lunedì 25 giugno 2012 - fulvio lo cicero

"Beni comuni": la nuova frontiera politica del Movimento di Beppe Grillo

Beni come l’acqua, l’energia, le grandi infrastrutture viarie, il Web, l’etere, rappresentano risorse che i cittadini dovrebbero poter gestire collettivamente, in un modello di “autogoverno locale” considerato, dal Premio Nobel 2009 Elinor Ostrom, il più efficiente e democratico.

Fra le tantissime accuse che si muovono a Beppe Grillo e al suo "Movimento 5 Stelle", tanto più virulente quanto più la sua formazione politica cresce nei sondaggi, vi è quella di non avere un programma politico, cioè un progetto di società. A parte che non se ne vedono molti in giro di “progetti di società”, se non le vuote parole su “libertà” o “partecipazione”, la critica che gli viene rivolta è vera soltanto in parte. Lui stesso, per la verità, nella sua chiacchierata-intervista con Marco Travaglio (anche questa molto strumentalmente criticata), ha ammesso che molte delle idee elaborate non sono sufficienti e che bisognerà precisare meglio il disegno politico del suo Movimento.

Eppure, chi segue il suo blog sa che Beppe Grillo e molti dei suoi simpatizzanti hanno fatto, della dottrina dei "beni comuni", la base del loro programma di sviluppo economico e politico della società futura. Si tratta di un’idea innovativa sulla quale sarebbe il caso che le forze politiche, invece di essere terrorizzate dalla possibile affermazione elettorale del MS5, avviassero una seria e positiva discussione. Già, perché la "dottrina dei beni comuni" si pone agli antipodi, e in modo radicale, con tutte le politiche di dissennata privatizzazione di qualsiasi bene e servizio, anche, in riferimento ai primi, di quelli prodotti dalla natura e quindi concettualmente appartenenti alla umanità nel suo complesso.

La "dottrina dei beni comuni" ha peraltro avuto, nel 2009, un grande riconoscimento a livello internazionale con l’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia alla sua più grande studiosa, Elinor Ostrom, che ha dedicato le sue ricerche pionieristiche al problema dell’autogoverno delle risorse nelle società locali americane. La teoria di Ostrom, che insieme al marito ha una formazione essenzialmente politologica, si è sviluppata grazie ad una serie di ricerche sul campo, che hanno studiato i sistemi di produzione e gestione dell’irrigazione in una località dello Stato dell’Indiana, Bloomington. Questi sistemi di irrigazione nel settore rurale sono quanti di più complesso sia stato costruito dall’uomo, si articolano per centinaia di chilometri su territori eterogenei e servono migliaia di utenti. Ostrom ha verificato come il modello di autogoverno delle comunità locali di questi sistemi, a determinate condizioni (condivisione, utilizzabilità concertata, rispetto dei bisogno altrui, ecc.), risulti il più efficiente in termini economici ma soprattutto il più democratico.

Nel modello elaborato da Ostrom le istituzioni e quindi i governi devono svolgere essenzialmente il compito di supportare le forme “concertative” o “cooperative” di gestione dei «beni comuni» , non sostituendosi ai cittadini mediante l’applicazione del principio della «rappresentanza politica», che molto spesso si risolve in un’usurpazione surrettizia, secondo una intuizione che fu diffusa in Europa da Alexis de Tocqueville nel XIX secolo, dopo la visione diretta che l’aristocratico francese ebbe della società americana e che riassunse nel suo famoso La democrazia in America.

In Italia, per colpa della destra berlusconiana e di ampie frange della cosiddetta "sinistra riformista", si è operato esattamente all’opposto, ritenendo che il modello di "privatizzazione" di qualsiasi risorsa sia quello più efficiente, vista l’esperienza maturata nel nostro paese di risorse depredate dal ceto politico negli anni della "partecipazioni statali" e delle "nazionalizzazioni". Un’idea totalmente sballata, che ha comportato la nascita di decine di “Authority” cui la legge assegna il compito di regolare le tariffe di beni e servizi, considerati comunque “essenziali” per la vita, come il trasporto pubblico, l’acqua, l’energia, l’ambiente. Tariffe in grado di assicurare alle società commerciali gestori degli impianti ampi margini operativi, pagati dai consumatori, i quali non hanno alcuna possibilità di decisione sui beni di loro appartenenza. Non sarebbe il caso, in questi mesi di campagna elettorale, di discutere anche della "dottrina dei beni comuni"?



4 réactions


  • (---.---.---.212) 25 giugno 2012 19:09

    L’insigne economista si sta proponendo per il prossimo parlamento nella nuova armata brancaleone della premiata ditta Grillo/Casaleggio.

     


  • (---.---.---.128) 25 giugno 2012 19:35

    Ma se è parte addirittura del nostro non-statuto... vi siete svegliati adesso che c’è odore di m***a?

    Quando volete notizie attendibili circa Beppe e il M5S andate sul suo sito, vi permette anche di copiare purché la cosa rimanga fedele a ciò che è riportato.

    Inoltre: non parliamo di privatizzazione ma di nazionalizzazione nel caso in cui la ditta XXX non ce la faccia e cominci a voler spremere lo Stato (con la S) cioè la gente /come sta facendo Monti).

    Troppo facile sputare sentenze se non si sa...forse dà fastidio a troppi che si sappia cosa vuole fare il M5S e Beppe Grillo, e allora continua a fare la stessa domanda per confondere l’opinione pubblica, ma come dice Battista "signore, il mare è incazzato"


  • Rosario Grillo sarino (---.---.---.22) 25 giugno 2012 23:27

    E’ giusto portare l’attenzione sui beni comuni, ma bisogna insieme considerare che se si riduce l’economia a questo, si rischia di far solo magra figura e di regredire nel frattempo di un bel po’ di secoli. L’economia dei beni comuni si correla , infatti, alle terre comuni d’epoca medievale. Bisogna ricordare che la scienza economica, con ciò che ne segue, ha superato da un bel po’ di tempo questo stadio. Se è vero che il capitalismo dimostra il fiato corto, il suo superamento si deve pensare in avanti. Con questo, mi ripeto, non voglio dire che il tema della salvaguardia dei beni comuni non abbia rilevanza. Voglio osservare, invece, che solo con questo impianto non si può imbastire un programma economico per far ripartire l’Italia. A questo associo tutte le mie riserve sul grillismo, visto come ulteriore specie di Populismo.


  • (---.---.---.214) 26 giugno 2012 08:54

    Lasciando perdere i primi due commenti, che meritano soltanto il silenzio, in riferimento a quanto nota Sarino, mi sembra che sollevare una critica generale alle privatizzazioni e, dunque, all’impostazione generale neo-liberista che ha attanagliato l’Italia nello scorso ventennio, con la proposizione della "dottrina dei beni comuni" non sia cosa da liquidare semplicisticamente come "populismo". Anche perché ad essa generalmente si associazione politiche neo-keynesiane di rafforzamento della domanda interna, certo in questo momento rese difficili per la crisi dell’Eurozona. Ma ripeto: se la smettessimo di saper solo accusare Grillo di populismo e cominciassimo a discutere delle sue idee, anche quelle relative al sistema partitocratico, profondamente corrotto, non sarebbe più intelligente e, soprattutto, più utile?


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