene. Un mondo rovesciato?

È naturale, di fronte a fenomeni di così ampia portata, pensare che la storia abbia preso definitivamente una certa direzione. Ma sarebbe sbagliato farlo. Perché non è detto che, quando qualcosa va storto, è inevitabile che debba sempre andare storto. Ma è sbagliato anche per un altro motivo: chi a suo tempo aveva previsto quanto accade oggi ci fornisce anche parecchie informazioni utili per capire meglio i tempi in cui viviamo. E, se ci impegniamo un poco e se ci impegniamo bene, anche per rendere il futuro più laico…

La rivoluzione silenziosa

Lo statunitense Ronald Inglehart è uno dei più autorevoli sociologi al mondo. È stato il più importante animatore del World Values Survey, un programma di ricerca internazionale che ci ha permesso di comprendere più adeguatamente le società in cui viviamo. Ha scritto numerosi libri, quattro dei quali tradotti in italiano. Il primo di essi, La rivoluzione silenziosa, risale a un’epoca in cui non erano ancora arrivati al potere Ronald Reagan, Margaret Thatcher e l’ayatollah Khomeini. Eppure, nonostante sia del 1977 e ormai da tempo fuori commercio, contiene passaggi che potremmo definire profetici — se solo credessimo ai profeti.

Dati alla mano, Inglehart notava che si stava verificando un progressivo slittamento dai valori materialisti (che assegnano primaria importanza al denaro e alla sicurezza) ai valori post-materialisti (che enfatizzano invece la qualità della vita). Chi coltiva i primi è molto ossequioso della nazione, dell’autorità, della tradizione, della religione; i secondi fanno proprie opinioni e istanze laiche. E lo fanno perché, grazie al benessere raggiunto, possono permettersi di non pensare troppo agli affanni dell’esistenza e di godersela di più. Pertanto, osservava quasi mezzo secolo fa Inglehart, “siamo testimoni di uno spostamento del conflitto sociale, con una parte della classe media che diventa radicale, mentre la maggior parte della classe lavoratrice e di quella medio-bassa diventa sempre più conservatrice”.

Sosteneva dunque che, “a lungo andare” (cioè oggi), “ciò potrebbe portare alla neutralizzazione o addirittura al capovolgimento dei tradizionali comportamenti elettorali su basi di classe: un nuovo sostegno ai partiti di sinistra potrà sempre più venire da parte delle classi medie, mentre i partiti difensori dello status quo potranno sempre più trarre sostegno da una classe lavoratrice imborghesita”. E in calo numerico, per via del passaggio da un’economia industriale a un’economia basata sui servizi. Una rivoluzione (appunto) dalle conseguenze importanti: “Nella società postindustriale un forte voto di classe sociale significa la fine per la sinistra. La sinistra deve andare oltre i confini della classe operaia se spera di vincere le elezioni”.

Non sorprende che ci abbia preso in pieno: la sua analisi era basata sui dati allora disponibili. Sorprende semmai che non sia stato ascoltato dai leader di sinistra. Non sono stati gli unici: la rivoluzione silenziosa era così silenziosa che non se n’è accorto quasi nessuno nemmeno a livello accademico o mediatico (tra quei pochi, MicroMega). Inglehart ne era consapevole: scriveva, già allora, che “i mass media tendono a concentrare l’attenzione sugli avvenimenti sensazionali o drammatici della nazione senza far troppo riferimento ai processi sottostanti”. Parole sante, vero?

Una nuova maggioranza sociale

Il titolo del libro di Inglehart evocava un concetto in voga negli anni settanta, “la maggioranza silenziosa”, rappresentata da chi non esprimeva pubblicamente le sue opinioni, ma votava a destra. Al punto che l’espressione fu ripresa, oltre che da Nixon e Reagan, anche da un movimento politico italiano marcatamente anticomunista. Quattro decenni dopo, il suo uso è sempre più limitato. Non perché siano spariti gli eredi politici dei suoi alfieri. Ma perché è cambiata la maggioranza silenziosa.

Non ovunque, beninteso. Ma il trend è quello. Ovunque. Persino nei paesi arabi, anche se a una velocità molto diversa. Ce lo dimostrano le tante tabelle contenute nel libro scritto dallo stesso Inglehart lo scorso anno, dal titolo Cultural Evolution. Si è avverato quanto era stato “predetto”: i cittadini post-materialisti sono diventati spesso maggioranza. Si è verificato un cambiamento culturale: anche i valori post-materialisti sono diventati predominanti. Sono accaduti eventi inimmaginabili quarant’anni fa: un uomo di colore è stato eletto alla Casa bianca; i matrimoni gay sono stati riconosciuti in oltre venti nazioni.

Le cifre sono eloquenti: più un paese è ricco, più chi ci vive si sente felice (anche se la crescita della felicità non è esponenziale). La felicità umana è strettamente legata anche alla libertà di scelta di cui si dispone, a sua volta dipendente dal livello di democrazia e di civiltà del paese in cui si vive. Si è più felici di un tempo perché si vive meglio di un tempo, come recentemente ha mostrato Steven Pinker, e un maggior numero di cittadini possono pensare a qualcosa di più divertente da fare che diventare matti per arrivare a fine mese.

Non è stato tanto un cambiamento nelle persone, quanto un susseguirsi di generazioni progressivamente più post-materialiste delle precedenti. Così, a ogni ricambio generazionale l’accettazione degli stranieri, degli omosessuali, della parità uomo-donna, della libertà di espressione, della libertà sessuale, dell’ambiente, dell’autodeterminazione, dell’affermazione personale, delle istanze laiche, dell’innovazione, della secolarizzazione e dell’eguaglianza sociale si è fatta più diffusa e si è accompagnata sia al rifiuto dell’autoritarismo, sia al sostegno alla partecipazione politica e alla democrazia.

Chi si è battuto per tutti questi obbiettivi dovrebbe sentirsi orgoglioso dei risultati ottenuti.

La reazione e il successo di minoranze chiassose

I ruoli si sono dunque invertiti. Al punto che gli eredi politici della maggioranza silenziosa sono ora in minoranza, e sono tutt’altro che silenziosi.

Anche i loro valori sono diventati minoranza. Basta accendere la tv: la pubblicità e le fiction strizzano sempre più l’occhio a stili di vita alternativi. Persino le più grandi multinazionali manifestano (quantomeno a parole) una sorprendente attenzione ai diritti umani. Ma non tutti, ovviamente, accettano il cambiamento culturale. E reagiscono — con veemenza: i gilet jaunes sono soltanto l’espressione più recente di un fenomeno in corso da anni. E che può essere vincente. Anche se Trump ha ricevuto meno consensi di Hillary Clinton. E anche se Salvini è ancora più lontano dal raggiungere la maggioranza dei consensi. Tuttavia, il rischio concreto è che presto diventino realmente maggioranza — come Orban ci insegna.

Potremmo pensare che dipenda dall’uso della tecnologia. In fondo, fino a pochi anni fa, nessuno poteva vincere un’elezione bombardandoci di tweet o facendo un uso sapiente di Facebook (dopo averne comprato tonnellate di informazioni riservate): anche perché internet non esisteva ancora, soltanto trent’anni fa. Ma le ragioni sono ben più profonde: i social network sono soltanto un mezzo utile per amplificare quello che Inglehart e Pippa Norris, nel loro libro fresco di stampa, definiscono Cultural Backlash: un vero e proprio “contraccolpo culturale”. Che si basa su diversi fattori.

Il primo e il più importante è l’istinto di sopravvivenza. Lo sappiamo da secoli: “primum vivere, deinde philosophari”. Ma oggi sappiamo anche che l’evoluzione ha plasmato ogni organismo vivente per dare il massimo quando si sente a rischio. La crisi morde, l’informatica taglia posti, salari e garanzie, e chi ne è colpito potrà anche nutrire valori post-materialisti, potrà anche coltivare il desiderio dell’autoaffermazione, ma l’insicurezza economica erode pian piano le sue convinzioni e lo rende più sensibile alle sirene populiste. Su scala più ampia, la continua crescita del numero di post-materialisti sembra essersi stabilizzata: se non lo si nota granché, è soltanto perché i millennials hanno rimpiazzato la generazione più materialista.

Le convinzioni post-materialiste sono messe in difficoltà anche dalla sensazione di maggiore insicurezza fisica — a dispetto del fatto che la violenza sia in realtà in diminuzione. Il combinato disposto di insicurezza fisica ed economica conduce a ciò che Inglehart definisce “il riflesso autoritario”: una reazione automatica che fa leva sul conformismo, sull’unità e la difesa del gruppo e sull’aspirazione all’ordine. E che si traduce in politiche identitariste, tradizionaliste e xenofobe: è tornata in auge persino la vecchia contrapposizione “Noi contro Loro”. L’etichetta “Loro” viene ovviamente appiccicata a qualunque minaccia esterna al gruppo (vera o immaginaria che sia): la destra classica nella versione classicamente più dura, insomma, che predilige le soluzioni spicce decise in autonomia da un uomo forte (o creduto tale).

Come ricorda Inglehart, “è improbabile che un cittadino su mille sia in grado di calcolare o spiegare il coefficiente di Gini sull’ineguaglianza. È più facile prendersela con gli stranieri per il fatto che la vita è diventata insicura”. Ma i dati parlano una volta ancora un linguaggio inequivocabile: l’ineguaglianza economica non rafforza i partiti di sinistra, rafforza quelli di destra. Sarà controintuitivo, sarà colpa di un malcelato risentimento e sarà pure contrario agli interessi di chi ne soffre: ma oggi è così.

Un’altra conseguenza eclatante dei cambiamenti in corso è la sempre più accentuata polarizzazione. Nelle ultime presidenziali Usa, notano Norris e Inglehart, il voto per Trump è stato quasi 3,8 volte più probabile tra i materialisti puri, il voto per Clinton 14,3 volte più probabile tra i post-materialisti puri: non si era mai visto nulla di tale ampiezza. Come se non bastasse, le ricerche mostrano come alcune opinioni definiscono una posizione politica molto più precisamente della classe sociale o del reddito: quella sull’aborto, per esempio.

I materialisti (molto più diffusi tra gli anziani, i lavoratori manuali, i poco istruiti, i ceti rurali, i più devoti) hanno la sensazione di essere dalla parte perdente della “guerra culturale”, espressione ormai di uso comune negli Usa. E pensare di essere dalla parte perdente genera livore ed estremizzazione. Il materialista insicuro che si sente impoverito (anche quando oggettivamente non lo è) continuerà a votare per un partito di destra o moderato. Il neo-insicuro, benché post-materialista, troverà invece più difficile continuare a votare un partito liberal o di sinistra. È una dinamica che, inchieste alla mano, spiega non soltanto il “sorprendente” voto presidenziale Usa, ma anche l’esito del referendum sulla Brexit.

Le inchieste di altri studiosi convergono in questa direzione. Anche quelle italiane. Alle politiche dello scorso anno, i Cinque Stelle sono apparsi la scelta ideale per gli inoccupati progressisti. Il Pd si è limitato a imbarcare i voti elitari che furono di Monti, mentre i veri e propri post-materialisti si rintracciavano soprattutto nel voto a +Europa e Liberi e Uguali. Ma la maggioranza di essi ha preferito astenersi. Cos’è successo, per averli costretti a una scelta così drastica?

I cambiamenti incompresi

I progressisti, diventati maggioranza quasi senza accorgersene, rischiano dunque di ridiventare in fretta minoranza. Per contro, la destra torna a presentarsi come securitaria, clericale, “anziana”, quindi identitarista dal punto di vista del marketing. Perché ha capito che deve incarnare i valori coltivati dalla maggioranza dei suoi elettori. Anche se sono valori minoritari.

I partiti liberal e di sinistra hanno invece piattaforme politiche che non sembrano accontentare pienamente gli elettori post-materialisti. Nonostante questi ultimi siano, negli Usa, il doppio dei materialisti, e in Svezia addirittura il quintuplo (perché la velocità dello sviluppo dipende molto dalla storia e della cultura di ogni paese), la proporzione di voti raccolta dal Partito Democratico e dai partiti progressisti svedesi non è affatto conseguente.

E le brutte notizie non finiscono qui. Già ora abbondano, in Europa, i preoccupati sul futuro: ma la quarta rivoluzione industriale e l’intelligenza artificiale rischiano di creare un autentico esercito di indecisi. I giovani hanno trovato nuove forme di attivismo, specialmente online, ma a discapito dell’esercizio del voto, che praticano molto meno degli anziani (non a caso, sono anche la generazione che esprime minor fiducia nella democrazia). Le competizioni elettorali si giocano sempre meno sulle contrapposizioni economiche (che ammettono molte sfumature intermedie) e sempre più su questioni polarizzanti come sicurezza, immigrazione, matrimoni gay. I sistemi elettorali possono enfatizzare ulteriormente il fenomeno, quando il risultato è sul filo di lana.

L’unica proposta nuova sinora emersa a sinistra presenta diverse somiglianze con quelle di destra: sono i “populisti libertari”. Norris e Inglehart definiscono infatti in questo modo i partiti che ricorrono a una retorica populista su piattaforme politiche non autoritarie. L’espressione — va detto — è decisamente opinabile: non basta non essere autoritari per essere sinceri libertari, altrimenti lo sarebbe anche Alfano. È comunque vero che i “populisti libertari” sono spesso leader carismatici: Corbyn, Iglesias, Mélenchon, Sanders, Grillo (l’unico non di sinistra e l’unico vincente, a ben guardare). Ma può rappresentare una linea laico-razionalista più sostenibile? Difficile. Il populismo cozza sempre parecchio con la ragione. E sui temi laici le loro posizioni non sono granché distinguibili dai (veri o presunti) libertari non populisti.

I quali si lasciano sempre più spesso dilaniare dai conflitti interni. Forse è inevitabile, visto che è largamente dimostrato che l’essere umano tende ad avere fiducia nelle proprie opinioni in maniera decisamente sovradimensionata. È un atteggiamento, questo, che trae nuova linfa da internet ed è quindi in aumento, soprattutto tra i più giovani, tanto da far pensare che dall’individualismo si stia rapidamente passando al solipsismo. Se tuttavia siamo più lupi solitari che giocatori di squadra, è chiaro che chi fa squadra dietro un uomo forte l’avrà sempre vinta contro qualunque altra squadra che, benché numericamente preponderante, sia composta da individui autoreferenziali che si ritengono tutti un uomo o una donna “forti”, e che a priori diffidano di qualunque potenziale istituzione diversa da se stessi. Un veloce bagno di umiltà sembrerebbe necessario…

Perdere il lume della ragione

Rimanere a metà del guado non appare molto pagante, in termini elettorali. La singola componente religiosa più significativa tra i democratici Usa è ora composta dai “senza religione”, ma i candidati democratici “senza religione” sono ancora numericamente irrisori. Storicamente, la sinistra non è mai stata particolarmente libertaria e ha sempre incontrato difficoltà ad accettare l’autonomia individuale. Ultimamente ha cominciato a porre paletti anche alla libertà di espressione — tacitando per esempio le critiche all’islam, in nome del politicamente corretto — e ad apprezzare aprioristicamente le comunità di fede. Il papa avrà anche fatto interessanti aperture sull’accoglienza, i migranti potranno anche essere meritevoli di sostegno, ma non per questo occorre chiudere un occhio sui sempre più frequenti attacchi dei leader religiosi ai diritti umani — magari in nome del comunitarismo. Le rare volte che un crocifisso viene tolto dai muri di una scuola pubblica non è mai in nome della laicità, ma perché “offende i bambini musulmani”. Bambini musulmani?

Da parte loro, i laici sono diventati probabilmente troppo silenziosi, quantomeno verso l’esterno. E dire che, se l’elettore in prima battuta laico ha difficoltà a esprimere il suo voto, quello che apprezza sopra ogni cosa l’uso della ragione se la passa persino peggio, probabilmente. Una vignetta pubblicata recentemente da Le Monde è in qualche modo emblematica. Dice un personaggio: “Restiamo materialisti, razionali, lottiamo contro i dogmi… reinvestiamo sul reale, combattiamo le credenze, i particolarismi, miriamo all’universalismo…” E l’altro: “? Non sei più di sinistra?”

La vignetta non ci può dire dove si collocano oggi i fautori della ragione. Non ce lo dicono nemmeno Norris e Inglehart. Semmai ci dicono che i post-materialisti puri hanno una particolare propensione a votare i partiti ecologisti — che qualche mal di pancia nei confronti della scienza e della ragione ogni tanto lo manifestano. Se andiamo a vedere cosa ci dice il World Values Survey in merito all’unico quesito che può avere attinenza con l’argomento, quello sulla convinzione che “scienza e tecnologia rendono le nostre vite più salutari, più facili, più confortevoli”, constatiamo che nel mondo è più diffusa tra chi si colloca a destra rispetto a chi si colloca a sinistra. Circostanza che spiega molte cose — in un’epoca in cui gli esperti, quanto a reputazione, se la passano male almeno quanto le istituzioni…

And the winner is…

In un quadro politico polarizzato, con una destra monoconfessionale e populista da una parte, una sinistra pluriconfessionale e non abbastanza laica dall’altra, l’esito è scontato. L’elettore laico ragionevole sceglie sempre più spesso il non voto. Contribuendo a far vincere schieramenti che non gli somigliano e che non sono nemmeno maggioritari, ma sono sicuramente più uniti — sia tra gli elettori, sia tra gli eletti.

C’è ovviamente da lavorare su questo, già nel breve periodo. Investendo in comunicazione, per far capire al maggior numero di persone possibile che occorre eliminare tali distorsioni. Agendo affinché ragione e laicità non siano una mera formula, ma obbiettivi condivisi dalla popolazione. Che sia necessario separare la sfera politica da quella religiosa è già stato compreso — e guarda caso anche il parlamento europeo l’ha fatto. Che scienza e tecnologia siano apprezzabili è già stato compreso — e guarda caso l’Unione Europea l’ha capito benissimo. I politici non sono certo tutti stupidi e/o venduti come troppo spesso riteniamo che siano. Spetta anche a noi cercare di rendere appetibile il nostro voto. Siamo anche noi che dobbiamo far capire che non ci occupiamo di questioni marginali, ma di temi centrali per il benessere delle società in cui viviamo e per le persone che ne fanno parte, atee o credenti che siano.

Ragione e laicità non hanno connotazione politica, si rivolgono a tutti e da tutti potrebbero essere rivendicate. E non è così difficile. Sarà anche vero che i laici votano soprattutto a sinistra e che la scienza e la tecnologia sono apprezzate di più a destra, ma è sempre il World Values Survey a informarci che, nel mondo, la maggioranza dei laici, la maggioranza di chi apprezza scienza e tecnologia, e persino la maggioranza dei non credenti sono tutte costituite da chi non si colloca né a destra, né a sinistra. Dulcis in fundo, sia la maggioranza dei laici, sia la maggioranza di chi apprezza scienza e tecnologia è composta da credenti. Far loro una guerra ideologica non sembra, dati alla mano, una strategia illuminata.

È tempo di uscire dai nostri schemi consolidati. Ed è tempo che lo facciano anche i partiti: in fondo, c’è un enorme vuoto politico che attende di essere riempito. Aspettando che accada, il 26 maggio ricordiamoci di votare con cognizione di causa.

Raffaele Carcano



1 réactions


  • pv21 (---.---.---.105) 19 maggio 19:19

    Backstage? > A Milano il leader della LEGA ha promesso ai cittadini di portare le tasse al 15%.

    Poi ha concluso il comizio “affidando” tutti al “Cuore Immacolato di Maria” e mostrando con devozione agli astanti un rosario bianco

    Confessa anche di ricevere l’invito a “tenere duro” da parte di frati, suore, missionari, vescovi e cardinali.


    E’ desumibile che lo faccia “a ragion veduta”. Ecco il “peso” dato al backstage.

    Non è Tutta colpa di Carosello se in politica piovono slogan e gesti …


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