venerdì 29 gennaio - Enrico Campofreda

Biden, la pace obbligata del dossier afghano

Nei cento giorni con cui ogni presidente degli Stati Uniti cerca di farsi bello, Joe Biden, tramite il suo staff, avrà il suo da fare per smontare e riconvertire i quattro anni demolitori della politica trumpiana. Ma in alcuni segmenti del mondo globale, forse la linea di Washington non dev’essere proprio riscritta, semplicemente perché ha ripetuto schemi già tracciati in altre fasi da altre amministrazioni.

Fra questi il luogo dei conflitti per eccellenza - l’Afghanistan - dove un presidente figlio d’arte, George W. Bush, lanciò la vincente guerra-lampo che a lungo andare è diventata una straziante macchia per l’orgoglio statunitense. Perché da quell’intervento, che ha trascinato in tre missioni oltre cinquanta paesi Nato, non è scaturita una stabilizzazione militare dell’area, anzi i reparti occupanti hanno abbandonato gli scontri armati di terra che li vedevano in difficoltà coi resistenti locali, soprattutto talebani. Già la seconda presidenza Obama sceglieva un’uscita di basso profilo, visto che gli armamenti usati, ben più sofisticati di quelli del Vietnam, i denari spesi, duemila miliardi fino a due anni or sono, l’investimento fatto con la politica e con l’esercito locali, da Karzai a Ghani passando per un reclutamento truppe giunto sino a trecentomila unità, non sono riusciti a creare uno Stato stabile, efficiente, sicuro. Tutto è rimasto come ai tempi della guerra civile pre-talebana, dunque a inizio anni Novanta, con gli stessi signori della guerra o i loro clan familiari, la corruzione corrente e il malaffare ai danni d’una popolazione assassinata, impoverita, costretta alla fuga fino alle porte dell’Europa che la respinge nell’inferno bosniaco di Bihaç e Lipa. Da quasi due anni - su impulso del Pentagono e della Cia, ratificato dall’amministrazione Trump - è in corso il progetto di pacificazione per il futuro afghano. Un piano travagliato, ma tuttora in piedi che il 46° presidente statunitense eredita e già ribadisce confermando mister Khalilzad, il diplomatico che da mesi guida le trattive, con la delegazione talebana e ultimamente col nucleo di rappresentanza afghana. Per l’importantissimo scacchiere asiatico Biden s’è affidato a Jake Sullivan, suo Consigliere alla Sicurezza, che lavorò con Hillary Clinton.

Trovare una dimensione, innanzitutto diplomatica in quell’area, dove gli Usa conservano tutt’al più basi militari, com’è appunto in Afghanistan, e alleati assai inaffidabili, com’è per Islamabad, diventa un fattore centrale anche per l’intricata trattativa di pace coi talebani. Questi discutono, trattano, vogliono superare i vent’anni di guerra, ma sono disposti a continuarla se non raggiungono l’obiettivo primario che è ritornare al governo. Negli storici rapporti aperti a 360° con nazioni amiche (Pakistan) o tatticamente tali (Iran) i turbanti possono essere condizionati, possono esserlo finanche dai potenti che si rapportano a loro (Stati Uniti e Russia) o che gli strizzano l’occhio (l’India di Modi, non foss’altro che per indispettire il nemico d’oltre confine Khan). Però da quanto hanno mostrato, gli studenti coranici non soffrono subordinazioni psicologiche. Fanno di testa propria e nei patteggiamenti hanno ben poco da perdere. Finora hanno dettato l’agenda, escludendo il potere ufficiale di Kabul, principalmente il presidente Ghani, che Baradar e fratelli considerano un fantoccio. Pensiero condiviso da un’ampia componente afghana, anche di vertice, finanche da alcuni che colloquiano a Doha coi taliban. Il gruppo definito di negoziazione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan è guidato da Abdullah, il rivale-sodale di Ghani. Da tempo i due condividono odio e, più che amore, sopportazione. Durante la crisi della prima elezione a presidente si sarebbero scannati, ma John Kerry impose di mantenere la calma. I talebani, dalle sempre più numerose province sotto controllo, gongolavano. Tuttora non hanno posto il veto alla presenza d’un fanatico del potere come Abdullah, sanno che assieme all’immarcescibile Karzai costituisce un pezzo del passato che vive nel Paese, un pashtunwali clanista che detesta i tecnocrati di Ghani in odore di Banca Mondiale. I turbanti sono disposti a trattare coi primi per seppellire definitivamente i secondi e talune lobbies dove s’annidano gli uomini della forza, l’apparato della Sicurezza del vicepresidente Saleh, ex agente addestrato dalla Cia sin dall’epoca in cui calzava il pakol accanto a Massoud.

Di costoro chiedono metaforicamente la testa e la delegazione di Washington un anno fa annuiva. Tornare indietro per Biden non sarà semplice. Comunque fra i mujaheddin di vecchia data, i turbanti salvano talune presenze. Non solo l’altro sempreverde Hekmatyar, con cui condividono un bel tratto di fondamentalismo e che comunque guida uno dei gruppi che conta nella Loya Jirga, l’Hezb-I Islami, ma anche altre figure che - come fa la politica occidentale e nostrana, soggiornano dietro le quinte, da noi nelle Fondazioni - mandando in scena le giovani leve. In Afghanistan e poi sui tavoli del Qatar, come fa sapere un noto network di analisti afghani, compaiono quattro figli di papà celebri. Bator Dostum, rampollo del signore della guerra uzbeko ch’è stato anche vicepresidente di Ghani. Kaled Noor, figlio di Atta Mohammad potentissimo e ricchissimo governatore di Balkh. Matin Bek, che è orfano perché il genitore mujaheddin Mutaleb venne assassinato. Fatima Gailani, anch’essa erede d’un capo mujaheddin Sayed Ahmad. Quest’ultima, che è stata anche al vertice della Mezzaluna Rossa afghana, è una delle quattro figure femminili presenti della delegazione. Anche le altre hanno respirato “politica” in famiglia: Habiba Sarabi, figlia d’un ex ministro hazara passato dalla monarchia al regime di Najimbullah, Fawzia Kufi, attivista dei diritti legata al partito Jamiat, Sharifa Zurmati, deputata pashtun, l’unica vicina a Ghani. L’attuale quadro politico di Kabul, di governo e d’opposizione, che la delegazione trattante talebana definisce di passaggio, non è affatto unita. Baradar e soci puntano a un esecutivo di transizione, non parlano più di Emirato, s’ammorbidirebbero anche su taluni passi dell’attuale Costituzione, e sui trascorsi dei papà Dostum e Noor che furono loro acerrimi nemici pur di scalzare Ghani e avviare un condiviso, col vecchio dai volti nuovi. Certo, difficilmente cederanno su diritti civili e di genere. Per ora il tavolo della pace è questo. Si può prender tempo, diversi analisti pensano che Biden lo farà, sebbene procrastinare non muti lo stato delle cose. Oppure confermare quanto finora è stato trascritto. Smentirlo riporterebbe tutto al 7 ottobre 2001. 

Enrico Campofreda

 




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