martedì 3 settembre - Riccardo Noury - Amnesty International

Bangladesh: la generazione perduta dei bambini rohingya

Due anni dopo la brutale campagna di pulizia etnica che costrinse circa 700.000 rohingya a fuggire da Myanmar e a riparare in Bangladesh, questi rifugiati sono ancora intrappolati, in condizioni insopportabili, in campi sovraffollati.

Lo ha denunciato Amnesty International in un rapporto intitolato “Non so quale sarà il mio futuro”, che paventa il rischio che una generazione di bambini rohingya vada perduta a causa del sistematico diniego dell’accesso all’istruzione da parte delle autorità del Bangladesh, del senso d’incertezza e della perdita di speranza che dominano la vita di molti giovani nei campi rifugiati.

Quasi la metà del milione di rifugiati rohingya residenti in Bangladesh ha meno di 18 anni. Alcuni sono nati in Bangladesh, mentre la maggior parte è fuggita da Myanmar con le famiglie dopo l’ondata di violenti attacchi contro i loro villaggi iniziata alla fine di agosto del 2017.

Per gli uni e gli altri, le opportunità di ricevere un’istruzione sono estremamente limitate, per quanto riguarda sia le strutture autorizzate a operare all’interno dei campi che i permessi per i rifugiati registrati di frequentare le scuole locali all’estero delle strutture di accoglienza. Di fatto, se si eccettuano gli “spazi amici dei bambini” e strutture che offrono opportunità di gioco e i primi rudimenti della scuola elementare, il diritto all’istruzione dei bambini rohingya nei campi e fuori è negato.

Secondo il governo, consentire l’accesso all’istruzione incoraggerebbe i rifugiati rohingya a rimanere in Bangladesh anziché rientrare in Myanmar.

Ecco il punto. Due anni fa il Bangladesh, paese povero, si è fatto carico con uno sforzo straordinario di accogliere, nel giro di poche settimane, centinaia di migliaia di persone in fuga.

Comprensibilmente, le autorità di Dacca hanno ritenuto che l’accoglienza dovesse essere temporanea. Il rifiuto di pensare che i rifugiati rohingya potessero avere bisogno di protezione nel medio e nel lungo periodo ha fatto sì che la priorità venisse data a misure provvisorie di emergenza.

Al mancato accesso all’istruzione si aggiunge il divieto, per i rifugiati rohingya in Bangladesh, di lavorare. Questo li rende interamente dipendenti dagli aiuti umanitari per la sopravvivenza quotidiana.

Amnesty International ha potuto osservare che, per quanto riguarda gli aspetti più importanti dell’assistenza umanitaria – rifugi, acqua, strutture igienico-sanitarie, salute e cibo – la qualità dei servizi è inadeguata.

Alcune di queste difficoltà sono inevitabilmente dovute alla dimensione dei campi e al tempo necessario per migliorare quei servizi. Ma, di nuovo, migliorarli metterebbe a rischio i rimpatri. Ecco che, ad esempio, a causa delle limitazioni imposte ai rifugiati sui materiali da costruzione che possono utilizzare, durante la stagione dei monsoni essi rimangono in strutture temporanee, torride e scarsamente ventilate.

Il sovraffollamento è un altro enorme problema: spesso famiglie numerose devono condividere una stanza singola.

Vi sono poi difficoltà riguardo all’igiene: l’acqua da bere è frequentemente contaminata e le strutture per pompare l’acqua sono difficili da raggiungere.

Infine, le limitazioni alla libertà di movimento impediscono di uscire dai campi per cercare cure mediche. All’interno dei campi è disponibile solo un’assistenza di base.

Negli ultimi mesi, poi, si è parlato molto di un progetto che prevede il trasferimento di fino a 100.000 rifugiati rohingya a Bhasar Char, un’isola di 39 chilometri quadrati nel golfo del Bengala, mai abitata, a tre ore di viaggio dalla terraferma, esposta a inondazioni e ad altre avversità climatiche.

Questo progetto presenta grandi rischi dal punto di vista dei diritti umani. Isolerebbe e segregherebbe ancora di più i rifugiati rohingya.

Per Amnesty International c’è urgente bisogno di piani e strategie a lungo termine basate sulla tutela dei diritti umani e che assicurino libertà di movimento, alloggi adeguati, accesso alle cure mediche e all’istruzione e che prevedano la possibilità di ricevere protezione per lunghi periodi di tempo in Bangladesh, secondo quanto dispone il diritto internazionale.

La comunità dei donatori internazionali è chiamata a condividere le responsabilità col Bangladesh, aumentando e sostenendo l’assistenza tecnica e finanziaria per rispondere alle necessità della popolazione rifugiata rohingya e alleviare l’onere dell’accoglienza per le autorità locali.




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