venerdì 20 agosto - Attilio Runello

Venti anni di interventi in paesi musulmani: non è ora di finirla?

Negli ultimi venti anni il mondo mussulmano è stato sconvolto da numerosi conflitti. In alcuni casi sono interni, in altri sono dovuti a interventi militari dell'Occidente per esportare la democrazia o sostenere le primavere arabe. I valori occidentali si diffondono in questi paesi lentamente, ma senza bisogno di ulteriori interventi militari. A meno che non ci minaccino con il terrorismo o militarmente.

 

Negli ultimi venti anni sono stati numerosi gli interventi militari in paesi musulmani. In nome di una esportazione della democrazia prima e delle primavere arabe poi.

Si è intervenuto in Afganistan, Iraq, Libia, Siria. In altri paesi si è intervenuti indirettamente: per esempio in Egitto.

Negli anni novanta gli interventi non erano volti ad abbattere un regime, ma a risolvere situazioni di crisi, anarchie, vuoti di potere e conflitti. Si era intervenuto nella ex Jugoslava, in Somalia, in Kuwait.

Ricordiamo sommariamente che in Afganistan si era creato un regime odioso, ma stabile. Ospitava il terrorismo. Ed è stato sconfitto. Lo stesso in Iraq, dove dopo l'intervento si è creata una situazione di instabilità non ancora risolta e dove si è inserito l’Isis, regime peggiore di quello di Saddam. In Libia abbiamo abbattuto Gheddafi, un dittatore, ma abbiamo creato una situazione di guerra civile. In Siria la guerra civile dura da dieci anni ed ha prodotto milioni di profughi per abbattere un dittatore che alla fine l’ha spuntata. Per non parlare delle morti e distruzioni.

Bisogna considerare che il mondo musulmano in questi anni è stato colpito anche da rivolte interne agli Stati, sulle quali le nostre responsabilità sono assenti: la rivolta dei gelsomini in Tunisia, le manifestazioni nello Yemen sfociate poi in un conflitto, quelle in Bahrein, sedate.

Si tratta di un mondo pieno di contrasti interni, per noi difficili da comprendere: come quelli fra sunniti e sciiti, o quelli che derivano da contrasti etnici all'interno di uno stesso stato - i cui confini sono stati disegnati a tavolino - o quelli che potremmo definire tribali. A tutto questo non possiamo aggiungere il nostro desiderio legittimo di esportazione dei nostri valori. Valori che comunque si diffondono pacificamente anche grazie alle televisioni, internet, i social, gli emigrati musulmani in Europa, il cinema. Anche se al momento coinvolgono minoranze della loro popolazione.

In Egitto Obama aveva chiesto ai militari di farsi da parte e indire elezioni. Le elezioni erano state vinte dai fratelli musulmani, organizzazione fondamentalista che rischiava di creare molti problemi. I militari sono ritornati al potere per evitare il peggio, anche se si tratta di una dittatura a volte odiosa. Negli anni Novanta invece l’intervento in Bosnia è servito a fermare una pulizia etnica. In Somalia lo stato si era disciolto. Si era andato per ricostruirlo, ma senza successo.

Il Kuwait era stato invaso da Saddam e si rischiava di rompere l’equilibrio in Medioriente, un equilibrio che si basa proprio sull’esistenza di molti stati.

Dopo l’esperienza in Afganistan, conclusasi con una disfatta, forse è l’ora di limitare gli interventi a quelle situazioni che rischiano di minare gli equilibri internazionali, come si è fatto combattendo l’Isis. Il rispetto di diritti umani e delle donne deve derivare da una crescita interna a questi paesi, che c’è sia pure non con i tempi che vorremmo noi.

Foto stepnout/Flickr

 




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