mercoledì 8 marzo - angelo umana

Toni Erdmann, di Maren Ade

Sei un essere umano? Questa è la domanda più spiazzante che papà “Toni” (Peter Simonischeck) fa alla figlia Ines (Sandra Hueller). In tarda età gli è venuta voglia di starle vicino, di indagare su come realmente viva, e piomba nella sua vita all’estero, Bucarest, dove da tempo vive e lavora per una multinazionale tedesca. La sua venuta è molto inopportuna: una donna single e in carriera come Ines ha tanti obblighi sociali da rispettare, compiti che le derivano dal ruolo professionale. Questi papà!, che per solitudine o per affetto mettono il naso negli affari dei figli già grandi, sebbene con le migliori intenzioni: così avvenne nei due Stanno tutti bene, l’uno con Marcello Mastroianni nel ’90 e l’altro con Robert De Niro nel 2009.

Questo però è un film particolare, molto interessante, era il più papabile per l’Oscar 2017 al miglior film straniero, ma la scelta è caduta su Il Cliente di Farhadi per motivi extracinematografici. Rimanda, oltreché all’interessamento paterno per la vita della figlia, alla vacuità delle grandi strategie e riunioni aziendali e alla freddezza nei rapporti di lavoro delle progredite e profittevoli società del mondo “sviluppato”. Questa Ines non ha granché oltre quel lavoro, non una vita affettiva, sa forse gestirsi negli avanzamenti di carriera e nella “politica” delle relazioni professionali, ha pure del sesso ma è fatto di sola carne, è soprannominata “belva” nell’ambito lavorativo ma appare indifesa, triste e non pienamente appagata: lo sguardo che la riprende è manifestamente femminile, Maren Ade è la regista-produttrice-sceneggiatrice. Lo smartphone di Ines è ciò che la tiene perennemente in azienda, a volte davvero un rifugio per non comunicare con la gente intorno (come comunemente avviene nei nostri luoghi pubblici). Quando papà le chiede intimamente se si diverte, ella sembra non voler capire, vuole parlare di cose concrete.

Come nelle belle favole però questo anziano gigioneggia in quell’ambiente dove sembra caduto come un orso in città (e da orso si travestirà davvero), fa scherzi, prende in giro coloro che gli capitano a tiro, anche del lavoro della figlia ed infine la riconquista, e la protegge. Oltre a ciò, col suo fare mai serioso, provoca una”deregulation” nella figlia stessa, forse una riflessione su per cosa si viva. Spuntiamo una lista di cose da fare ma intanto la vita scorre via, le dice e lo dice a sé stesso, e Come fai a fermare un momento, le cose le capisci soltanto dopo. Ines canterà stupendamente una canzone di Whitney Houston in casa di rumeni dove sono stati invitati e papà suonerà alla pianola: forse quella irruzione nella vita della figlia li ha riportati ad anni indietro, a una passione che Ines non ha coltivato.

Due piccolissime pecche del film, altrimenti ottimo, potrebbero essere la lunga durata, solo 18’ sotto le tre ore, un po’ di minuti in meno avrebbero contenuto tutto, e la vaghezza nella descrizione delle questioni societarie, che comunque erano poco rilevanti. 




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