martedì 18 luglio - Francesco Grano

"Cop Land": c’è del marcio nel New Jersey

Uscito vent'anni fa nelle sale cinematografiche, Cop Land è un poliziesco che non può mancare nelle visioni cinefile. (Ri)scopriamo insieme il film di James Mangold diretto nel 1997.

La cittadina di Garrison nel New Jersey è la terra franca di numerosi poliziotti corrotti del Dipartimento di New York. Ad assicurare la legge nel piccolo centro periferico ci pensa lo sceriffo Freddy Heflin (Sylvester Stallone), sordo da un orecchio e convinto che la sua città sia un posto tranquillo. Quando al suo cospetto si presenta il tenente della disciplinare Moe Tilden (Robert De Niro), avente per le mani un’indagine su casi di corruzione, Heflin si rende conto che i suoi colleghi newyorkesi non sono quello che dicono di essere. A peggiorare ulteriormente la situazione ci pensa il nipote del poliziotto Ray Donlan (Harvey Keitel), l’agente Murray Babitch (Michael Rapaport) che, dopo una serata alcolica, uccide due uomini di colore. Donlan, per proteggere il nipote, ne simula il suicidio, ma in realtà vuole eliminarlo. Heflin, scoperti i loschi traffici del gruppo di poliziotti di Donlan, scova Babitch e, spalleggiato da Gary “Figgsy” Figgis (Ray Liotta) decide di far testimoniare il poliziotto contro i colleghi.

Il poliziesco è un genere lungamente corteggiato e amato nella storia del cinema, specialmente quando fuoriesce dai confini legati alle figure di onesti e ligi poliziotti per poter mostrare – senza fronzoli alcuni – quel lato nascosto e sporco del distintivo, di quello “scudo” votato a proteggere e servire ma, a volte, utilizzato per nascondere violenza e disonestà. Di certo James Mangold, regista del recente Logan – The Wolverine, non si è fatto mancare l’occasione scrivendo e dirigendo Cop Land (id., 1997), uno dei più bei polizieschi di fine anni Novanta.

Uscito vent’anni fa Cop Land si dimostra a tutt’oggi (visti i casi di cronaca reali) un’opera cinematografica attuale: i suoi personaggi sono sbirri corrotti fino al midollo, con alle spalle omicidi, traffici di droga, minacce e chi più ne ha più ne metta, convinti di fare la cosa giusta solo per il semplice fatto di indossare un’uniforme e portare al fianco una pistola. Un gruppo eterogeneo di agenti sporchi e senza scrupoli, contro i quali si staglia la figura istituzionale (ma poco considerata) dello sceriffo interpretato da Sylvester Stallone, unico vero buono in una realtà al limite del baratro. Ed è proprio l’interpretazione di Stallone che – messi da parte gli sguardi truci e le azioni alla Rambo così come la fisicità granitica vista nella serie di Rocky – permette di delineare un fragile e precario confine tra il bene e il male: lui è l’ultimo uomo onesto in una città di cattivi, che crede ancora nella giustezza della vera legge, appuntandosi ogni giorno la sua stella al petto. Lo sceriffo Heflin è una sorta di old last man, di tutore della legge di altri tempi ormai surclassati; un personaggio nostalgico, appesantito dagli anni (non per nulla Stallone dovette ingrassare realmente di circa trenta kg), disilluso ma che, una volta (ri)aperti gli occhi, si rende conto che c’è del marcio nel New Jersey, in casa sua.

Il propulsore di Cop Land risiede proprio in ciò: nella carrellata di personaggi, ognuno perfettamente caratterizzato con le proprie sfaccettature, che riesce a offrire una sguardo approfondito nelle psicologie degli uomini in blu, immersi in una realtà fatta di crimine e sangue, di morte e pericolo; una rischiosa quotidianità in cui, per sopravvivere e tornare a casa alla fine del turno, a volte bisogna utilizzare metodi poco ortodossi e non riconosciuti dalla legge. A metà strada tra poliziesco e thriller metropolitano, Cop Land non si limita a mettere in scena solo ed esclusivamente l’oramai eterno confronto/scontro tra le forze del bene e quelle del male, piuttosto offre anche lo scontro diretto tra città e provincia, tra realtà urbana fatta di grattacieli, migliaia di strade e violenza contro quella più sonnolenta della periferia composta da casette a schiera, giardini e basso tasso di criminalità. Non è un caso, quindi, che James Mangold abbia ben delineato e sfruttato le location: a una notturna, fumosa e cupa New York si contrappone la fittizia Garrison, nido a basso profilo, monotono e bigio. Due habitat che si trasformano in habitus rispettivamente per Heflin e per gli uomini capeggiati da Donlan.

Sorretto da un ottimo quanto variegato cast (al fianco di Stallone presenziano mostri sacri come i volti scorsesiani di Robert De Niro e Harvey Keitel, senza dimenticare l’ex “bravo ragazzo” Ray Liotta), da una regia senza sbavature, da un’ottima fotografia e da un’esplosiva resa dei conti finale di peckinpahiana memoria, Cop Land è una tappa obbligatoria non solo per gli amanti del genere ma anche per i meno avvezzi e per i palati più esigenti e – parimenti – la prova definitiva che il caro e buon vecchio Sylvester “Sly” Stallone non è solo un attore che ha costruito la sua carriera intorno al machismo del suo physique du rôle, bensì anche capace di ruoli nostalgici e drammatici come questo in Cop Land.




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