“Agenti stranieri”: l’esercito dell’Indonesia contro attivisti e giornalisti
Un rapporto di Amnesty International ha accusato l’esercito indonesiano di portare avanti da un anno e mezzo una campagna di disinformazione che etichetta come “agenti stranieri” coloro, soprattutto giornalisti e attivisti, che criticano il governo del presidente Prabowo Subianto. Le piattaforme social contribuiscono a tale campagna non rimuovendo i contenuti.

L’obiettivo di questa campagna, palesemente pianificata e coordinata, è quello di distogliere l’attenzione dai fallimenti del governo e dalle frequenti proteste contro la corruzione, i tagli alle spese e la degradazione dell’ambiente, delegittimando e diffamando coloro che lo criticano.
L’espressione chiave, dotata di un forte potere simbolico ed emotivo, è “agenti stranieri”: fa presa sugli strati più nazionalisti e ignoranti della popolazione, convinti che chi critica il governo sia pagato dall’estero. Come si legge nel rapporto di Amnesty International, in determinati momenti centinaia di profili su Instagram, Facebook, TikTok e YouTube lanciano contemporaneamente video, grafiche o messaggi di testo identici.
Chi viene accusato di essere un “agente straniero” rischia aggressioni se non addirittura procedimenti penali. Come minimo, vengono intaccate la sua reputazione e la sua credibilità.
Nel marzo 2026 a Giakarta Andrie Yunus (nella foto), vicecoordinatore della Commissione per le persone scomparse e vittime di violenza, è stato vittima di un attacco con sostanze acide riportando numerose ustioni. Da mesi era accusato sulle piattaforme social, da parte di centinaia di utenti anonimi ma anche da altri che si presentavano come membri delle forze armate, di essere un “agente straniero”, dopo che aveva organizzato proteste pacifiche contro i tentativi di revisionare il codice penale militare.
Nonostante l’arresto di quattro soldati, la campagna di disinformazione è proseguita sostenendo che l’attacco con l’acido era stato stato organizzato dallo stesso Yunus per raccogliere maggiori donazioni estere.
“Tempo”, uno dei portali indonesiani più autorevoli, è a sua volta finito nel mirino della campagna di disinformazione. L’accusa? Sempre la stessa: ricevere fondi dall’estero per criticare il governo.
Un giorno in redazione è stata recapitata una testa di maiale, un altro una scatola contenente topi sgozzati.
Iqbal Damanik, attivista di Greenpeace, è stato attaccato online per aver organizzato una protesta pacifica contro una miniera statale a Raja Ampat, Papua occidentale:
“Ho ricevuto tantissimi messaggi diretti da utenti anonimi, alcuni contenenti minacce di morte. Uno di questi mi avvisava che la mia testa sarebbe rotolata per terra”.
Questo clima di intimidazione ha un forte effetto deterrente.
“Ci sentiamo tutti in pericolo. Se verremo tutti etichettati come ‘agenti stranieri’ e rinunceremo a pubblicare notizie che contengono critiche al governo, torneremo ai tempi autoritari del passato”, ha commentato un giornalista.
Le leggi indonesiane, anziché proteggere le persone sotto attacco, contribuiscono alla criminalizzazione. Ne è in discussione una nuova, intitolata “Contrasto alla disinformazione e alla propaganda straniera”, che rischia di limitare ulteriormente la libertà d’informazione.
Il rapporto di Amnesty International esamina anche il ruolo delle piattaforme social, cui viene imputata la moderazione del tutto inadeguata dei contenuti e l’uso di algoritmi che facilitano la diffusione della disinformazione. Molti contenuti restano online, in alcuni casi per oltre un anno, e raggiungono un’elevata viralità.
L’organizzazione per i diritti umani ha scritto a Meta, TikTok, X e YouTube due volte: la prima durante le sue ricerche e la seconda prima della pubblicazione del rapporto, condividendone le conclusioni e sollecitando commenti. Ha risposto solo TikTok, promettendo la creazione di nuovi meccanismi di controllo dei contenuti.
