giovedì 7 gennaio - Enrico Campofreda

Capitol Hill, assalitori di casa

Li guardi e ne percepisci l’incertezza. Un’irruenza covata, allevata, allenata nelle caserme, nelle palestre e in quella palestra della prateria che gli avi hanno stravolto con ben più malvagia violenza.

 Gli assalitori della casa simbolo d’una democrazia malata vorrebbero ma non vanno oltre le intenzioni del proprio santone, che non è l’uomo-bufalo, perché a sterminare i bufali ci aveva già pensato un più infallibile assalitore, ma il santone in cravatta che li ha drogati di velenose bugie. Non sanno che farsene neppure delle armi – non molte – che si sono trascinati dietro, e che la democrazia che le diffonde nel mondo, gli permette di condurre con sé e, volendo, di utilizzare. Non le usano contro l’Istituzione nemica, molto più equipaggiata per la difesa del simbolo, ma non le usano perché non sanno cosa fare. Un assalto di disperazione più che d’azione. Un addio alle stesse armi con l’arma più volgare: la bestemmia contro la verità. L’affermazione infantile della demenza senile d’un narciso corruttore, diventato statua della propria libertà di seviziare quei cervelli che non amano pensare, preferendo schierarsi e vagare, così come sono stati immortalati da flash e telecamere nelle sale del Capitol Hill.

Eppure taluni volti sono ben riconoscibili, quelli che hanno vestito e vestono altre mimetiche, che in qualche caso son le stesse, tenute per ricordo. Sono le facce che conducono la pace nel mondo, imbracciando più sofisticate armi d’ordinanza, che partecipano alle mission impossible cui ci ha abituato il “candore” diffuso dalla nota Casa e dallo stesso luogo simbolico ieri strattonato dalla masnada di fanatici assalitori. Medita l’anima riflessiva d’America sul suo corpo turpe che deforma l’immagine di tanti angoli del mondo per volere di certi suoi Presidenti e Congressi? Ne dubitiamo. Perché nella sua breve storia scritta anche col sangue fraterno, la nazione delle opportunità diventata superpotenza del sopruso continua a far versare sangue ad altre genti. Eventi decisi nelle stanze imbandite dalla rievocazione della propria potenza che cerca di rinnovare traguardi senza porsi domande sull’umanità presente e futura. Inseguendo quei sogni di vanagloria i molti fanatici dell’orgoglio d’America continuano a vagare per il mondo, in mimetica e in blazer, alla conquista d’altre colline e pianure, invadendo e rincorrendo conquiste che negli ultimi vent’anni si chiamavano Afghanistan e Iraq. E un tempo Vietnam e Corea. In un fanatismo e in un’ipocrisia senza limiti.

Enrico Campofreda




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