sabato 28 marzo - Gerardo Lisco

COVID–19 | Mario Draghi ? Solo garante dell’establishment

Dopo Monti, il tentativo Cottarelli ed oggi quello di Mario Draghi. In tempo di crisi l’establishment attraverso i suoi media mobilita le presunte “risorse della Repubblica”. Appare sempre più chiaro che la crisi sanitaria dovuta al COVID–19 apre la strada all’aggravarsi della crisi economica già in atto. Ad andare in crisi è il sistema attuale, egemonizzato dal pensiero unico neoliberale che ha rinviato la soluzione dei problemi al mercato.

Con l’intervista rilasciata al Financial Times, Draghi si candida alla guida del Governo scoprendo l’importanza dello Stato e dell’intervento pubblico, come se fino ad oggi lo Stato fosse scomparso o non avesse avuto nessun ruolo. Draghi ha dichiarato, in un passaggio della sua intervista, che di fronte alla crisi economica è necessario l’intervento dello Stato, che dobbiamo abituarci all’idea di un debito pubblico sempre più alto e che i debiti privati si devono ridurre a favore di quello pubblico. Su quest’ultima dichiarazione vedo già il padre di famiglia pensare che non dovrà più pagare la rata del muto in scadenza perché se ne farà carico lo Stato. Purtroppo non sarà così!

Provo ad andare con ordine partendo proprio dal ruolo dello Stato. Pensare che lo Stato in questi decenni di globalizzazione e di mercatizzazione sia scomparso è una cosa non vera. Il Capitalismo, questo è il tema, da sempre ha avuto bisogno del sostegno dello Stato per affermarsi e crescere. Nelle varie fasi storiche sono stati i Governi che hanno mediato l’interesse del Capitalismo tendendo presente gli equilibri interni di ciascuno Stato e le relazioni internazionali. La nascita e l’affermazione del sistema Capitalista in Inghilterra avvenne grazie al governo di uno Stato funzionale agli interessi della nascente borghesia; la Rivoluzione Francese con le istanze Liberali furono funzionali all’affermazione del capitalismo francese, lo sviluppo del capitalismo tedesco avvenne grazie alle politiche protezionistiche messe in campo dai governi, prima, dei singoli stati tedeschi e poi dal Reich. Stessa cosa dicasi dell’Italia, del Giappone, dello sviluppo del sistema capitalista degli USA ecc. In ciascuna delle realtà citate, un ruolo fondamentale è stato giocato dagli Stati e dai governi i quali hanno operato tenendo presente il contesto nazionale e internazionale. Stessa cosa dicasi per la fuoriuscita dalla crisi economica degli anni 30, dei magnifici trent’anni succedutisi all’indomani della fine della seconda guerra mondiale fino a giungere ai 40 anni della globalizzazione. Anche in questo caso i governi e l’uso che essi hanno fatto dell’utilizzo dell’istituzione Stato è stata diversa da contesto a contesto. Nell’Europa continentale rappresenta dall’UE ha prevalso il modello ordoliberalista con uno Stato regolatore e disciplinatore, nel mondo anglosassone si è preferito un sistema da “lasciar correre, lasciar fare” consentendo la libera negoziazione tra le parti in competizione e attribuendo allo Stato la sola funzione di tutore dell’ordine pubblico, della difesa e di giudice nelle controversie tra privati che non trovano una soluzione nel mercato. Questo solo per dimostrare come non è affatto vero che lo Stato fosse stato messo da parte e/o ridimensionato. Lo Stato c’è esiste il ruolo che esso gioca dipende da chi lo governa. Ciò detto appare del tutto evidente che l’intervista di Draghi equivale alla scoperta dell’acqua calda. E’ solo tecnica comunicativa mirante a rassicurare l’opinione pubblica in funzione degli interessi delle elites Il nodo da sciogliere è l’utilizzo che il Governo farà dell’istituzione Stato nell’affrontare la crisi economica che si paventa. L’establishment, ossia il capitalismo nostrano, ha bisogno di un Governo forte che utilizzi lo Stato in funzione della salvaguardia dei suoi interessi. Draghi è per l’establishment l’uomo giusto. In questi giorni, a partire dal’articolo di Nadia Urbinati fino a quello di Donatella Della Porta, molte firme illustri si sono impegnate ad evidenziare il pericolo di una deriva autoritaria presente nell’operato del Presidente del Consiglio Conte, al fine di screditarlo per far emergere la figura di Draghi, non solo come garante dell’establishment, ma anche della Democrazia. La stessa logica seguono le critiche alla comunicazione utilizzata dal Presidente del Consiglio, alla formula giuridica adottata nell’emanare i provvedimenti ed altro ancora. L’establishment ha operato provando a demolire nell’immaginario collettivo l’immagine del Presidente del Consiglio per aprire la strada al Governo Draghi. Questa ipotesi gira da tempo e da tempo la Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e la moribonda Italia Viva si sono rese disponibili ad una tale ipotesi. La nascita di un governo tecnico guidato da Draghi, proprio come è accaduto ai tempi della nascita del Governo Monti , avrebbe un’aura carismatica.

Chi può mettere in discussione le scelte di una personalità come Draghi, che tutti ci invidiano, un tecnico universalmente riconosciuto per le sue capacità con una enorme credibilità nelle istituzioni finanziarie che contano. Una tale personalità è “la giusta riserva della repubblica”, in gradi di imporre, anche autoritariamente scelte impopolari. La fuori uscita dalla crisi economica non sarà una passeggiata, richiederà lacrime e sangue non al capitale ma al lavoro ed è per questo che il sistema deve assolutamente blindarsi. Il Governo Conte è il risultato di accordi politici e per questa semplice ragione richiede negoziazione all’interno delle forze di maggioranza, con le istituzioni locali e internazionali con l’opposizione e con le parti sociali. Un Governo tecnico è per definizione un governo che esclude la negoziazione per il semplice fatto che un modello tecnico è basato su presupposti scientifici. In conclusioni due cose: per quanto l’intervento dello Stato sia necessario non è detto che esso automaticamente operi superando il sistema neoliberale, si può facilmente ipotizzare che mirerà a salvare il sistema capitalista apportando i necessari aggiustamenti dovuti alla crisi. la seconda considerazione: il pericolo di una deriva autoritaria non è nel Governo Conte ma, se nascerà, sarà nel Governo Draghi. Per quanto mi riguarda continuo a pensare che dalla crisi si esce solo con la Politica e con la difesa della Democrazia dalle derive tecnocratiche.



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