lunedì 29 marzo - Enrico Campofreda

Afghani, l’incubo della guerra su per il Moncenisio

Cammina, respira piano, in silenzio nel buio pesto. Il valico del Moncenisio, fra le Alpi Cozie e Graie è a oltre duemila metri. Si sale con pendenze che possono oscillare al 10%. A chi conosce le cime dell’Hindukush, alte il più del doppio di questi monti, il passaggio può sembrare uno scherzo.

Non lo è comunque, perché freddo, neve, abbigliamento insufficiente, buio pesto, concitazione, paura d’essere braccati e bloccati dalla polizia di confine si sommano in uno spazio di tempo che vorrebbe sfuggire al tempo. Un gruppo dei migranti afghani ha affrontato l’ascesa in tal modo, su mulattiere rocciose, sperando d’infilarsi di soppiatto in territorio francese. Venivano dalla valle sottostante, presso la Valsusa, sfollati nei giorni scorsi da un edificio occupato da un gruppo anarchico che offriva ospitalità a individui e famiglie.

Nuclei d’una migrazione trasformata negli ultimi anni, che vede partire anche giovani coppie con prole, obbligati a fuggire per sopravvivere. Scampare alle bombe dal cielo e ai camion-bomba per via, ordigni che devastano i corpi, nonostante si continui a sparlare di pace, una pace che se mai arriverà non offrirà un futuro in una nazione devastata e che la geopolitica vuol tenere prigioniera al proprio volere, impedendone un’emancipazione economica e legislativa. Gli afghani inseguono il sogno d’un domani, ormai da quattro generazioni fuggono dalla terra che amano. Fuggono dalle truppe Nato che noi continuiamo a regalargli, fuggono dai taliban e da fondamentalisti che lì hanno messo radici da decenni e da quelli nuovi, l’Isil del Khorasan che li massacra per la propria vetrina di potere.

Di notte il gruppetto afghano che arrancava sulle rocce, inseguendo un reale desiderio di pace, s’è visto scoperto dal fiuto di cani addestrati per cacciare anche i bambini, cani che se ne sapessero le sofferenze smetterebbero di cacciare. I loro padroni-doganieri, in questo caso francesi, si son dati da fare per bloccare il gruppo scoperto, per non fargli varcare il confine. Respingendoli a valle. La tensione e la paura su una bimba undicenne hanno fatto il resto. Un colpo al cuore, uno alla mente ch’è volata a tre-quattro anni indietro, quando rimase traumatizzata dagli scoppi attorno casa che facevano crollare case, che infilavano nell’anima l’angoscia della fine di sé, dei genitori, di quel poco di caro che aveva in una condizione d’insicurezza assoluta.

La piccola terrorizzata dal passato che non passa - che potrebbe essere attenuato solo da un repentino cambio di vita, fuori dai nascondigli dove bisogna sfuggire ai controlli di altre divise, di nuove armi spianate, una vita sperata per lei e per se stessi da giovani genitori – non ha parlato più. La madre disperata l’ha affidata a cure sanitarie d’un centro nella recuperata valle ch’è un po’ prigione, un po’ rifugio. Trauma su trauma, alla bambina afghana dobbiamo tanto, quello che ogni confine le toglie, a cominciare da quelli violati del suo Paese, dicendo che lì portiamo pace. 

Enrico Campofreda




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