giovedì 7 febbraio - Enrico Campofreda

A Mosca i talebani dettano la propria agenda

In pieno fermento di trattative su più tavoli, frequentati da potenze mondiali, i talebani dettano la propria agenda. Se ci vogliono – pensano e dicono – dovrà essere alla maniera nostra. Così nei colloqui che si svolgono in queste ore a Mosca con lo staff predisposto da Putin, uno dei capi negoziatori taliban, Abbas Stanakzai, se la prende con l’attuale Costituzione afghana giudicata illegittimata e un ostacolo ai passi in atto per la pacificazione del Paese. Dunque, occorrerà lavorare per un nuovo testo realizzato con studenti coranici e accademici, per poi sottoporlo all’accettazione della popolazione.

 Dopo il ritiro delle truppe americane (che il presidente Trump ha ribadito nel discorso di ieri allo Stato dell’Unione), la domanda dei turbanti riguarda se stessi: i nomi dei propri leader dovranno essere rimossi dalla ‘lista nera’ stilata dagli Usa, cosicché potranno viaggiare liberamente per il mondo nella veste di ambasciatori di pace. Un richiamo macabro comunque realistico: vogliono trattare da pari a pari con tutti, futuri alleati ed ex nemici. Al tavolo russo non sedeva l’attuale diarchia afghana Ghani-Abdullah, ma c’era l’antico presidente-fantoccio creato da Washington: Hamid Karzai.

Proprio lui ha esordito con la speranza che Pakistan e Afghanistan (rappresentato da chi resta un’incognita) possano forgiare buoni rapporti per una riuscita positiva dell’incontro moscovita. Vestendo i panni del saggio il capo clan Karzai, con fratelli impegolati in affari più o meno loschi (il più chiacchierato e al soldo della Cia, Ahmed Wali, venne freddato nel 2011 davanti alla sua abitazione, trafficava oppio), s’è collegato all’altro tavolo di contatto coi talebani, quello tenuto dai suoi amici statunitensi a Doha. Sebbene, differentemente da quei colloqui secretati, in questa sede si sia discusso addirittura in collegamento sui social media. La voce talebana ha trattato parecchie questioni: pace, governo, salute, progetti di sviluppo, servizi e addirittura diritti di genere. Tema quest’ultimo che mette in fibrillazione le donne del Paese, non solo le attiviste d’opposizione più note (Joya, Ghaffar, Roshan) ma le stesse parlamentari vicine ai governi filoccidentali che temono un ritorno del fanatismo fondamentalista. Giocando con la memoria Stanakzai ha revisionato il passato; ha dichiarato che gli studenti coranici non chiudevano né tantomeno bruciavano le scuole femminili (sic).

Il suo negazionismo sosteneva l’estraneità del movimento alle stesse morti di civili tramite gli ordigni antiuomo (IEDs). Un discorso quasi ecumenico per cui: la pace necessita di realismo e consenso popolare, oltreché di forti garanzie generali. Gli hanno fatto eco altri colloquianti, ad esempio Qanooni, uomo della vecchia guardia, ex vicepresidente, un tajiko alleato di Signori della guerra del calibro di Massud e Fahim, compagnìe non certo libertarie. Nel balletto delle buone intenzioni ha dichiarato che “L’epoca della guerra è terminata”, che “Due milioni e mezzo di martiri per la nostra Repubblica Islamica sono troppi”. Meglio tardi che mai. Per la cronaca questo signore, un tempo aderente all’Alleanza del Nord, sostenne nel 2001 l’invasione statunitense della nazione che ora vuole pacificare. Oggi afferma: “Nel nostro Paese c’è una generazione dinamica, dobbiamo riformare il sistema con una democrazia compatibile ai nostri valori”. Mentre un altro partecipante al simposio, Mohammad Mohaqqiq, hazara e warlord tende la mano ai talebani ricordandone la comune fede islamica. L’Afghanistan della pace futura ha radici ben salde nel suo percorso di guerra.  

 Enrico Campofreda




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