mercoledì 30 agosto - Chiara Boatti

Uomo e Natura, Umano e Tecnologico. I documentari "Dentro l’inferno" e "Lo and Behold" di Werner Herzog

Regista attivo a partire dalla fine degli anni ‘60, Werner Herzog negli anni si è fatto artefice di un cinema considerato di difficile classificazione pur presentando alcuni aspetti ricorrenti, dove la ricerca di immagini nuove, la tensione a comprendere realtà sconosciute e verso l’intuizione di realtà profonde, si legano al rilievo conferito ai personaggi e alla natura incontrollata. 

Autore che si è svincolato da una netta distinzione tra documentario e finzione anticipando quella che è un’affermata tendenza attuale, confermandolo anche in un dialogo con Doug Aitken quando definisce il film Fitzcarraldo (1982) il migliore dei suoi documentari. Entrambi usciti nel 2016 – un anno prolifico per il regista, durante il quale ha portato a compimento anche il thriller Salt and Fire – i documentari Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi (in originale Lo and Behold: Reveries of the Connected World) e Dentro l’inferno (Into the Inferno) sono un esempio di simili caratteristiche e della tendenza nel cinema documentario all’utilizzo di immagini provenienti da diverse fonti mediali in aggiunta alle riprese per il film. Herzog introduce e commenta lui stesso immagini e vicende, ponendosi inoltre come intervistatore, così che la voce del regista è sia esterna che interna al film, elemento diegetico ed extra-diegetico, indice della dimensione partecipativa dei due documentari, secondo una delle modalità individuate dal teorico Bill Nichols che proprio all’impiego della voce dedica un approfondimento nella sua Introduzione al documentario.

Entrambi girati secondo modalità affini, trattano di argomenti lontani tra loro: il primo di internet, il modo in cui la tecnologia ha influenzato la vita, le prospettive future; il secondo, dell’esistenza dell’uomo in prossimità dei maggiori vulcani del pianeta e il plasmarsi delle sue credenze in relazione ad essi, oltre che delle ricerche scientifiche di chi se ne occupa. Proprio l’apparente contrapposizione tematica tra i due sembra suggerirne il confronto.

Nonostante Lo and Behold preceda Dentro l’inferno in ordine di apparizione, quest’ultimo ha origini più lontane nel tempo. È il film stesso a ricordarlo, attraverso la presenza del vulcanologo Clive Oppenheimer, incontrato dal regista dieci anni prima durante le riprese di Encounters at the End of the World (2007), qui sorta di moderno Virgilio dantesco incaricato di guidare Herzog e con lui lo spettatore in quei luoghi dove il mondo naturale diventa assimilabile all’inferno, lungo un itinerario che dall’arcipelago Vanuatu nell’Oceano Pacifico conduce all’Indonesia fino all’Etiopia, passando per l’Islanda e la Corea del Nord, per poi chiudersi a cerchio ritornando ai territori di partenza, dall’isola di Ambrym all’isola di Tanna.

Sull’argomento è possibile individuare un’origine ancora più remota, poiché Herzog aveva già effettuato delle riprese di un vulcano per La Soufrière (1977). In quell'occasione però il vero oggetto del documentario erano la ricerca e l’incontro con l’unico uomo che aveva deciso di non abbandonare il luogo dove era prevista un’eruzione. In Dentro l’inferno largo spazio è dedicato al lavoro di studiosi e ricercatori, ma anche in questo caso l’intento reale è dichiaratamente un altro: quello di spingersi sulle tracce del “lato magico”, come il lato oscuro della Luna: i demoni, i nuovi Dei. Particolarmente indicative in tal senso sono le interviste ai due capi delle isole, a inizio e fine film: la preoccupazione per la sparizione di tradizioni rituali e la loro messa in scena per conservarne la memoria, la nascita di un nuovo credo che origina dall’apparizione di un mitico soldato americano. Le immagini di un gruppo di ragazzini che si fingono cannibali, il dettaglio dei piedi che calpestano il suolo durante le danze, o il volto di un bambino ripreso dall’alto tra i canti e le musiche del culto religioso mentre sullo sfondo si intravedono i bagliori del vulcano nella notte, esulano dallo loro funzione puramente documentaria a favore delle impressioni che sono in grado di suscitare.

Strutturato in prevalenza sulla base delle varie interviste, Lo and Behold è suddiviso in dieci capitoli che oltre a chiarirne la scansione tematica (tra gli altri, i mondi contrapposti dell’hackeraggio e della sicurezza in rete, l’Intelligenza Artificiale e l’internet delle cose) ne seguono anche quella temporale, dalle origini fino alle ipotesi sul futuro. A differenza di Dentro l’inferno, qui Herzog affronta un argomento insolito per la sua produzione e il titolo aiuta a comprenderne la portata. L’espressione inglese “lo and behold”, “lo” in forma abbreviata, è colloquiale e generalmente utilizzata come esclamazione, a indicare sorpresa per l’inatteso manifestarsi di un evento.

Nel film compare nel partecipe e divertente racconto introduttivo di Leonard Kleinrock su come il primo segnale trasmesso a distanza tra due computer sia stato proprio “LO”, per via del fatto che la trasmissione del messaggio “LOG” si interruppe prima della lettera “G”, in quella che sarebbe passata alla storia come la data della nascita di internet, il 29 ottobre 1969. La scelta di veicolare questo stesso senso di sorpresa di fronte a una scoperta rivoluzionaria attraverso il titolo offre una prima indicazione sulla prospettiva del regista, completata da quel Reveries of the Connected World che non si ferma al “sogno ad occhi aperti” della “rêverie” francese. Il riferimento al sogno (e agli incubi) compare infatti anche all’interno del film, in particolare nel riferimento alla possibilità di un’“internet che sogna se stesso”, interrogativo posto da Herzog ricordando una famosa citazione del teorico militare prussiano Carl von Clausewitz: “A volte la guerra sogna se stessa”: una domanda per cercare di capire fino a che punto ci si possa spingere, affiancata da un sincero interesse per l'argomento, e per non limitarsi a un'illustrazione neutra pur attenendosi ai fatti.

I due documentari condividono quindi una dimensione di ricerca che è anche esplorativa e l’uso di uno stile “libero”, che contempla riprese imperfette a favore della trasmissione di un dato che emerge spontaneamente (come, in Lo and Behold, l'inquadratura stretta sul volto di Kleinrock e sul dettaglio delle sue vigorose scritte col gesso mentre esegue calcoli alla lavagna, o il momento in cui il regista fa entrare in campo il proprio braccio da dietro la camera per stringere la mano in saluto a Ted Nelson, con questi che estrae la propria macchina fotografica digitale per scattare una foto ricordo di Herzog e la sua troupe). Queste convivono con immagini la cui intensità visiva è invece accentuata dagli interventi di post-produzione e con altre non necessariamente girate sul momento. Il genere documentario è forse quello che meglio permette una sorta di “patto” con lo spettatore, per cui l’estetica può venire in parte trascurata (o al contrario eccede) a favore degli aspetti etici del filmato e quindi di quello che si sceglie di mostrare.

In entrambi i film alle riprese si integrano immagini attinte da fonti diverse, in larga parte provenienti anche da archivi. In Dentro l’inferno questo risulta funzionale a un dialogo tra “tempi” (le riprese per il film e quelle dei film precedenti, dove vediamo Herzog parlare con Oppenheimer nel 2007) e luoghi (le varie parti del mondo in cui si trovano i vulcani e i viaggi nel film). Tra le immagini che invece non sono state girate dal regista rimangono impresse nella memoria quelle riprese dalla coppia di vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft, a volte girate anche a pochi passi dalle masse di materia incandescente. In Lo and Behold le immagini da archivi, di reportage televisivi, pubblicitarie e realizzate in computer grafica sono numerose, tali da rendere a volte difficile riconoscerne l’esatta provenienza. La presenza in ogni dove di computer e dei relativi schermi sembra enfatizzata da Herzog, che in alcuni casi sceglie di far coincidere l’inquadratura con gli schermi (ad esempio durante l’incontro con Adrien Treuille che mostra la riproduzione grafica di alcune molecole).

Particolarmente ricco è anche il tessuto sonoro: oltre alle interviste e alla voce del regista, nei due film si contano performance musicali riprese dal vivo e la presenza di un tema frequente che orienta la percezione in senso sacrale (Dentro l’inferno) e avveniristico (Lo and Behold). Nel caso della scena in cui compaiono dei monaci buddisti che stanno utilizzando lo smartphone, il loro incontro diventa occasione nel commento di Herzog per immaginarli come gli unici rimasti a terra dopo il trasferimento dell’umanità su Marte, e fanno da contrappunto le note e il testo di Are You Lonesome Tonight cantata da Elvis Presley, generando un momento di sfasamento: un piccolo esempio di una caratteristica del suo cinema nell’uso della musica come integrazione o contrasto nei confronti dell’immagine già a partire da Fata Morgana (1971), e che ne esprime anche un’altra componente come l’ironia, presente nei due film anche quando il regista afferma di non avere problemi a recarsi su Marte con un biglietto di sola andata, o nell’annotazione aneddotica di una sedia abbandonata di fronte a un televisore e che sembra fingere di star guardando la tv.

Nelle interviste una differenza risiede nelle riprese spesso in movimento di Dentro l’inferno e quelle statiche di Lo and Behold, nel quale però l’inquadratura spesso si avvicina lentamente al volto delle persone, come a sottolineare anche sul versante linguistico l’intento di avvicinare quello che viene detto e chi parla. In Dentro l’inferno invece le inquadrature sono funzionali anche nei confronti dell’ambiente naturale, al modo in cui l’uomo vi si instaura o vi interagisce. Un duplice confronto tra uomo e Natura, umano e tecnologico allora, dove nel primo caso la forza del fuoco che risiede nella Terra è ritratta come totalmente indifferente alle vicende umane, in modo che non può non portare al paragone con la Natura che Giacomo Leopardi aveva chiamato matrigna, ma allo stesso tempo così importante per l’uomo, per la sua scienza e la sua fede; nel secondo invece il fulcro risiede in un’invenzione dell’uomo, il modo in cui internet ha saputo cambiarne e migliorarne l’esistenza, senza dimenticare però il carattere labile di questo progresso, o il pericolo di perderne il controllo e che la tecnologia arrivi a somigliarci troppo, fino a portarci a non avere più bisogno gli uni degli altri. In entrambi i documentari risiede la capacità di ritrovare immagini che ci riguardano, capaci di suggerire altro, rilanciando verso le innumerevoli declinazioni a cui può essere soggetto il documentario proprio in ragione del suo specifico rapporto con la realtà.




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