mercoledì 10 marzo - Riccardo Noury - Amnesty International

“Cattive madri”, “cattive mogli”: la doppia sfida delle donne della Bielorussia

Svyatlana Tshikhanouvskaya, la candidata presidente costretta all’esilio; Mariya Kalesnikava, la responsabile del suo staff finita in carcere; Marfa Rabkova, difensora dei diritti umani a sua volta in prigione; le giornaliste Katsyaryna Bakhvalava e Darya Chultsova, condannate a due anni per aver trasmesso in diretta un’azione di protesta: sono alcune delle tante donne i cui nomi sono diventati sinonimi della lotta per la libertà e per i diritti umani in Bielorussia.

 

Dopo la contestatissima vittoria del presidente uscente Lukashenko alle elezioni dello scorso agosto, le donne che stanno avendo un ruolo di primo piano nelle proteste in corso in Bielorussia sono sottoposte a minacce e rappresaglie da parte delle autorità statali.

La sfida è doppia: contro un governo repressivo che vuole sopprimere le richieste di cambiamento ma anche contro una società profondamente patriarcale e in cui i livelli di violenza domestica sono endemici.

Non è un caso, dunque, che le protagoniste delle proteste siano apostrofate, al momento dell’arresto e durante interrogatori e processi, come “cattive madri” e “cattive mogli” e minacciate di vedersi sottratti i loro figli.

Chi non ha un marito e non ha figli è considerata ugualmente “cattiva”. Come Yuliya Mitskevich, femminista dell’associazione “Essere attive è grande” ed esponente di “Femgruppa”, un sottogruppo del Consiglio di coordinamento dell’opposizione, è stata arrestata il 20 ottobre 2020 fuori dalla sede della sua organizzazione e incriminata per “partecipazione a un raduno illegale”.

Per Yuliya e tutte le altre donne “cattive”, l’8 marzo dura tutto l’anno.

 

 




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