mercoledì 28 giugno - UAAR - A ragion veduta

Gestazione per altri | Quella sana libertà che somiglia tanto a una gabbia ideologica

Il Pride di Milano, o meglio la settimana che lo ha preceduto e nel corso della quale sono stati organizzati vari eventi, è stata quest’anno teatro di prese di posizione e contestazioni tutte interne all’universo Lgbt. 

Il nodo del contendere era la cosiddetta gestazione per altri, vera e propria bandiera per l’associazione Famiglie Arcobaleno, sostenuta attivamente da molte altre associazioni Lgbt e non, Uaar compresa, ma avversata da Arcilesbica, che nell’ambito della Pride Week ha organizzato la presentazione del libro di Daniela Danna “Fare un figlio per altri è giusto (FALSO!)”. Un bel problema; tutti uniti nella rivendicazione dell’orgoglio omosessuale ma addirittura contrapposti, non semplicemente divisi, su un tema specifico.

Occorre però analizzare le premesse prima di scendere nel dettaglio della questione e la domanda di partenza non può che essere una: la Gpa è una pratica il cui scopo è quello di soddisfare il desiderio delle coppie gay di formare una famiglia? A ben guardare si direbbe proprio di no. Le coppie gay sono solo una parte minoritaria dei potenziali fruitori, la stragrande maggioranza sono coppie eterosessuali che non possono avere figli e non possono, o non vogliono, ricorrere all’adozione. In molti Paesi vi sono restrizioni per l’accesso alla Gpa alle coppie gay, così come ai single e perfino alle coppie che non abbiano già altri figli. Ma come spesso accade, quando si tratta di screditare qualcuno o qualcosa è forte la tentazione di ricorrere alla classica fallacia nota come “uomo di paglia”, puntando il dito solo su quegli aspetti che fa comodo evidenziare e tacendo sul resto. Come ha fatto Avvenire.

È lecito a questo punto chiedersi cosa c’entra la Gpa con le associazioni Lgbt. In realtà c’entra almeno per due ragioni. La prima è che comunque si tratta di una possibile soluzione al problema delle coppie gay di mettere su famiglia, sebbene non sia l’unica perché vi sarebbe anche la più semplice alternativa del riconoscimento delle adozioni, a cominciare da quella del configlio cassata in fase di approvazione della legge sulle unioni civili. La seconda è che il principio di autodeterminazione è inscritto nel Dna di queste associazioni, per questo si fa fatica a concepire l’idea di porre dei limiti a quello che una persona può fare del proprio corpo. Stiamo pur sempre parlando di persone da sempre stigmatizzate proprio per il loro modo di amare e di fare sesso, contrario alle disposizioni di un dio capriccioso che avrebbe fatto dono all’uomo del corpo che ha corredato di manuale con avvertimenti sul suo corretto uso, come fosse un bugiardino qualsiasi.

In un quadro simile non si capisce come si possa essere al fianco delle donne ammonendole al tempo stesso su quello che possono o non possono fare. Libere ma con riserva, libere di fare una cosa ma non altrettanto libere di farne un’altra, perché la prima denoterebbe una libertà vera, genuina, mentre la seconda sarebbe solo un suo squallido simulacro. Più o meno lo stesso ragionamento alla base dell’arbitraria dicotomia tra sana laicità e laicismo: dato un termine il cui significato letterale può essere in contrasto con i principi che si vogliono sostenere, se ne conia una variante in modo da poter adottare la nuova versione con accezione positiva e conferire a quella esistente un significato negativo. È ovvio che non esiste la libertà in assoluto di fare qualunque cosa, ma se restrizione dev’esserci questa non può essere basata su giudizi morali di parte o su un presunto rischio di deriva dannosa. Laddove si verifica l’illecito, laddove c’è effettivamente il danno nei confronti di terzi, allora si interviene. Un divieto preventivo è una cosa che non ha senso. Come se per prevenire le morti bianche si andasse a chiudere i cantieri edili.

Arcilesbica condivide la sua posizione anche con Se Non Ora Quando, altra sigla femminista che evidentemente ha solo in parte fatto proprio il famoso motto “l’utero è mio e lo gestisco io”, sbandierato dalle femministe che negli anni ‘70 si battevano per i loro diritti civili e riproduttivi. Nel caso in oggetto il motto diventa “l’utero è tuo ma ti dico io cosa farne”, il che sarà anche femminile nella sua specificità ma certo non è femminista nel senso di lottare con le donne per rivendicare la loro facoltà di autodeterminarsi. O forse è una sorta di ultrafemminismo, un comunitarismo al femminile simile a quelli dei gruppi religiosi dove all’autodeterminazione dell’individuo si sostituisce quella della comunità femminile di appartenenza. Che in questo caso è anche particolarmente esclusiva, visto che Arcilesbica non ammette maschi tra le sue tesserate. Si può comprendere la preoccupazione che il libero accesso alla Gpa possa determinare forme di sfruttamento, ma la soluzione non può essere un divieto assoluto. Deve essere una corretta regolamentazione. Il proibizionismo non fa altro che spingere le persone a cercare all’estero quello che non possono avere a casa, con conseguenze che a volte possono anche essere drammatiche.

Massimo Maiurana



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