martedì 6 aprile - Enrico Campofreda

Afghanistan, Ghani inventa un suo piano

Vanta un attacco sterminatore l’Afghan National Forces e lo evidenzia con soddisfazione con comunicati ufficiali. Con un’offensiva lanciata ad Arghandab, località prossima alla città di Kandahar, ha ucciso 37 talebani, sequestrando loro motociclette e armi. L’area era da mesi sotto il controllo dei combattenti coranici.

 Invece l'altra mattina un Improvised Explosive Device ha fatto saltare in aria un veicolo di pattugliamento a Qarabagh, nel distretto di Kabul. Dei cinque militari della sicurezza investiti dalla deflagrazione uno è morto, quattro sono feriti. Fra i due episodi può non esserci collegamento, quest’attacco, come spesso accade, non ha ricevuto alcuna rivendicazione e l’episodio ha le caratteristiche delle ordinarie azioni di guerriglia che con un impegno minimo, consistente nel disseminare Ied, si possono colpire i pattugliamenti militari dei governativi. Naturalmente nelle esplosioni possono finire coinvolti passanti, ma questo rappresenta la “normale” quotidianità afghana e gli stessi autori, responsabili di uccisioni di civili, sostengono che ciascuno sa ciò che rischia muovendosi per via, sa che è in corso una resistenza armata agli occupanti Nato e a un esercito collaboratore, organizzato e sostenuto dalla missione Resolute Support. Azioni simili rientrano nelle cronache d’ogni giorno, ieri tre membri dell’ANF erano stati uccisi da un’autobomba esplosa al loro passaggio nel distretto di Paghman. Un servizio dell’emittente televisiva Tolo Tv ricordava che nel mese appena concluso le esplosioni in varie zone del Paese hanno diffuso morte fra 307 cittadini, portandone 350 in ospedale.

Intanto lo spiazzato dai due tavoli dei colloqui di pace finora tenuti a Doha e Mosca, il presidente Ghani, cerca visibilità nell’assise proposta dal Segretario di Stato statunitense Blinken: un nuovo tavolo di trattative, a supporto di quello qatarino, da avviare in Turchia. L’iniziativa verrebbe allargata alle Nazioni Unite, tanto per offrirle respiro internazionale. Per scrollarsi di dosso l’epiteto di fantoccio americano o semplicemente per la frustrazione conseguente a questo che per anni è stato il suo ruolo, Ghani fa il classico passo più lungo della gamba e cerca di opporre all’ipotesi d’un sistema politico per l’immediato futuro che includerebbe anche i talebani una propria Road map. Propone, prima fase: l’attuazione d’un cessate il fuoco incondizionato monitorato internazionalmente (da chi? truppe Nato, caschi blu Onu?). Seconda fase: elezioni presidenziali per implementare un “governo di pace”. Terza fase: reintegrazione di rifugiati e sviluppo nazionale. Secondo quanto dichiarato dalla sua cerchia tale Road map sarebbe all’attenzione di alcuni Paesi stranieri, mentre la discussione in Turchia potrebbe avviarsi fra un paio di settimane, però non si sa ancora dove. Prima dell’apertura dell’incontro il governo dovrebbe incontrare una delegazione di studenti coranici, ma costoro hanno sempre rigettato l’ipotesi, non vogliono riconoscere all’attuale presidente afghano alcuna autorità. I taliban di fatto trattano con gli statunitensi, che vorrebbero tardare il ritiro delle truppe oltre la già accettata scadenza del 1° maggio, e chiedono in cambio la liberazione di qualche migliaio di loro combattenti. Questi gli ultimi e unici patteggiamenti che potrebbero concretizzarsi in base al potere contrattuale dei due fronti a confronto.

 




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