venerdì 9 settembre - Riccardo Noury - Amnesty International

Arabia Saudita, donna condannata a 34 anni per dei tweet

Trentaquattro anni di prigione per avere aperto un account Twitter dove si è permessa di seguire e, a volte, diffondere le battaglie di dissidenti e attivisti, soprattutto delle donne che lottano per i propri diritti.

 È veramente inaudita la pena comminata in Arabia Saudita a Salma al-Shehab, 34 anni, madre di due figli, residente nel Regno Unito dove studia per un Phd all’Università di Leeds. Una donna che non è nota per essere un’attivista. Infatti i suoi cinguettii,che sono seguiti da 2.597 persone, spesso mostrano foto dei figli e parlano di vita quotidiana. Lo stesso accade su Instagram dove i follower scendono a 159. Eppure Shehab, che appartiene alla minoranza sciita, è stata arrestata all’inizio del 2021, mentre era in vacanza nel suo Paese d’origine, con l’accusa di aver usato un sito Internet per «provocare disordini pubblici e destabilizzare la sicurezza civile e nazionale». Inizialmente la donna è stata condannata a 3 anni di carcere ma lunedì scorso una corte d’appello del tribunale speciale per i terroristi ha emesso una nuova sentenza comminando 34 anni di detenzione. La pena abnorme arriva poche settimane dopo la visita del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Arabia Saudita e conferma che il principe ereditario Mohammed bin Salman ha preso di mira gli utenti di Twitter.


Ieri il Washington Post, in un commento dal titolo “Ancora crudeltà saudita”, ha invitato il presidente Biden a chiedere “con forza il rilascio immediato di Shehab in modo che possa tornare nel Regno Unito e ricongiungersi con i suoi figli di quattro e sei anni”.

“Nel Regno Saudita il principe ereditario comanda con la paura e il silenzio. Ma nelle società aperte, il suo comportamento spietato va denunciato in ogni occasione” è la chiusa del quotidiano americano su cui scriveva il giornalista Jamal Khashoggi, ucciso nell’ambasciata saudita ad Istanbul il 2 ottobre 2018.

Ieri sera il Dipartimento di Stato americano ha fatto sapere di stare studiando il caso.
“Esercitare la libertà di espressione per reclamare i diritti delle donne non dovrebbe essere criminalizzato mai” ha detto Ned Price, il portavoce del Dipartimento di Stato.




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