venerdì 2 ottobre - Gerardo Lisco

Una morte che avrebbe potuto dare la vita

Il libro di Gianfranco Blasi Il cuore mancato. La storia del piccolo Domenico Caliendo. Una narrazione sulle donazioni e sui trapianti, edito da Il Segno, prende le mosse da un fatto di cronaca ma va oltre il caso specifico, perché inevitabilmente interroga il lettore sul rapporto tra la vita e la morte.

Il volume è interessante anche per la ricostruzione dei diversi passaggi che conducono dalla disponibilità di un organo al trapianto, mostrando la complessità di una procedura nella quale competenze mediche, organizzazione, rapidità delle decisioni e rispetto delle regole devono concorrere perché ciò che la scienza rende possibile possa tradursi nella salvezza di una vita. Ma, leggendo la storia del piccolo Domenico, più che sul trapianto in sé mi sono soffermato su ciò che viene prima. Prima del trapianto c’è infatti un tempo sospeso nel quale la speranza di una vita è legata, inevitabilmente, alla morte di un’altra persona. È questo il paradosso dal quale è difficile sottrarsi. L’autore lo fa emergere descrivendo l’attesa: «Il 22 dicembre ha un suono particolare. Non è ancora Natale, ma lo si sente arrivare: nei gesti ripetuti, nelle luci accese troppo presto, in quella quiete imperfetta che precede le feste. Per molte famiglie è attesa. Per quella di Domenico, no. L’attesa era un’altra. E se anche pregavano, lo facevano senza parole». L’attesa è quella di una telefonata. Una telefonata nella quale qualcuno possa finalmente dire: «Abbiamo un cuore». Sono parole che per chi aspetta significano speranza, ma che presuppongono che altrove sia accaduto qualcosa di definitivo. Un essere umano è morto e da quella morte può nascere la possibilità di salvare un altro essere umano. Chi aspetta un organo non desidera naturalmente la morte di nessuno. Eppure sa che la propria speranza, o quella di un figlio, potrà concretizzarsi soltanto se una morte, comunque avvenuta, renderà possibile una donazione. È in questa contraddizione che si incontrano due angosce: quella dell’ammalato e della sua famiglia, che attendono qualcosa che potrebbe non arrivare mai, e quella di una famiglia che, nello stesso momento, sta affrontando la perdita di una persona amata e può essere chiamata, nei casi previsti, a confrontarsi con la donazione dei suoi organi. Due famiglie che non si conoscono, due storie che non hanno nulla in comune, vengono improvvisamente unite. Per una famiglia una vita finisce; per l’altra può ricominciare. È proprio questa attesa che mi ha fatto tornare alla mente Søren Kierkegaard e Il concetto dell’angoscia. Per Kierkegaard l’angoscia non è la paura. La paura ha un oggetto determinato: abbiamo paura di qualcosa. L’angoscia nasce invece davanti alla possibilità, davanti a ciò che può accadere ma che ancora non conosciamo. È la «vertigine della libertà». Ed è la possibilità, forse, la parola che meglio descrive l’attesa di un trapianto. Tutto può accadere e quasi nulla dipende da chi aspetta. La telefonata può arrivare oppure no; può arrivare in tempo oppure troppo tardi; può esserci un organo che poi si rivela non compatibile. La vita rimane sospesa a una possibilità che nessuno può determinare. Ma dall’altra parte dell’attesa c’è un altro tema kierkegaardiano: la scelta, l’Aut-Aut. Alla possibilità di chi attende corrisponde, in determinate circostanze, la scelta di chi ha appena perduto una persona cara. L’angoscia appartiene alla possibilità; l’aut-aut alla scelta. È in questo spazio, brevissimo dal punto di vista delle procedure e immenso dal punto di vista umano, che la morte di una persona può trasformarsi nella possibilità di vita di un’altra. Ed è proprio qui che il racconto delle procedure mediche assume un significato ulteriore. La medicina contemporanea possiede infatti una capacità straordinaria: può prelevare un organo da un corpo nel quale non potrà più svolgere la propria funzione e farlo continuare a vivere nel corpo di un altro essere umano. Un cuore può cessare di battere per una persona e continuare a battere per un’altra. Non significa, naturalmente, che il ricevente continui la vita del donatore: l’identità di una persona non si trasferisce insieme a un organo. Eppure la forza simbolica di quella continuità è difficile da ignorare. Lo dimostrano le storie dei familiari che incontrano chi ha ricevuto il cuore di una persona amata e possono ascoltarne nuovamente il battito. Ma proprio la straordinaria possibilità aperta dalla tecnica introduce una seconda domanda. Se Kierkegaard ci aiuta a comprendere l’angoscia dell’uomo davanti alla possibilità, Hans Jonas ci aiuta a interrogarci su ciò che accade quando quella possibilità diventa tecnicamente realizzabile. Il problema non è più soltanto che cosa possiamo fare, ma che cosa sia giusto fare e fino a dove possiamo spingerci. È il problema della responsabilità e del limite. Quanto più cresce il potere dell’uomo sulla vita, tanto più deve crescere la responsabilità con la quale quel potere viene esercitato. Nel trapianto la questione diventa radicale perché la tecnica interviene proprio sul confine tra la vita e la morte. La necessità di salvare chi attende un organo, per quanto umanamente comprensibile, non può determinare il momento nel quale consideriamo morto colui dal quale quell’organo potrebbe essere prelevato. Prima deve esserci la certezza della morte; soltanto dopo può aprirsi la possibilità della donazione. È qui che le procedure descritte nel libro di Blasi mostrano il loro significato non soltanto medico e organizzativo, ma anche etico: stabilire regole rigorose significa porre un limite al potere della tecnica e garantire che la persona rimanga il fine e non diventi mai uno strumento. Il filo che lega questi diversi aspetti mi sembra allora più chiaro. All’inizio c’è una morte. Da quella morte nasce una possibilità. La possibilità genera l’angoscia dell’attesa. Alla possibilità può seguire una scelta. La scelta, grazie alla tecnica, può trasformarsi in un trapianto. Ma il potere della tecnica chiama in causa la responsabilità e, con essa, il limite. Morte, possibilità, angoscia, scelta, tecnica, responsabilità, limite: sono passaggi diversi di un’unica domanda sul valore della vita. Perché la morte del donatore non diventa meno tragica se un suo organo salva qualcuno; nessuna vita salvata restituisce alla famiglia la persona perduta e nessun trapianto cancella la morte. E tuttavia, proprio quando per un essere umano ogni possibilità è terminata, può aprirsene una per un altro. È forse questo il pensiero più difficile che rimane dopo la lettura del libro: la morte resta morte, ma ciò che di quella morte decidiamo di donare può diventare, per uno sconosciuto, una possibilità. 

 




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