martedì 15 novembre - Osservatorio Globalizzazione

“Amsterdam” è un manuale su come non andrebbe fatto un film

La regola d’oro prescriverebbe, qualora un libro o un film non piaccia, di non parlarne affatto. Si evita così, con semplicità, di fare pubblicità a un’opera non gradita, si concentrano le proprie energie su quelle apprezzate, e – ruffianamente – si evitano le polemiche come un eroe di Matrix farebbe con i proiettili. Il silenzio è la peggior recensione negativa. Perché parlare allora di un film che, peraltro, sta riscuotendo un chiaro insuccesso al botteghino? Non certo per il film in sé, ma per stimolare un dibattito più generale sul momento culturale che stiamo vivendo. 

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Della pellicola è presto detto. Una sceneggiatura che si piace troppo prova a mettere insieme il gusto per il dialogo di Tarantino, un conato di intreccio alla Ritchie degli anni migliori, l’ironia di fondo e l’attenzione all’estetica, ai costumi e alle ambientazioni di Wenders, con un cast stellare. Cosa può mai andare storto? Semplice: tutto. Il ritmo della prima ora di film è quantomeno faticoso, ma il cinema di oggi ci ha ormai abituato (risentendo della “cultura della serie”) alle partenze lente di storie lunghe. La componente di giallo non riesce però mai a tenerci sotto tensione, la prevedibilità della trama è quasi puerile. L’ironia non strappa mai un vero sorriso in sala, i momenti drammatici mai un attimo di riflessione profonda. Non si salva nulla? Praticamente no: nemmeno la buona interpretazione di De Niro salva il suo personaggio da un piattume deprimente (“non sono piatto, è che mi hanno disegnato così”, semicit.) e anche la fase più riuscita e dinamica del film, il sognante menage à trois nella vibrante Europa del primo dopoguerra, tutta avanguardie artistiche e sale da ballo, sa di già visto, sa di citazione (vi ricordate “The dreamers” di Bertolucci?). Salviamo giusto giusto la fotografia, i colori e i costumi: non esattamente quanto basta per un capolavoro. 

Come mai parlo di capolavoro? Perché il film, con grande dispendio di risorse e di nomi da manifesto (cast, lo ripetiamo, appiattito da una sceneggiatura banale), è evidentemente pensato dal regista non “gratia artis”, ma per avere successo commerciale e di premi – magari la famosa statuetta, per la quale i cineasti d’oltreoceano venderebbero congiunti e consanguinei. Una lista della spesa: nomi altisonanti? Check! “Oi dialogoi”? Check! Inquadrature e luci oggettivamente curate al millimetro? Check! Ovviamente, riscaldiamo al microonde il cliché della rivincita sui nazisti dell’attivista nero, della donna libera, dell’ebreo (per giunta con disabilità!): e che fai te ne privi? Non manca più nessuno, solo non si vedono – per questa volta – personaggi queer. Se il tema della rivincita delle vittime sui loro carnefici storici lo propone Tarantino in Inglorious Basterds o in Jango, lo fa con originalità estrema. Sorrentino lo sublima nella drammaticità del suo “This must be the place”. È un’idea non più nuova, ma comunque rivoluzionaria per il cinema italiano, quando la ripropone Mainetti nel suo Freaks Out. L’opera in esame serve però solo per conformarsi ai dettami della Hollywood di oggi; sulla pellicola, non occorre aggiungere altro. 

Il contesto, dicevamo. Ogni volta che nel mondo delle arti si afferma un canone, e ogni volta che gli artisti – siano essi poeti, registi o scultori – a questo canone cercano di conformarsi, chi per convinzione, chi per convenienza e ruffianeria, chi per paura di essere emarginato, il risultato sarà sempre mediocre e offensivo per l’intelligenza e il gusto del pubblico. Il cinema americano ci sembra stia andando in quella direzione, con un occhio che privilegia l’aspetto commerciale su quello creativo. Canone politicamente corretto e logica della serie TV: la tempesta perfetta. Sembra che non solo la setta dei cinefili, ma anche il grande pubblico, inizi ad accorgersi del gioco delle tre carte. 

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