venerdì 11 aprile 2014 - Manlio Castronuovo

Caso Moro. Il superkiller di via Fani e i 49 colpi: un “mistero” ampiamente chiarito

Un mistero congenito al caso Moro è sicuramente quello legato alla fantomatica presenza di un super-killer in via Fani, estraneo alle Brigate Rosse. In quest'analisi comparativa delle perizie e delle testimonainze di chi era presente, si smentisce definitivamente la questione declassandola da mistero a circostanza ampiamente chiarita.

A distanza di 36 anni dai fatti, e nonostante processi, Commissioni Parlamentari, perizie e analisi di ogni genere, ritenevo che il mistero sulla fantomatica presenza di un superkiller in via Fani la mattina del 16 marzo ’78 fosse chiarito e archiviato. È vero che sulla recente saggistica la questione è ancora riportata in quasi tutte le nuove pubblicazioni, ma che se ne potesse fare ancora un titolone francamente non lo ritenevo più possibile.

Ma così non è, purtroppo. In breve. Sin dai primi anni successivi all’agguato, quando si diffusero le prime perizie e si ebbe accesso alle testimonianze di chi assistette al rapimento dell’On. Moro, fu ipotizzata la presenza di un killer molto preparato che avrebbe fatto quasi tutto il lavoro militare da solo. Con la conseguenza logica che non si potesse trattare di uno dei brigatisti noti, in quanto quell’abilità richiedeva uno specifico addestramento ed un allenamento continuo.

Da quali elementi nasce questa ricostruzione? Sostanzialmente da due tasselli che sono stati erroneamente assemblati:

• un testimone che avrebbe visto uno degli aggressori sparare con molta padronanza e precisione
• la presenza sul luogo dell’eccidio di 49 bossoli attribuibili ad una sola arma su un totale di 91 esplosi da parte dei brigatisti
 

Il testimone

Si chiama Pietro Lalli, si definì esperto di armi e raccontò di aver visto uno degli assalitori, posizionato in corrispondenza della FIAT 130 dove viaggiava Moro, sparare due raffiche: una prima più corta ed indirizzata verso la 130 l’altra, più lunga, verso l’Alfetta di scorta.

Assistetti allo sparo di due raffiche complete. La prima un po’ più corta della seconda a distanza ravvicinata rispetto al bersaglio che era una 130 blu. La seconda raffica, più lunga, fu estesa anche all’Alfetta chiara che seguiva la 130 e fu consentita da uno sbalzo all’indietro dello sparatore che in tal modo allargò il raggio d’azione e quindi di tiro. Quello che mi colpì in maniera impressionante fu l'estrema padronanza di detto sparatore nell’uso preciso e determinato dell’arma. Esprimo un giudizio ma doveva essere uno particolarmente addestrato. Sparava avendo la mano sinistra poggiata sulla canna dell’arma [con il che deduco doveva trattarsi di un mitra non munito di flangi fiamma] e con la destra, imbracciato il mitra, tirava con calma e determinazione convinto di quello che faceva.

La distanza dalla quale il testimone vide la scena è di circa 120 metri su una strada in salita: la visuale non era sicuramente ideale né paragonabile a quella di un altro testimone importante, Alessandro Marini, che era fermo con il suo motorino proprio allo stop a pochi metri dal massacro. Lalli vide un killer che sparava verso la 130, poi se ne allontanò leggermente per riprendere a sparare. In un’altra deposizione aggiunse il particolare che nel fare questo balzo all’indietro il killer perse il berretto. Se ci atteniamo a quanto accertato in sede processuale, il testimone vide esattamente ciò che fece Valerio Morucci nel corso dell’azione, che lo stesso ha più volte raccontato: dopo aver esploso una prima raffica, il mitra si inceppò, e fu costretto ad allontanarsi leggermente dalla sua posizione per non ostacolare i compagni nel tentativo di sbloccarlo. Pochi secondi dopo Morucci riprese a sparare, ma sempre sulla FIAT 130, non sull’Alfetta.

Questa è l’esatta posizione dalla quale il test Pietro Lalli assistette alla scena. Poco meno di 120 metri. L’auto rossa che si intravede in mezzo alla carreggiata non ha ancora raggiunto lo stop dove era fermo Alessandro Marini che era a ridosso della scena e che non ha mai notato quanto descritto da Lalli.

I bossoli

La prima perizia fu effettuata a ridosso dell’eccidio e in molti punti i periti furono “possibilistici” perché non potettero fare delle valutazioni balistiche oggettive. Ad esempio, proprio in relazione ai bossoli recuperati sul terreno, precisarono che la loro posizione potesse essere stata involontariamente spostata dai tanti curiosi che si riversarono sul luogo prima dei transennamenti e che avrebbero potuto anche sottrarre qualcosa a titolo di souvenir. La cosa importantissima da sottolineare è che tale perizia fu effettuata senza che i periti avessero la possibilità di confrontare i reperti con delle armi, ma potendo solo effettuare delle ipotesi. E da queste loro ipotesi essi stabiliscono che in via Fani quella mattina spararono 5 armi brigatiste, su almeno 3 delle quali i periti hanno “dubbi non risolti”: Come si nota dall’originale della perizia, l’arma incriminata di aver sparato 49 colpi sarebbe una Beretta MP12 la qual cosa fu successivamente smentita.

La seconda perizia fu condotta nel 1993 dagli ingegneri Domenico Salza e Pietro Benedetti e si rese necessaria in quanto fu rinvenuto nel bagagliaio dell’Alfetta un proiettile “9 corto” non compatibile con le armi ipotizzate nella prima perizia. Questo fece sospettare la presenza di una nuova arma e vi fu quindi la necessità di nuove indagini di approfondimento. La differenza fondamentale fu che Salza e Benedetti potettero lavorare avendo la disponibilità di molte armi sequestrate nei covi o in occasione degli arresti (ad esempio, la Smith & Wesson che fu sequestrata a Prospero Gallinari al momento del suo arresto).

L’analisi comparativa dei proiettili con le armi sequestrate permise di sdoppiare quei 49 colpi che furono infatti ripartiti tra due mitra FNA 43. La perizia escluse anche la presenza di una settima arma perché si stabilì che il proiettile “9 corto” fu esploso da una delle armi sequestrate, erroneamente caricata, e di cui lo sparo ne causò l’inceppamento.


Un’altra cosa importante che si legge nelle perizie è che sia nei corpi dei componenti la scorta, sia nelle auto, sia in prossimità di esse sono stati repertati proiettili relativi ad armi diverse. E questo vuol dire una sola cosa: che non esiste un’unica arma che abbia sparato su entrambe le auto. Come, invece, appare scontato dal racconto di Pietro Lalli.

Per l’FNA 43, in particolare, la situazione è la seguente:

• l’FNA 43 sequestrato esplose colpi contro Leonardi e probabilmente Ricci in quanto furono trovati 4 proiettili nel cadavere del primo e 5 proiettili più tre frammenti nella FIAT 130. Ricci fu colpito da 8 proiettili che però ne attraversarono il corpo
• l’FNA 43 non sequestrato, invece, esplose almeno 7 colpi contro l’agente Iozzino mentre nell’Alfetta furono trovati altri 2 proiettili (uno nel bagagliaio ed uno nell’abitacolo) e sul piano stradale, accanto ad essa, altri due proiettili.

La misteriosa arma non sequestrata che viene ancora indicata come quella che esplose i 49 colpi, non sparò nemmeno da dove Pietro Lalli avrebbe visto il killer particolarmente esperto, ma da tutt’altra parte: in prossimità del “cancelletto superiore” nei pressi della Mini Cooper verde parcheggiata qualche metro prima di dove erano posti gli avieri. I suoi colpi furono indirizzati unicamente verso Iozzino e l’Alfetta di scorta.

Cosa dice l’esperto

Della dinamica dell’agguato di via Fani e di questo presunto mistero, ho parlato molte volte con l’Ing. Benedetti (l’Ing. Salza morì pochi anni dopo la perizia). E fu lui, nel lontano 2003, a dirsi stupito che se ne parlasse ancora in quanto la cosa era stata ampiamente chiarita. Aggiunse che, poiché a 91 bossoli corrispondevano solo 68 proiettili e poiché i proiettili di un’arma automatica a canna lunga viaggiano a 170 m/s (oltre 600 Km/h) anche dopo essere stati deviati, molti andarono dispersi finendo chissà dove. Un’imperizia da parte degli aggressori, la cui mira poteva essere definita non certamente “infallibile”.

Cosa fece sì che l’attacco andasse a buon fine se gli sparatori non erano addestrati a dovere? Secondo Pietro Benedetti furono tre i fattori che ne resero possibile la riuscita: in primo luogo la sorpresa, in secondo luogo la distanza molto ravvicinata (3-4 metri, non di più) ed, infine, l’utilizzo di armi lunghe ed automatiche che rendono molto più semplice colpire il bersaglio da quelle distanze. E, nonostante ciò, il 25% dei proiettili furono sparati “a casaccio”.

 

 



5 réactions


  • (---.---.---.250) 11 aprile 2014 19:18

    Il complottismo è uno dei sistemi con i quali certa sinistra crede di assolversi dalle proprie gravi colpe.

    A sinistra, e oggi quasi tutti i mezzi d’informazione stanno in quell’area si da per scontato che Aldo Moro e gli uomini della scorta siano stati assassinati non dalle BR ma dalla CIA o comunque dallo Stato borghese e fascista.
    Le menzogne se ripetute più volte diventano verità quando vengono date a bere al popolo bue.
    CESARE ZACCARIA

    • amerigo dumini (---.---.---.203) 17 marzo 2016 21:09

      lo stato dell’epoca tutto era ,meno che fascista,purtroppo:ieri come oggi e sempre quello,nato dalla resistenza,che ha comincato a coglionare gli italiani con la bugia sull’assassinio di mussolini! per chi ha dimetichezza con le armi usate per la strage e per le dinamiche dell’intervento e evdente che continuano ,ad onta ci commissioni e superperiti a raccontarci la fola dell ochina bianca,speculando anche sulle mendaci versioni dei varimorucci e compari


  • amerigo dumini (---.---.---.203) 17 marzo 2016 21:28

    cosa dice l esperto, una solenne corbelleria. un proiettile di arma rigata,se corta viagia da un minimo dei duecento metri secondo agl oltre quattrocetrenta di una tokarev, per restare in ambito militare.In arma lunga ci si atesta sua media degi ottocento metr secondo.Nel caso dele armi usatei cosidetti mitra,parliamo nella media ,di quattrocento metri secondo,la velocita ala bocca,con le polveri di oggi di un arma da caccia a pallini. Smettiamola con forzature e le fanfaluche per accreditare tesi di comodo.C sno personaggi della politica di oggi in servizio permanente effettivo dall epoca che sano tutto e dipiu,su cause,collusioni,dinamiche,pre,durante e post sequestro.


  • Aleth26 (---.---.---.251) 14 settembre 16:18

    DOTTOR GIORGIO DEI CONTI VITETTI – 124.5.2024

    Riparto dunque dai verbali pellegrini agli atti CM (chissà perché il nostro conte non fu sentito dalla Moro2 : è morto solo nel 2022...la domanda è ovviamente retorica. https://necrologie.ilmessaggero.it/necrologi/pellegrini_giorgio_113838336.ht ml ) .

    Il primo intervento a me noto del conte agli atti CM è nel vol. 30 :

    https://www.memoria.san.beniculturali.it/documenti-online/-/doc/detail/186/030%20%20volume%20XXX?keyword=

    76 cart. sqq.

    Da notare che siamo negli uffici della squadra mobile, capeggiata allora da masone ferdinando, che negli anni ´70 seguì altri noti delitti politici senza ovviamente risoLverne alcuno, come l´assassinio di PPP. Nel 2000 fu coinvolto perfino in trame golpiste :

    https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/04/01/vaci llano-siracusa-masone-inammissibili-altri-errori.html

    Da notare perché la maggioranza degli oculari invece, viene condotta o alla digos oppure al commissariato Monte Mario oppure dai cc. buttazzo era stato nella squadra mobile per 24 anni, e forse la particolarità in esame si deve alla sua familiarità col masone.

    Da notare come fecero altri ricercatori, che la data è 17 marzo : sono passate più di 24 ore dalla strage, eppure questi due presunti oculari tra i più importanti, si presentano a scoppio ritardato.

    Si presentano ? Veramente il verbale nulla dice di come la mobile abbia reperito la coppia : si sono presentati spontaneamente ? Sono stati convocati ? Mistero. Il giorno prima, a pochi minuti dalla strage, buttazzo rievocherà di aver telefonato a spinella, cioè alla digos non alla mobile.

    Da notare anche l´ora : sono le 12,45. Da intendere burocraticamente alla lettera, come mezzogiorno e tre quarti.

    pellegrini si presenta come "condirettore generale della società ´Italstat´, che era allora del gruppo IRI e si occupava di grandi infrastrutture (autostrade, aeroporti, condutture etc.) : per le sue mani passavano appalti miliardari.

    Ma stando ad articolo di Panorama del gennaio 1978, citato in D´ Adamo-Hepburn Jr 2018 p.187, pellegrini aveva mani in pasta pure con Italeco, società sussidiaria di Italstat, che in cooperazione con Telespazio, tra le altre cose elaborava mappe satellitari dell´ agricoltura italiana, che doveva obbligatoriamente condividere con la nasa perché i satelliti usati (landsat 1 e 2) erano americani. Legittimamente gli autori concludono che un sistema così sofisticato di telerilevamento non poteva applicarsi solo all´ agricoltura, ma certamente faceva anche spionaggio militare.

    Quali sono dunque, i punti controversi del primo verbale pellegrini ? Asserisce di aver visto alla fine della sparatoria, due persone, gli pare in divisa, che sorreggevano un uomo portandolo verso macchina grande scura ferma all´inizio di via Stresa in salita (cioè dir. Trionfale). I due lo caricano lì dentro, entrandovi anche loro.

    La macchina parte ad andatura normale : invece tutti gli altri oculari della grande scura su Stresa che menzionano velocità, tranne buttazzo, la dicono forte il che è ovviamente molto più plausibile.

    Ricordo ad nauseam che per gli oculari di Fani Caliò, Samperi ed Evadini, la macchina del caricamento è bianca e piccola. Che lo stesso marini a Di Berardino dà la targa della 128 bianca come macchina della fuga dei rapitori di Moro. Che Proietti su Stresa vede i 4 avieri in piccola chiara che segue grande scura, con i due di dietro con le schiene appoggiate agli sportelli come a far spazio in mezzo per qualcosa o qualcuno. Che la Conti a verbale parla di 124 o 128 forse grigia come vettura del caricamento ; a me per telefono disse che la ragazza col mitra che aveva presidiato l´incrocio salì sulla macchina assieme a Moro. Che la Gabriella Angelini de relato dalla madre, mi ha detto che alla sbarra il chino stava sul sedile posteriore della bianca - in cui risale la balzerani dopo aver armeggiato con la catena - proprio come volle la Conti per Fani.

    Che infine, la balzerani stessa in Compagna luna dice di aver assistito al trasbordo di Moro su furgone
     il che è logico se lei stava appunto nella bianca con Moro da Fani al trasbordo.

    Verso la fine di 77 cart., pellegrini menziona il suo autista buttazzo, "che voi avete già interrogato" : solo che il verbale pellegrini segna le 12,45 ; il verbale buttazzo che segue a ruota invece, le 13,20.

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  • Aleth26 (---.---.---.142) 15 settembre 16:22

    DOTTOR GIORGIO DEI CONTI VITETTI - 2 e fine

    Ma il vero nodo dei verbali pellegrini, come di quelli buttazzo, è che entrambi ignorano la bianca - la piccola chiara, che diversi altri oculari di Stresa invece vedono - e vedono fuggire appaiata alla grande scura, seguendola. pellegrini la nega per omissione, tacendone. buttazzo giunge addirittura a negarne esplicitamente la presenza. pellegrini poté effettivamente vedere quasi tutto quel che racconta ; ma proprio perché poteva vederci abbastanza chiaro sulla via di fuga, è impossibile, implausibile che non abbia visto la bianca !

    Al punto che in un successivo verbale, alla domanda specifica del bravo esaminatore insospettito anche lui evidentemente, dall´omissione della bianca, lui dice che s´era allontanato per riferire dei fatti alla moglie che stava ancora a letto, e che magari la bianca era passata proprio mentre rientrava in casa dal balcone : ma questo è ridicolo per due ragioni : primo, perché le due macchine erano appaiate quindi se ha visto la scura, doveva aver visto anche la chiara come diversi altri oculari di Stresa. Secondo, perché nel primo verbale aveva invece detto di "essere rimasto tutto il tempo " sulla terrazza - tutto il tempo della visione dunque, del primo tratto della fuga della grande scura E della piccola chiara verso casa sua, che appunto ripeto ad nauseam, avrebbe dovuto vedere insieme in quanto appaiate.

    Il secondo verbale pellegrini agli atti CM sta nel vol. 42 qui :

    https://www.memoria.san.beniculturali.it/documenti-online/-/doc/detail/198/042%20%20volume%20XLII?keyword=

    È il 4.11.78, davanti al solito priore, il quale invero si insospettisce giustamente perfino lui sul colore della vettura del caricamento : e pellegrini si danna l´anima per negare che fosse bianca, dicendosi sicuro che fosse scura, nera o blu scuro. Non solo : ma si danna l´ anima pure per reiterare che era grande e non piccola.

    E passi, ma ripeto : quello che lo condanna alla menzogna probabilissima, è il fatto ribadisco ad nauseam, che lui non veda proprio la bianca, la piccola chiara che fugge appaiata alla grande scura per diversi altri oculari di Stresa : lui è l´unico a non vederla - a far finta di non vederla, con ogni probabilità. L´unico, oltre naturalmente al suo autista buttazzo antonio, che addirittura si butterebbe all´inseguimento suicida della 132 senza notare la bianca che le stava a ruota !

    Abbiamo in sintesi a mio parere qui, due false testimonianze preconcordate, tendenti ad avvalorare la vulgata preprogrammata di Moro nella 132.

    Se poi aggiungiamo che il conte vitetti era di clan arcifascista ed arciatlantista, come la mogliettina yankee, allora abbiamo anche il movente di quello che giudico con probabilità estrema ormai, un depistaggio bello e buono made in cia. 

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