Articolo proposto Canicattì, la città dell’Uva Italia: storia del suo riscatto economico e di una sfida ancora aperta
Promuovere una sana e capace cultura imprenditoriale, non solo a Canicattì, ma ovunque c’è una comunità che sappia seriamente e con competenza sbracciarsi, che sappia rimboccarsi le maniche per migliorare il proprio destino e quello dei propri figli, significa promuovere anche il progresso sociale di una comunità o di una Regione o anche di una Nazione. Proprio ora che molti giovani laureati e competenti in tanti settori stanno cominciando a ritornare al Sud, poiché le condizioni di vita ed economiche del Nord in cui erano emigrati per studio e per lavoro, diventano sempre più difficile se non proibitive per gli stipendiati medi. Sarebbe dunque ora e non dopo, non rimandando alle calende greche, che la politica regionale siciliana e del Sud Italia in generale, si adoperasse e si rimboccasse anch’essa seriamente le maniche per attrarre, per facilitare questi rientri quasi obbligati dal Nord Italia ma anche dall’Europa, e far sì che le migliori energie dei giovani meridionali ritornino e rimangano per far crescere e prosperare finalmente anche il Mezzogiorno.
Scrivere queste pagine è stato per me un modo per raccontare la storia di una città e, nello stesso tempo, quella di una comunità umana che nel corso del tempo ha conosciuto difficoltà, trasformazioni e straordinari momenti di crescita. Canicattì non è soltanto un luogo geografico: è un insieme di memorie, tradizioni, sacrifici e capacità di reagire. Dietro i cambiamenti economici e sociali che hanno attraversato la città ci sono infatti le storie di migliaia di persone che, con il proprio lavoro quotidiano, hanno contribuito a costruirne l’identità. Ho cercato di ripercorrere questo cammino partendo dalle origini storiche del territorio, passando attraverso le trasformazioni dell’agricoltura tradizionale, l’emigrazione, la nascita del grande sviluppo legato all’Uva Italia e arrivando alle difficoltà economiche degli ultimi decenni. Questo breve racconto non vuole essere soltanto una celebrazione del passato, né una semplice analisi delle cause della crisi attuale. Vuole essere soprattutto una riflessione sul rapporto tra una comunità e il proprio futuro. La storia di Canicattì dimostra che nessun successo nasce dal caso: dietro ogni progresso vi sono sacrificio, capacità di adattamento e volontà di migliorarsi. Allo stesso tempo, insegna che anche le realtà più forti possono indebolirsi quando cambiano le condizioni economiche e sociali e quando vengono meno strategie comuni. Con queste pagine desidero conservare la memoria di una stagione importante della nostra storia locale e, nello stesso tempo, lanciare un messaggio di fiducia: il passato non deve essere soltanto ricordato, ma deve diventare uno strumento per comprendere il presente e costruire il futuro. Perché una comunità, quando riesce a riconoscere le proprie qualità e a unirle in un progetto comune, può ancora trovare nuove strade di crescita.
Cenni storici, sociali ed economici sulla città di Canicattì
Molti avranno certamente sentito pronunciare, in televisione, al cinema o letto negli articoli del giornalista Gianni Brera, espressioni come: «Ma vai a Canicattì!» oppure: «Credi ancora a Canicattì?». Nel primo caso l’espressione indica un luogo lontano, quasi sperduto, e viene utilizzata con un intento ironico, talvolta persino minaccioso o punitivo. Nel secondo caso, invece, assume un significato completamente diverso: richiama un luogo immaginario, quasi leggendario, come a dire: «Credi ancora nelle favole? Credi ancora a Babbo Natale?». L’origine della prima espressione risalirebbe ai tempi della costruzione della ferrovia che collegava il Nord Italia alla Sicilia e che, nel 1876, aveva proprio Canicattì come suo terminale. A quell’epoca il viaggio ferroviario da Milano risultava estremamente lungo e difficoltoso: poteva durare dalle ventiquattro alle trentasei ore ed era reso ancora più faticoso dalla mancanza dei servizi e delle comodità che oggi consideriamo indispensabili. Per molti viaggiatori, dunque, Canicattì rappresentava simbolicamente la fine di un viaggio interminabile verso un luogo percepito come remoto. La seconda espressione sembra invece derivare dal nome stesso della città, il cui suono particolare e curioso si prestava facilmente a trasformazioni fantasiose, fino a far immaginare un paese quasi fiabesco, abitato da cani e gatti, come se appartenesse più al mondo della fantasia che alla realtà. Invece Canicattì possiede una storia antica e un’identità ben precisa. L’origine del suo toponimo viene generalmente fatta derivare da due locuzioni arabe: una è “Handaq-attin”, che significa “fossato di fango”, probabilmente in riferimento al torrente fangoso che un tempo attraversava il territorio urbano; l’altra è “Ayn Al Quattà”, che significa “fonte dei tagliatori di pietre” per l’esistenza di antiche cave, “le pirrere”, localizzate nell’attuale centro storico e nella parte alta della città. Quel torrente di cui appena sopra fu coperto incautamente nel secondo dopoguerra, così sembrò per molti anni scomparso. La natura, però, spesso tende a riprendersi gli spazi che l’uomo le sottrae. Così avvenne il 12 ottobre del 1991, quando una violenta alluvione provocò tre vittime e ingenti danni alle attività commerciali e alle automobili. In quella drammatica occasione il vecchio torrente riapparve improvvisamente, quasi come una memoria del passato che tornava a reclamare il proprio spazio, causando danni ben più concreti della semplice suggestione di un ricordo. Dopo quella tragedia il Comune progettò e realizzò un grande canale di gronda sotterraneo, posto al di sotto del manto stradale, profondo circa sei metri e largo quanto la carreggiata sovrastante. L’opera interessò diverse vie cittadine e consentì di convogliare le acque verso il vicino fiume Naro, la cui sorgente si trova sul monte Bardaro, a circa 650 metri sul livello del mare, nel territorio comunale di Canicattì. Il territorio canicattinese occupa infatti una fertile conca naturale situata nell’alta valle del fiume Naro, che dopo un percorso di circa 31 chilometri attraversa i territori di Canicattì, Naro, Favara e Agrigento, prima di sfociare nel Mar Mediterraneo, nella zona di Cannatello. Quell’alluvione avrebbe potuto provocare un numero ancora maggiore di vittime se, quel sabato sera del 12 ottobre 1991, molti canicattinesi non fossero rimasti nelle proprie abitazioni per assistere alla partita di calcio URSS-Italia, terminata con il risultato di 0-0. Poco più di due mesi dopo, il 26 dicembre dello stesso anno, l’Unione Sovietica avrebbe cessato definitivamente di esistere, segnando la fine di un’epoca storica. La mattina successiva alla tragedia sorse un sole caldo, sotto un cielo completamente limpido e privo di nuvole; una domenica mattina di luce intensa che sembrava quasi voler mettere in evidenza, con crudele contrasto, le ferite lasciate dall’oscuro e torrenziale sabato sera. Lungo la via Capitano Ippolito si presentava uno scenario impressionante: automobili accatastate le une sulle altre, strade ricoperte di fango e, davanti alle vetrine dei negozi, montagne di merci rovinate dall’acqua e dalla melma penetrata all’interno dei locali. I commercianti, con grande determinazione, cercavano di riportare fuori quel fango usando scope e pale, nel tentativo di recuperare quanto possibile e tornare rapidamente alla normalità. In quelle ore si avvertiva tutta la fragilità dell’uomo di fronte alla forza della natura. Bastarono poche ore di pioggia torrenziale perché l’acqua si riappropriasse degli spazi che l’intervento umano aveva modificato e sottratto al naturale equilibrio del territorio. Proprio nei momenti più difficili, emerge sempre una delle caratteristiche più profonde dei canicattinesi: la capacità di resistere e di reagire alle avversità. Coloro che avevano perso familiari, attività commerciali o beni personali vissero naturalmente momenti di dolore e scoramento, ma seppero rapidamente rimboccarsi le maniche e ricostruire ciò che era stato distrutto. Questa determinazione, unita allo spirito imprenditoriale della popolazione, aveva già contribuito negli anni precedenti alla crescita economica della città, tanto che nel 1987 Canicattì venne inserita tra i “100 Comuni della Piccola Grande Italia” dall’Unioncamere per il loro contributo allo sviluppo economico. Quell’anno cioè, in occasione del 40° anniversario della Repubblica Italiana, vennero premiati i piccoli comuni che nel secondo dopoguerra erano riusciti a compiere il “miracolo economico”, trasformando la propria struttura da prettamente agricola ad artigianale o industriale. Nelle campagne siciliane, infatti, e quindi anche canicattinesi, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento e fino al dopoguerra, le principali produzioni erano rappresentate dal grano, dalle mandorle, dalle carrube, dalle olive, dall’olio e, in misura minore, dal vino e dalla frutta. Limitata era anche la coltivazione dell’uva destinata alla produzione vinicola. A Canicattì e dintorni, accanto all’agricoltura esisteva una modesta attività mineraria legata all’estrazione del gesso e dello zolfo, che veniva trasportato attraverso l’impiego di asini e muli. Proprio da questa dura attività deriva l’espressione dialettale “sceccu di jissaru”, cioè “asino del gessaio” o del zolfataio, inizialmente riferita agli animali utilizzati per il trasporto del materiale e poi entrata nel linguaggio comune come metafora dell’uomo costretto a una vita di fatica e sacrificio, abbrutita e senza prospettive di cambiamento da questa dura condizione. Con il trascorrere dei decenni, tuttavia, quei prodotti agricoli e minerari tradizionali persero progressivamente valore a causa dei profondi cambiamenti sociali, tecnologici ed economici che interessarono la Sicilia, l’Italia e il mondo intero. Il boom economico degli anni Sessanta fra l’altro aveva coinvolto solo in parte il Mezzogiorno che continuava a scontare un ritardo storico nelle infrastrutture, nell’industrializzazione e nelle opportunità occupazionali. Cosicché molte famiglie canicattinesi furono costrette a cercare altrove nuove possibilità di vita più dignitosa e adeguata ai tempi. Ebbe così inizio una forte emigrazione verso il Nord Italia e verso altri Paesi europei come Germania, Svizzera, Francia e Belgio. Non è un caso che una parte significativa della generazione nata negli anni Sessanta abbia visto la luce proprio nelle grandi città industriali del Nord o all’estero.
Il ritorno degli emigrati e la nascita del miracolo dell’Uva Italia
Il canicattinese, anche lontano dalla propria terra, seppe dimostrare quelle qualità di laboriosità, sacrificio e determinazione che da sempre lo avevano contraddistinto. Gli emigrati conducevano spesso una vita semplice e austera, lavorando duramente col solo obiettivo di accumulare quei risparmi che, mediamente dopo circa un quindicennio, sarebbero serviti per acquistare nuovamente quei terreni agricoli che negli anni precedenti erano stati progressivamente abbandonati e modificarne le colture. Fu proprio attraverso questo ritorno alla terra che iniziò una delle più importanti trasformazioni economiche della storia recente di Canicattì. Per ironia della sorte, una comunità che per decenni aveva conosciuto l’emarginazione economica tipica del Sud Italia e abbandonato le terre non più redditizie, riuscì a costruire un nuovo benessere proprio grazie a una coltura che avrebbe portato il nome dell’Italia nel mondo: l’uva da tavola della varietà, appunto, Italia. Una denominazione quasi simbolica, considerando che, secondo molti meridionali, lo Stato italiano non aveva dedicato sufficiente attenzione allo sviluppo del Mezzogiorno dopo l’Unità nazionale. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta quindi, le campagne canicattinesi cambiarono completamente volto. Il silenzio delle antiche coltivazioni lasciò spazio al rumore delle ruspe e dei grandi trattori. Le contrade furono attraversate dal fragore delle macchine agricole impegnate in una profonda trasformazione del territorio. Le ruspe estirparono molti degli ulivi, dei mandorli e dei carrubi secolari che per generazioni avevano caratterizzato il paesaggio agricolo siciliano e gli enormi trattori, invece, iniziarono una nuova fase: il terreno veniva dissodato in profondità, cioè, in dialetto canicattinese, “scatinari lu turrenu”, cioè rompere e rivoltare profondamente la terra. I grandi aratri penetravano nel sottosuolo anche oltre un metro, preparando il terreno affinché le radici delle giovani viti potessero svilupparsi più facilmente e garantire produzioni abbondanti. Fu una vera rivoluzione agricola, una trasformazione totale delle campagne. Per sostenere i nuovi vigneti fu necessario affrontare uno dei problemi principali dell’agricoltura siciliana: la scarsa disponibilità di acqua. Nelle diverse contrade vennero scavati migliaia di pozzi dai quali veniva prelevata l’acqua necessaria all’irrigazione attraverso potenti pompe, inizialmente alimentate da motori diesel e successivamente dall’energia elettrica. Questa disponibilità idrica consentì ai viticoltori di migliorare progressivamente la qualità della produzione, fino a ottenere grappoli grandi, acini consistenti e un prodotto dalle caratteristiche particolarmente apprezzate. Anche le tecniche di irrigazione subirono una radicale evoluzione. Si passò dai tradizionali “girelli”, dispositivi che distribuivano l’acqua attraverso uno spruzzo rotante, inizialmente sopra-chioma e successivamente sotto-chioma per non bagnare disutilmente le foglie e i grappoli sempre soggetti a muffe, ai più moderni impianti a goccia. Questa innovazione rappresentò un importante passo avanti perché permise un notevole risparmio di acqua, di tempo e di fatica. Non era più necessario spostare continuamente pesanti tubazioni metalliche da una parte all’altra del vigneto, operazione resa ancora più difficile dal terreno reso fangoso dall’irrigazione.
Un nuovo benessere economico
Nel giro di circa vent’anni la produzione dell’Uva Italia generò una crescita economica senza precedenti. I redditi delle famiglie aumentarono considerevolmente e i guadagni vennero in gran parte reinvestiti nello stesso settore agricolo: nuovi terreni, nuovi vigneti, sistemi di irrigazione più efficienti, laghetti artificiali laddove il sottosuolo era povero di acqua e strutture necessarie alla conservazione e alla commercializzazione del prodotto. Una parte delle risorse fu destinata anche alla costruzione di abitazioni in città, ville nelle campagne e numerosi capannoni agricoli destinati al ricovero dei trattori, degli attrezzi e alle operazioni di confezionamento dell’uva. La crescita dell’agricoltura produsse un effetto moltiplicatore sull’intera economia cittadina. Si sviluppò l’edilizia e tutto il suo indotto: falegnami, fabbri, muratori, vetrai e numerose altre attività artigianali ebbero un periodo di floridità economica mai vista prima. Parallelamente aumentarono le attività commerciali: negozi di abbigliamento, gioiellerie, pelletterie, arredamento, concessionarie di automobili, supermercati, bar, ristoranti e locali di ritrovo. Anche il settore dei servizi conobbe una forte espansione. Divennero sempre più necessari professionisti come commercialisti, notai, avvocati e tecnici, mentre le banche assunsero un ruolo centrale nella gestione del crescente movimento economico. Canicattì, in pochi anni, passò quindi da una realtà agricola tradizionale a un centro economico di riferimento per un’ampia area della Sicilia occidentale.
L’Uva Italia e la stagione del grande sviluppo
economico La crescita della viticoltura trasformò profondamente il volto di Canicattì, fino a farla diventare uno dei principali centri economici dell’intera Sicilia. La pregiata uva Italia, con i suoi grappoli dorati, gli acini grandi e croccanti e il caratteristico aroma floreale, divenne il simbolo di una nuova stagione di prosperità. Ogni famiglia cercava di investire nella realizzazione di nuovi vigneti, acquistando terreni e migliorando progressivamente le tecniche di coltivazione. Anche numerosi professionisti, attratti dalle prospettive economiche del settore, decisero di destinare parte dei propri risparmi alla viticultura. Il valore dei terreni aumentò sensibilmente, soprattutto nelle contrade più vocate alla coltivazione dell’uva Italia, cioè quelle caratterizzate da una particolare qualità del suolo e dalla presenza di risorse idriche sufficienti per garantire produzioni elevate ma soprattutto di grande qualità. La disponibilità di acqua rappresentava infatti un elemento fondamentale: un vigneto dotato di pozzi o di laghetti e di efficienti sistemi di irrigazione poteva garantire una produzione migliore sia dal punto di vista quantitativo sia, appunto, qualitativo. In quegli anni Canicattì divenne un autentico laboratorio agricolo, dove tradizione contadina e innovazione tecnologica si incontravano. La coltivazione dell’uva richiedeva infatti competenze sempre maggiori: dalla gestione dell’irrigazione alla protezione dei grappoli, fino alle tecniche di raccolta e conservazione.
Il riconoscimento dell’Uva Italia
Il prestigio raggiunto dall’uva da tavola prodotta nelle campagne canicattinesi trovò una definitiva consacrazione nel 1997, quando ottenne il marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta). Si trattò di un riconoscimento di grande importanza, che valorizzava le caratteristiche peculiari di un prodotto ormai strettamente legato al territorio. L’uva Italia di Canicattì si distingue infatti per il colore dorato, la consistenza croccante dell’acino, il sapore dolce e un profumo particolarmente intenso, con delicate note floreali. La storia di questo vitigno, tuttavia, ha origini molto più antiche. La varietà Italia nacque nel 1911 grazie all’opera dell’agronomo e genetista Alberto Pirovano, attraverso l’incrocio tra le varietà Bicane e Moscato d’Amburgo. I primi impianti furono realizzati già negli anni Trenta, ma la diffusione della coltura venne rallentata dagli eventi storici di quel periodo: la guerra e la successiva crisi economica impedirono infatti un pieno sviluppo del settore. Fu soltanto tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta che l’uva Italia trovò le condizioni favorevoli per affermarsi definitivamente nelle campagne di Canicattì. Il successo dell’uva Italia richiese anche un enorme impegno di manodopera. Durante i periodi di maggiore attività agricola arrivavano lavoratori anche dai paesi vicini e molti studenti, durante l’estate, trovavano nei vigneti un’opportunità per guadagnare qualche somma di denaro. Le operazioni da svolgere erano numerose: dalla cura delle piante alla cosiddetta spampanatura, fino alla copertura dei vigneti con grandi teli di polietilene bianchi e semitrasparenti. Questi teli trasformavano il paesaggio delle campagne canicattinesi in una distesa luminosa, quasi surreale, simile a un enorme manto nevoso. La loro funzione era fondamentale: proteggevano i preziosi grappoli dalla pioggia e dalla grandine e permettevano di programmare con maggiore gradualità la vendemmia. Cosicché la vendemmia, che tradizionalmente inizia nei primi giorni di ottobre, grazie ai teli protettivi poteva proseguire fino a dicembre, e in alcuni casi persino fino a gennaio, evitando così, grazie a vendemmie dilazionate, un eccesso di prodotto sui mercati. Negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti climatici e della maggiore frequenza di eventi meteorologici improvvisi, la copertura con teli che inizialmente si effettuava dopo ferragosto, sono state anticipate a fine luglio, aumentando ulteriormente le difficoltà dei produttori e soprattutto la sofferenza delle piante e dello stesso frutto, poiché sotto i vigneti coperti, “cummigliati” in dialetto, si raggiungono temperature molto elevate a causa dell’inevitabile effetto serra, e, in mancanza di ventilazione, si formano pericolose condense che cadendo poi sui grappoli rischiano sviluppo di muffe.
La crisi del modello dell’Uva Italia e le nuove sfide
All’inizio degli anni Novanta però, quel lungo periodo di prosperità iniziò lentamente a rallentare. Il declino non fu improvviso, ma il risultato di una serie di trasformazioni economiche e sociali che modificarono profondamente il mercato agricolo. Le crisi economiche successive ridussero progressivamente il potere d’acquisto delle famiglie e il consumo della frutta divenne meno prioritario. A questo si aggiunse una concorrenza sempre più forte, proveniente non soltanto da altre realtà agricole italiane, come da Mazzarrone nel catanese e dalla Puglia, ma anche da Paesi stranieri come la Spagna e diverse aree del Nord Africa e del Sud America. Un altro elemento che contribuì alle difficoltà del settore fu la mancanza di una strategia comune da parte dei produttori. La forte individualità dei canicattinesi, che in passato aveva rappresentato anche una qualità positiva perché aveva favorito l’iniziativa personale, nel tempo si trasformò in un limite quando sarebbe stata necessaria una maggiore capacità di collaborazione. L’associazionismo e il cooperativismo, infatti, non riuscirono ad affermarsi in modo stabile e duraturo a Canicattì. Di conseguenza, molti produttori si trovarono isolati davanti a un mercato sempre più complesso, senza un adeguato potere contrattuale nei confronti dei grandi operatori commerciali e della distribuzione organizzata. Il risultato fu un progressivo squilibrio: mentre il viticoltore spesso riceveva un prezzo molto basso per il proprio prodotto, il consumatore finale continuava a pagare l’uva a un prezzo molto più elevato nei negozi e nei supermercati. Questo distorto meccanismo dei mercati contribuì a creare un circolo vizioso: prezzi bassi per i produttori, difficoltà economiche per le aziende agricole, riduzione degli investimenti e progressiva perdita di competitività. Non ci fu nemmeno una grande visione economica da parte dello Stato di fronte alla sovrapproduzione di uva Italia nei primi anni Novanta causata dal suddetto meccanismo e dalla mancata programmazione di ulteriori sbocchi commerciali. Difatti, la soluzione statale, rivelatasi nel tempo poco consona in quanto non risolse la caduta del prezzo dell’uva per i viticoltori, fu l’incentivo all’estirpazione dei vigneti sotto forma di contributi economici destinati ai produttori. Molti decisero di aderire immediatamente alla misura, preferendo ottenere un sostegno economico certo piuttosto che continuare a produrre con sempre più rischi. Altri, invece, scelsero di non abbandonare il vigneto, convinti che il periodo di difficoltà fosse soltanto temporaneo e sperando in un ritorno delle condizioni favorevoli del passato. Con il trascorrere degli anni però, il settore non riuscì più a raggiungere il livello di prosperità degli anni Settanta e Ottanta. Tra la fine degli anni Novanta e gli inizi degli anni Duemila molti produttori iniziarono quindi a diversificare le coltivazioni, introducendo nuove varietà di uva da tavola come Red Globe e Black Rosé e dedicandosi anche e sempre più massicciamente alla produzione di pesche, prugne e albicocche che hanno quasi soppiantato o comunque ridotto notevolmente la produzione di uva da tavola, sempre più onerosa, ad iniziare dai costi sempre più elevati degli impianti a tettoia. Gli alberi da frutta non richiedono particolari impianti; da tutto ciò il lento declino della produzione dell’uva da tavola. Tuttavia, che prevalgano alberi da frutta o vigneti, quel grande ciclo economico durato circa trent’anni non è più tornato. Le condizioni del mondo agricolo sono profondamente cambiate: la globalizzazione e la gestione dei mercati nei quali il produttore è un elemento secondario e ininfluente, l’aumento dei costi, le crisi economiche e i cambiamenti climatici hanno reso il lavoro del produttore agricolo molto più incerto e difficile. Negli ultimi anni la situazione è diventata ancora più complessa a causa della passata pandemia, delle tensioni internazionali, dell’aumento dell’inflazione e di eventi meteorologici sempre più estremi. Piogge intense, grandinate improvvise, nebbie persistenti e temperature anomale rendono ogni annata agricola una vera scommessa.
Una sfida comunque ancora aperta
La storia economica di Canicattì dimostra che nessun modello di sviluppo può rimanere immutato per sempre. La grande stagione dell’Uva Italia appartiene ormai forse alla memoria collettiva, ma il suo insegnamento rimane ancora attuale. Quella crescita fu possibile grazie al coraggio, al sacrificio e alla capacità dei canicattinesi di trasformare una difficoltà storica in un’opportunità. Oggi la sfida consiste nel recuperare quello stesso spirito, adattandolo, ovviamente, alle nuove condizioni. Il futuro dell’agricoltura canicattinese passa probabilmente attraverso una maggiore collaborazione tra produttori, una più forte valorizzazione del territorio, nuove strategie commerciali e una più diffusa cultura della cooperazione. Perché in un mondo economico sempre più competitivo il singolo individuo, per quanto capace e determinato, difficilmente può affrontare da solo problemi che riguardano un’intera comunità. Canicattì ha già dimostrato in passato di sapersi rialzare nei momenti difficili. La speranza è che possa farlo ancora, custodendo la propria storia ma guardando con coraggio verso il futuro. Perché una comunità che sa ricordare le proprie radici e, allo stesso tempo, immaginare nuove strade, possiede ancora la forza per rinascere. Rimane da dire che attualmente a Canicattì sta prendendo corpo l’associazionismo culturale, nonostante le molteplici difficoltà, soprattutto di natura economica nei diversi ambiti, anche comunali. Ogni amministrazione comunale dovrebbe sostenere le iniziative culturali, quando non dovesse fare anch’essa i conti con i propri bilanci e le ridottissime possibilità finanziarie, come la gran parte dei comuni siciliani e anche nazionali. In ogni caso, promuovere il sano associazionismo culturale potrebbe significare promuovere una sana e competente cultura imprenditoriale, non solo a Canicattì, ma ovunque c’è una comunità che sappia seriamente e con competenza sbracciarsi, che sappia rimboccarsi le maniche per migliorare il proprio destino e quello dei propri figli. Proprio ora che molti giovani laureati e competenti in tanti settori stanno cominciando a ritornare al Sud, poiché le condizioni di vita ed economiche del Nord in cui erano emigrati per studio e per lavoro, diventano sempre più difficili se non proibitive per gli stipendiati medi. Sarebbe dunque ora e non dopo, non rimandando alle calende greche, che la politica regionale siciliana e del Sud Italia in generale, si adoperasse e si rimboccasse anch’essa seriamente le maniche per attrarre e facilitare questi rientri quasi obbligati dal Nord Italia ma gradualmente anche dall’Europa, e far sì che le migliori energie dei giovani meridionali ritornino e rimangano per far crescere e prosperare finalmente anche il Mezzogiorno.
Angelo Lo Verme




