mercoledì 13 maggio - Riccardo Noury - Amnesty International

Ahmadreza Djalali, da dieci anni ostaggio in Iran

Ahmadreza Djajali, medico e ricercatore specializzato in medicina dei disastri, cittadino svedese di origine iraniana, è stato arrestato il 25 aprile 2016 durante una visita accademica in Iran.

Un anno dopo è stato condannato a morte per spionaggio in favore di Israele, al termine di un processo-farsa con tanto di “confessioni” trasmesse alla televisione di stato.

Djalali ha vissuto a lungo con la famiglia a Novara, collaborando con l’Università del Piemonte orientale e con il Crimedim (Centro interdipartimentale di ricerca e formazione in medicina dei disastri, assistenza umanitaria e salute globale).

In questi anni, nonostante le petizioni di Amnesty International, la costante attenzione della comunità novarese, la mobilitazione del mondo della ricerca e dei premi Nobel, la famiglia Djajali ha continuato ad attendere il ritorno a Stoccolma di un marito e di un padre innocente (all’epoca dell’arresto la figlia maggiore aveva 12 anni, il figlio minore quattro), con un’angoscia sempre crescente. Come se la loro vita si fosse fermata nel 2016.

I contatti sono sporadici, a volte mancano per mesi. Se i familiari in Svezia lanciano appelli o fanno interviste, per rappresaglia a Djalali vengono negate le telefonate. Durante i bombardamenti del 2025 e del 2026 Djalali è stato trasferito dalla famigerata prigione di Evin per poi esservi riportato dopo settimane in cui non c’erano state sue notizie.

A preoccupare non sono solo le condizioni di salute di Djalali (è deperito, ha la pressione alta e la scorsa primavera ha avuto un attacco cardiaco) e il “reato” di cui è stato giudicato colpevole, che ha un peso doppio nell’attuale situazione di tensione e di vera e propria guerra tra Israele e Iran; ma anche la sua “caratteristica” di ostaggio nelle mani delle autorità iraniane: una delle tante persone straniere o con doppia nazionalità arrestate, la cui liberazione è stata sempre associata a ricevere qualcosa in cambio, ma una delle poche ancora in carcere. Per forzare la trattativa, più volte le autorità iraniane hanno annunciato l’imminente esecuzione di Djalali.

In questa aberrante logica per cui un innocente viene considerato come pedina di scambio, cosa vogliono gli iraniani, dopo aver già ottenuto dalla Svezia il ritorno in patria di un condannato in via definita per il massacro delle prigioni del 1988?

E se i governi si piegano a questa logica, cosa possono mettere sul tavolo?




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