martedì 21 giugno - Giovanni Greto

XVIII° Biennale Architettura: il Laboratorio del futuro ( 20 maggio – 26 novembre 2023 )

L’Africa punto di partenza per riflettere sul futuro, architettonico ma non solo, dell’umanità

“Questa presentazione mi coinvolge anche più delle precedenti, perché, in qualche modo, segna il mio debutto come presidente, che ha scelto il curatore di una mostra di Architettura.

Hashim Sarkis e Cecilia Alemani ( curatori, rispettivamente, della Biennale Architettura 2021 e della Biennale Arte 2022, ndr. ) erano stati scelti da Paolo Baratta ( il Presidente precedente, ndr. ), come la tempistica richiedeva e con l’anno perso per Covid del 2020, ci ritroviamo oggi ad annunciare la mostra del 2023”. Così il Presidente Roberto Cicutto ha esordito nella conferenza stampa di presentazione della XVIII° Mostra Internazionale di Architettura, per la quale ha scelto come Direttore Artistico e curatrice l’architetta, docente di architettura e scrittrice Lesley Lokko (Dundee, 1964), di madre scozzese e padre, africano, ghanese.

“ Lesley – ha continuato il Presidente – ha catturato in modo particolare la mia attenzione per la sua, come dire, sicurissima calma. Una calma che viene da una profonda convinzione che il suo modo di affrontare i temi, che poi la mostra di Architettura deve affrontare, aveva bisogno di qualche cosa che non si era ancora visto in Biennale. Non è che mi sono lanciato solo per la ricerca dell’originalità, ma proprio per questa calma certezza di portare un punto di vista che costruiremo assieme nell’arco del periodo che ci separa dall’inaugurazione della mostra”.

Prima di lasciare la parola alla curatrice, Cicutto ha voluto leggere un brevissimo estratto da una Lectio Magistralis di Umberto Eco, rivolta ai ministri della cultura, in occasione dell’inaugurazione dell’Expo di Milano nel 2015, aggiungendo, infine che “sarà Lesley a dire se queste mie parole hanno un senso rispetto al suo progetto”.

Ecco il passo di Umberto Eco. “ Il mondo è sempre stato attraversato da incomprensioni culturali. Sin all’inizio del ventesimo secolo l’Europa giudicava barbara e incomprensibile l’arte africana, e c’è voluta la provocazione delle avanguardie artistiche per obbligare gli europei a guardare con occhi diversi una maschera Bantù. Che cosa fossero le statue dell’isola di Pasqua lo sapevano solo le èlite colte : la gente comune in Europa e forse in Cina giudicava deliranti e impudìche, quando gli capitava di vederne una foto, le sculture erotiche sui templi indiani. I cristiani si scandalizzavano perché i seguaci di altre religioni rappresentavano una loro divinità in forma di animale, dimenticando che l’Occidente cristiano ha per secoli rappresentato la terza persona della Santissima Trinità in forma di colomba”.

“Vorrei raccontare una storia – ha iniziato Lesley Lokko – molto complessa, nel modo più chiaro possibile, sapendo che ci vorrà del tempo per svolgerla e per comprenderla.

Se è vero che la voce di un vivente si rivolge sempre a qualcuno – per i devoti della religione un dio; per i devoti politici sono gli uomini – qual è la voce di questa mostra? Chi è il suo pubblico? Come parlerà e perché?

“ Ha poi continuato riflettendo su ciò che sta accadendo e come si sta evolvendo la situazione. “L’Europa, cullata dal suo falso senso di sicurezza negli ultimi 60 anni, si è improvvisamente trovata di fronte alle stesse questioni di terra, lingua e identità, che parti dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente non hanno mai visto scomparire. Negli ultimi due decenni sono emerse due parole forti che sono allo stesso tempo globali e locali: decolonizzazione e decarbonizzazione. Entrambe vengono sperimentate su scala macro di forze sociali, politiche ed economiche, che vanno ben oltre la nostra comprensione o il nostro controllo, e si riflettono anche nei dettagli microscopici e intimi della vita quotidiana.

Nelle dichiarazioni curatoriali delle precedenti Biennali, ricorre spesso l’espressione modi di vedere il mondo. Più che gli edifici, più che i paesaggi, più che le innovazioni materiali e strutturali, è la capacità dell’architettura di modificare e plasmare il modo in cui vediamo il mondo, il suo dono più prezioso e più potente. Oggi possiamo vedere più cose del mondo che in qualsiasi altro momento della storia dell’umanità, grazie a nuove tecnologie che appaiono e scompaiono continuamente.

C’è un luogo in questo pianeta, in cui tutte le questioni di equità, risorse, razza, speranza e paura convergono e si fondono. E’ l’Africa. A livello di antropologia siamo tutti africani (perché) ciò che accade in Africa accade a tutti noi.

Il titolo della 18esima mostra Internazionale di Architettuta, Il Laboratorio del Futuro, opera a diversi livelli.

In primo luogo l’Africa è il laboratorio del futuro. Siamo il continente più giovane del mondo, con un’età media (19,8) pari alla metà di quella europea (31,2) e statunitense (38,6) e di un decennio più giovane dell’Asia; quello con un più rapido tasso di urbanizzazione, con una crescita (quasi del 4% annuo), rapida e in parte non pianificata, generalmente realizzata a spese dell’ambiente e degli ecosistemi locali, il che ci pone di fronte al cambiamento climatico a livello regionale e planetario. Rimaniamo il continente più scarsamente vaccinato, con appena il 15%, eppure abbiamo registrato il minor numero di morti e di infezioni, con un margine significativo che la comunità scientifica ancora non è in grado di spiegare.

La storia della migrazione forzata del lavoro, attraverso la tratta degli schiavi transatlantica, è il terreno su cui oggi si combattono le successive lotte per i diritti civili e per una società civile in tutto il mondo. Con tutti i discorsi sulla decarbonizzazione, è facile dimenticare che i corpi neri sono stati le prima unità di energia per alimentare l’espansione imperiale europea che ha plasmato il mondo moderno. Equità razziale e giustizia climatica sono due facce della stessa medaglia.

In secondo luogo, la Biennale di Venezia è essa stessa un laboratorio del futuro, un tempo, uno spazio, sia all’interno che all’esterno del mondo reale, in cui si svolgono speculazioni sulla rilevanza della disciplina per questo mondo e per il mondo a venire. Oggi la parola Laboratorio è associata di solito alla sperimentazione scientifica ed evoca immagini specifiche di stanze o di edifici particolari. Ma il sociologo americano Richard Sennett (Chicago, 1 gennaio 1943) nell’ esaminare la parola Workshop, da cui deriva appunto Laboratorio, approfondisce in modo diverso il concetto di collaborazione.

Nel mondo antico, in Cina come in Grecia, il Laboratorio/Workshop era l’istituzione più importante per la vita civile. All’indomani della guerra civile americana, Booker T. Washington, un ex schiavo (importante leader della comunità africano-americana, ndr.),(5 aprile 1856, Virginia – 14 novembre 1915, Tuskegee, Alabama), concepì un progetto in cui gli schiavi liberati, reduci dalla schiavitù, avrebbero lasciato le loro case. Si sarebbero formati presso due Istituti modello – Hampton e Tuskegee -, e sarebbero tornati alle loro Comunità di origine. E’ importante notare che durante questo trasferimento temporaneo, la cooperazione sarebbe stata forgiata dall’esperienza diretta e dal contatto quotidiano con gli altri, da pari a pari.

Prevediamo che la nostra mostra sia una sorta di officina/bottega artigiana, un laboratorio in cui gli architetti e i professionisti di un vasto campo di discipline creative, estraggano esempi dalle loro pratiche contemporanee : progetti, testi, performances, installazioni e dibattiti dal vivo . Che traccino un percorso che il pubblico possa percorrere, immaginando da solo che cosa possa riservare il futuro”.

Solo cinque le domande alla fine della conferenza, tra cui quella del giornalista e critico d’arte Enrico Tantucci – E’ corretto dire che sarà l’Africa la protagonista di questa Mostra ?, cui Lesley Lokko ha così risposto:

“ Con una sola parola, sì. Utilizziamo l’Africa come luogo specifico da cui guardare al resto del mondo. Quindi anche se utilizziamo l’Africa non è una mostra sull’Africa. E’ un tentativo di essere specifici su un posto, un contesto, per comprendere però tutto il resto”.

Il Presidente Cicutto si è congedato dal pubblico dicendo che la storia del Laboratorio del futuro è iniziata oggi e che “torneremo presto per offrire ulteriori scorci della visione del curatore e della direzione, che si sta sviluppando in collaborazione con tutti i partecipanti, compresi i Padiglioni Nazionali”.




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