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L’ombra dell’intelligenza artificiale: energia, acqua e la corsa degli scienziati verso una tecnologia sostenibile - AgoraVox Italia
giovedì 9 luglio - Angelo Lo Verme

L’ombra dell’intelligenza artificiale: energia, acqua e la corsa degli scienziati verso una tecnologia sostenibile

Ci siamo mai chiesti ogni volta che chiediamo all’IA di generare un contenuto, specie un’immagine o un video, quale impatto ambientale, quale impronta ecologica ha?! Per paradosso l’ho dovuto chiedere ala stessa IA (generare un testo ha un impatto ecologico molto inferiore) e ne è uscito fuori che mediamente creare una sola immagine richiede 0,2, 0,3 Wh di energia elettrica e circa 0,2 ml di acqua; un video molto di più. Anche se sembrano numeri risibili, provate a moltiplicarli per il numero di immagini e di video prodotti nel mondo ogni giorno. L’IA dice dai 34 agli 80 milioni di immagini e parecchi milioni di video; e aggiungiamoci pure i circa 6 miliardi di testi al giorno. Ovviamente non si vuole demonizzare affatto l’IA, strumento utilissimo, ma sensibilizzare e a invogliare ad un suo uso consapevole. Nel frattempo gli scienziati stanno lavorando senza sosta per trovare urgentemente una tecnologia sostenibile, come vedremo nell’analisi sottostante.

Quando ho visto sullo schermo del computer un’immagine generata dall’intelligenza artificiale, la prima sensazione è stata di stupore. Una seconda, più silenziosa e inattesa, è stata una forma di inquietudine: quanto “costa”, davvero, questa bellezza digitale? Quanta energia è stata necessaria per renderla possibile? E quanta acqua serve, nel mondo reale, per raffreddare le macchine che la producono? Sono domande che non nascono dal rifiuto della tecnologia, ma da una forma di rispetto. Per le cose. Per l’energia. Per il pianeta. Viviamo un tempo in cui l’immateriale appare immediato, leggero, quasi privo di peso. Un’immagine si genera in pochi secondi, un testo in pochi istanti, un video può essere simulato con una rapidità che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata fantascienza. Eppure, dietro questa leggerezza apparente, si muove una delle infrastrutture più energivore mai create dall’uomo: i data center, enormi sistemi di calcolo composti da migliaia di processori che lavorano senza sosta, producendo calore e richiedendo sistemi di raffreddamento continui e sofisticati. Il raffreddamento è uno degli aspetti meno visibili ma più decisivi. In alcuni casi si utilizzano sistemi ad aria, in altri sistemi a liquido, talvolta acqua in circuiti controllati o riciclati. Altri data center vengono costruiti in regioni più fredde, dove il clima stesso diventa parte della soluzione, riducendo il bisogno energetico necessario a mantenere le macchine entro limiti di sicurezza. E già qui emerge un primo paradosso: ciò che appare immateriale ha invece un peso fisico preciso, concreto, misurabile. Ogni richiesta fatta a un sistema di intelligenza artificiale non è un gesto leggero, ma un processo di calcolo che coinvolge miliardi di operazioni matematiche. Questo richiede energia elettrica, e l’energia elettrica, nel mondo attuale, proviene ancora solo in parte da fonti rinnovabili. Tuttavia, negli ultimi anni si sta assistendo a un cambiamento significativo: una crescente quota dei data center viene alimentata da energie rinnovabili, non solo per ragioni ambientali, ma anche per efficienza e sostenibilità economica. In alcune aree del mondo si sperimentano infrastrutture collocate in zone fredde o naturalmente ventilate; in altre si lavora sul recupero del calore prodotto dai server, che non viene più semplicemente disperso, ma riutilizzato per il riscaldamento di edifici o sistemi urbani. In questo modo ciò che era scarto termico diventa risorsa, in un ciclo che tende a chiudersi su sé stesso. E poi c’è l’acqua, elemento spesso dimenticato quando si parla di tecnologia digitale. Eppure, il raffreddamento dei sistemi può richiederne quantità enormi, soprattutto nei data center più tradizionali. Da qui nasce una crescente attenzione verso soluzioni che riducano il consumo idrico o lo trasformino in un circuito chiuso, in cui la stessa acqua viene continuamente riutilizzata, limitando l’impatto sull’ambiente. Accanto a queste criticità, esiste però una ricerca tecnologica estremamente attiva, che si muove in direzioni diverse e complementari. Si progettano data center sempre più efficienti, sistemi di raffreddamento a immersione o a liquido avanzato, infrastrutture alimentate esclusivamente da fonti rinnovabili, e persino architetture hardware ispirate al funzionamento del cervello umano. È il caso del cosiddetto neuromorphic computing, una frontiera ancora in sviluppo ma promettente, che punta a ridurre drasticamente i consumi energetici attraverso chip capaci di funzionare in modo più vicino alla biologia dei neuroni. Non siamo ancora in una fase di applicazione diffusa, ma la direzione è chiara: ottenere più intelligenza con meno energia. Di fronte a tutto questo si potrebbe essere tentati di una reazione istintiva, quasi emotiva: rifiutare la tecnologia, o percepirla come una minaccia. Ma forse la questione non è questa. L’intelligenza artificiale è ormai parte del nostro presente, e il punto non è evitarla, ma comprenderne il costo reale e orientarne lo sviluppo verso una maggiore responsabilità. Ogni progresso tecnologico porta con sé una domanda etica implicita, anche quando non viene formulata esplicitamente: quale impatto ha sul mondo che abitiamo? Forse il vero progresso non consiste soltanto nel creare sistemi sempre più potenti, ma nel rendere noi fruitori sempre più consapevoli del loro peso sul pianeta. Perché ogni immagine generata, ogni testo prodotto, ogni calcolo eseguito non è mai completamente immateriale: ha un’ombra energetica, un costo fisico, una traccia invisibile che si deposita da qualche parte nel mondo reale. Tuttavia, questo non è un motivo per fermarsi ma dev'essere piuttosto una spinta maggiore per scegliere con maggiore lucidità: usare la tecnologia non come consumo cieco, ma come strumento consapevole. Perché, in fondo, ogni innovazione tecnica dovrebbe essere accompagnata da un’innovazione della coscienza. Solo così la meraviglia digitale potrà restare compatibile con la realtà che la sostiene.

Angelo Lo Verme




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