venerdì 17 marzo - Phastidio

Voucher aboliti | Che fare?

Signori, ci (ri)siamo: siamo in uno dei non rari momenti pop della politica italiana, quelli in cui ci si sveglia un mattino e ci si scopre tutti o quasi “di sinistra”, o meglio con una irrefrenabile pulsione etica a combattere abusi, sopraffazioni e liberismo, e a dare la caccia all’homo homini lupus di hobbesiana memoria. In questi giorni questa pulsione etica, frammista alla solita discreta dose di paraculismo politico, ha colto il Pd, impegnato nello strenuo tentativo di scongiurare il referendum calendarizzato per il prossimo 28 maggio, sull’abolizione dei voucher e la modifica della responsabilità solidale negli appalti.

 

Il Pd pare essersi convinto che, per limitare i danni politici, serva abolire sic et simpliciter lo strumento del voucher, nato per remunerare il lavoro accessorio e che ha subito diverse evoluzioni nel corso del tempo. In origine creato per contrastare il lavoro nero in ambito domestico, lo strumento si è progressivamente esteso a tutti i settori produttivi, industria inclusa, ed è divenuto il mezzo con cui attuare forme di elusione fiscale e contributiva (quasi) alla luce del sole. Diciamo quasi perché i buoni sono evidentemente la punta dell’iceberg del nero. Se ne usa uno per coprire un multiplo del tempo di lavoro effettivo.

Il forte aumento del ricorso ai voucher, testimoniato dalle statistiche, riguarda uno stock di ore comunque limitato, rispetto al totale dell’economia. Non serve essere specialisti per comprendere che il ricorso al voucher è la classica risposta adattiva del sistema a condizioni di elevata onerosità del ricorso al lavoro regolare. Il referendum promosso dalla Cgil, che pure è stata pizzicata ad utilizzare i buoni lavoro (sia pure per retribuire dei pensionati), assume la classica valenza simbolica di lotta al Male ed alla Ingiustizia, tutto rigorosamente maiuscolo, ma non appare in grado di rispondere all’unica domanda: che fare, se aboliamo i voucher?

L’esito prevedibile sarà che sparirà anche quella scheggia di nero che veniva rimossa col ricorso ai buoni, ma nel frattempo avremo imbrattato i giornali di editoriali sul grande esito “progressista” dell’intera operazione di abrogazione. In Italia funziona così, da sempre: conta l’esito simbolico-ideologico, non quello sostanziale. E infatti la nostra inetta politica ha già avviato i suoi cinici calcoli: “dopo le amministrative” servirà “ragionare” su nuovi strumenti amministrativi per sostituire gli abrogati voucher. Nel frattempo votiamo e vediamo di salvare le penne, poi si vedrà.

I voucher, per dirla con Susanna Camusso, sono la traccia del degrado e della svalutazione del lavoro. Possibile che sia così. Forse il punto è che il lavoro costa troppo, soprattutto in ambiti a basso valore aggiunto. Forse l’intero lavoro italiano è stato schiantato sotto il peso di una contribuzione insostenibile, favorendo il dilagare del nero per tenere in piedi un sistema previdenziale che la demografia ha nel frattempo affondato. Di certo, serve preliminarmente un’azione “definitoria” del concetto di “lavoro accessorio”. Dopo di che, si potranno disegnare gli strumenti per intervenire. Le attività che rappresentano l’ambito di utilizzo elettivo del voucher non possono vedere il ricorso al nuovo tempo indeterminato a tutele crescenti. Spesso, neppure al tempo determinato.

Quindi i nostri analitici legislatori dovranno fare uno sforzo di fantasia e non limitarsi alla pars destruens, altrimenti tra qualche mese organizzeremo dibattiti sul “che fare” per contrastare il ritrovato “dilagare di nero e precarietà”. Difficile che la risposta a questa coperta sempre più corta risieda nella immancabile “patrimoniale” camussiana o in altri stati febbrili come l’uscita dall’euro per esportare pure la mamma e/o stampare i soldi per far felici pensionati, dipendenti e precari. Queste sono le soluzioni magiche di un paese bollito ed in mano a demagoghi e truffatori. Per il momento ci godiamo questo scoppio di progressismo, che gonfia i petti.

Per chi invece si pone problemi più operativi, cercando di osservare la realtà, segnaliamo e riportiamo l’intervista ad un ristoratore del Riminese, che compariva ieri su Repubblica. Lo strumento contrattuale che potrebbe rimpiazzare i voucher sarebbe, in prima approssimazione, il contratto a chiamata o intermittente. Che tuttavia ha non poche rigidità amministrative.

La premessa del ristoratore:

«Può capitare che al ristorante arrivi un gruppo più numeroso, oppure che uno dei camerieri a chiamata non possa venire. In quelle occasioni i voucher erano utili»

Per cosa utilizza i voucher?

«Per gestire le situazioni meno prevedibili. Di solito siamo io e mia moglie che cuciniamo e serviamo ai tavoli, nei weekend ho un paio di dipendenti con contratto a chiamata. Ma può sempre succedere che, anche durante la settimana, una comitiva in arrivo da Bologna prenoti e il locale si riempia. In quel caso, un paio di volte al mese, contattavo un conoscente che ha perso il lavoro e ora è in cassa integrazione, pagandolo con i buoni»

La soluzione per lei è trovare altri lavoratori a chiamata?
«Ci proverò, ma ha poco senso per prestazioni che per natura non sono sistematiche. Il contratto a chiamata va registrato dal commercialista, ogni mese bisogna rilasciare una busta paga che costa 20 euro e che magari è vuota, se la persona non ha lavorato. E anche se ha lavorato per tre ore pagherei più il documento che il cameriere»

Che succederà allora?
«Io credo che molti nella mia situazione torneranno al nero. Guardi, condivido la protesta contro questi buoni, non piacciono neanche me. Ma anziché abolire il voucher si potrebbe parificarlo a un’ora di lavoro regolare, con tariffe normali da contratto e relativi contributi. Costerebbe 16 euro l’ora, quanto la chiamata, ma rimarrebbe l’aspetto della praticità. Bisognerebbe dare la possibilità di attivarlo dal sito dell’Inps, registrando l’inizio e la fine della prestazione»

La comunicazione all’Inps non è già obbligatoria?
«Ma va inviata il giorno prima, e se poi ho bisogno di prolungare il servizio? Non credo sia difficile creare un sistema che consenta di farlo in tempo reale»

Come si nota, non sarà affatto facile trovare l’erede dei voucher, finita l’ubriacatura dei proclami ed incassata un’esaltante vittoria contro il turboliberismo che ci affligge. Molto più facile sarà invece fare la ruota per aver “contribuito a combattere la precarietà e lo sfruttamento”, come invece i nostri eroi scolpiranno, dal minuto successivo all’abrogazione. Perché noi italiani siamo fatti così, i problemi li spostiamo sotto il tappeto, in attesa che ci franino addosso.

Su tutto, resta il punto centrale: il lavoro costa troppo, rispetto al valore aggiunto prodotto mediamente dalla nostra economia. L’ipernormazione prodotta da uno stato diffidente verso sudditi che lo vogliono fregare causa ulteriori circoli viziosi ed oneri di sistema, che alimentano nuove evasioni, dagli obblighi fiscali e contributivi e dalla realtà. Attendiamo di capire in che modo verrà risolta la battaglia ideologica dei voucher, ma nel frattempo non tratterremo il respiro.




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