mercoledì 4 gennaio - angelo umana

È solo la fine del mondo, di Xavier Dolan

E’ risaputo - questo film sembra dimostrarlo ulteriormente – e forse empiricamente dimostrato che “la famiglia è il posto peggiore dove nascere”, e poi … lo disse Sigmund Freud. Chissà che non sia soprattutto il posto peggiore dove crescere, visto che appena nati si viene destinati di premure e consolati dell’esser nato (così Leopardi); nel crescere invece si innestano dinamiche particolari tra i membri della famiglia, ognuno col suo temperamento genetico e i suoi modi di reagire e rapportarsi.

Un ottimo film, particolare e di valore: Xavier Dolan ne è regista sceneggiatore produttore e autore del montaggio, un lavoro davvero rimarchevole. Lui, ancora giovanissimo, nato a Montreal nell’89, ha posto l’attenzione su questi temi, basti pensare che il suo primo film, appena 20enne, si chiamava “Ho ucciso mia madre”, sul difficile rapporto di un ragazzo omosessuale con la madre..

Il film nasce con un viaggio in aereo, il passeggero Louis si prepara sereno al suo posto, un bambino dal sedile posteriore gioca mettendogli le manine davanti agli occhi. Pensa a quello che sta per fare, andare a ritrovare la sua famiglia dopo 12 anni di assenza, del resto lui fa quello che deve fare, come sempre (lo dirà sua madre più tardi), pensa che esiste una serie di motivazioni che ci spingono a partire senza voltarci indietro, così come ne esistono per tornare. Lui, scrittore e autore di pièce teatrali, vuole rivelare ai familiari che sta per morire. Un ultimo ritorno al nido dunque, prima della fine, come gli animali che cercano un angolo quando sentono la morte vicina. Ma quel nido si rivela il posto meno indicato per comunicare il suo segreto, un luogo per nulla accogliente, dove ognuno ha qualcosa da recriminare contro l’altro: la madre (Nathalie Baye) che discute sempre animatamente con la figlia Suzanne (Léa Seydoux), questa che ribatte colpo su colpo al fratello Antoine, “il cattivo” (eccelso Vincent Cassel), pieno di rabbia e frustrazione, sicuramente invidioso della calma del fratello Louis e delle parole efficaci che questi riesce a trovare in ogni situazione, oltreché della stima di cui gode presso mamma e sorella. Sospetta che le parole, le frasi ellittiche, servano a circuirlo o stanarlo e perciò dice Non parlo perché voglio che nessuno mi parli, esprimerà il sospetto di essere considerato dalla famiglia lo scemo del villaggio. Quando parla però urla rabbioso come un vulcano che spara lapilli e massi contro gli altri, frasi violente che feriscono. Rimprovera la moglie Catherine (notevolissima Marion Cotillard), di non difenderlo. Catherine è colei che osserva molto il nuovo venuto che non conosceva e sembra instaurare con lui l’unico rapporto empatico della scena, una cognata che con Louis non trova facilmente le parole ma le cui espressioni e sguardi sono di certo leggibili.

E’ stato salutato bene però Louis all’arrivo sull’uscio, un saluto struggente a questo fratello-figlio-cognato di poche parole e sempre appropriate. Un momento interessante è il viaggio in taxi che Louis fa dall’aeroporto fino a casa dei suoi, guarda i passanti per strada che vivono e sembrano soffermarsi a guardarlo: così deve sentirsi qualcuno che sa di morire presto, mentre la vita di quegli sconosciuti proseguirà. Un film scarno, essenziale, le tante parole sembrano riempire dei vuoti ma sono tutte utili, necessarie. La fotografia e le canzoni ottime, in questo momento iniziale in esterni, corredato dai colori del cibo che si prepara a casa in attesa del suo arrivo, come poi negli interni dove tutto il film si svolge. Protagonista non è solo uno ma tutti e cinque, all’interno di questo “set teatrale” che diventa la famiglia. La visita di Louis sembra acuire conflitti, ma procura almeno rassicurazioni alla giovane Suzanne che lo venera e interesse nella dimessa Catherine. Louis dice ad un amico che lo chiama: Ho paura di loro. Ripartirà senza rivelare il suo segreto.




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