Dopo quasi quattro anni di conflitto sanguinoso gli occidentali e l’ONU
sembra stiano finalmente assumendo una posizione neutrale rispetto alle
parti in lotta: quella posizione che avrebbero dovuto assumere fin
dall’inizio.
Non averla assunta, l’essersi schierati a favore dell’una e contro
l’altra, ha contribuito enormemente alla tragedia inutile che si è
consumata ai danni della gente di Siria. E non è finita qui: ci
vorranno decenni, se si riuscira mai a farlo, per ricomporre le fratture
che hanno distrutto il tessuto sociale di quello che una volta era uno
stato unitario nel quale la convivenza civile era una realtà, pur con
tutti i limiti e le violenze sotterranee di un regime autoritario.
Occorre capire come e perché è successo, chi sono stati i responsabili,
quali forze e con quali obiettivi hanno indotto i decisori occidentali
ad agire una strategia che ha causato le enormi perdite subite dai
siriani.
Voglio solo ricordare che nel 2013, con la flotta schierata e il dito
già sui pulsanti di lancio dei missili, un Obama tormentato dal dubbio
volle rimettere al Congresso la decisione di ordinare l’attacco alla
Siria giustificato dal presunto superamento della linea rossa sull’uso
delle armi chimiche.
Immediatamente l’AIPAC sguinzagliò 250 lobbisti per convincere il Congresso a dare il consenso.
Nel frattempo, grazie ad una mezza frase di Kerry, Russia e Italia si
attivarono immediatamente per mediare la consegna delle armi chimiche
del regime. E questo evitò alla Siria un destino simile a quello della
Libia, sicuramente molto peggiore di quello attuale.
Che io ricordi l’unico governo che espresse forte stizza per l’esito
dell’operazione e per il mancato attacco fu quello israeliano.
AIPAC e governo israeliano. Di certi fatti è bene tenere conto affinché non si ripetano in futuro.
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